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Un Dpef leggero, ma realistico

16.08.2004
Il Dpef 2005-8 è uno dei più brevi della storia. Presenta un quadro realistico della situazione economica del Paese perché non nasconde il peggioramento strutturale dei conti pubblici, ma mostra l’assenza di una politica economica da parte del governo. Si comprende che ci saranno nuove “una tantum”, sia nella manovra finanziaria per il 2005, che in quella per l’anno successivo. Al nuovo ministro dell’economia la Redazione de lavoce.info, Riccardo Faini e Francesco Giavazzi chiedono un impegno chiaro: queste “una tantum” non devono includere altri condoni.
L’impegno che chiediamo al ministro dell’Economia

Il Dpef e' piu' trasparente ...

Il Dpef presenta un quadro realistico e coraggioso dello stato dei nostri conti pubblici. E' un importante passo in avanti, soprattutto se confrontato con un passato non lontano in cui il ministro dell'Economia per mesi sosteneva che l'economia e i conti pubblici andavano bene, salvo poi, a fine anno, varare con grande affanno misure correttive temporanee. Il Dpef 2005-2008 conferma quanto scriviamo su questo sito da molto tempo: l'avanzo primario si sta progressivamente assottigliando ed è un peggioramento solo in piccola parte spiegabile con l'andamento congiunturale: al contrario, vi sono tutti i segni di un peggioramento strutturale dei conti pubblici italiani.

 

... ma e' reticente sulla politica economica che il governo intende attuare

E' evidente che per la finanza pubblica si prospettano tempi assai difficili. Anche tralasciando gli effetti di un'eventuale riduzione delle aliquote Irpef, l'aggiustamento richiesto per il 2005 (vedi Faini-Giavazzi) è pari all'1,7 per cento del pil (24 miliardi di euro). Nel 2006, l‘esigenza di sostituire le "una tantum" che si esauriranno con misure strutturali (0,5 per cento del pil) e l'ulteriore aggiustamento richiesto (a quel punto lo scarto fra tendenziale e programmatico sarà salito al 2,1 per cento del pil) richiederanno la manovra pari all'1 per cento del pil, in aggiunta a quella dell'anno precedente. In totale una manovra di circa 40 miliardi su due anni: 24 nella Finanziaria del 2005, 16 in quella del 2006--e questo, come detto, senza tener conto dell'esigenza di finanziare eventuali sgravi fiscali (un altro 1 per cento del pil), né degli effetti del rinnovo dei contratti dei pubblici dipendenti. Se consideriamo la riforma fiscale (altri 13 miliardi) e il prevedibile effetto del rinnovo dei contratti dei pubblici dipendenti (di difficile quantificazione ma che rischia di gravare non poco sui conti pubblici) superiamo i 50 miliardi. Come realizzare una correzione di 50 miliardi su un biennio dopo essersi impegnati a che"scuola, sanità, sicurezza e servizi sociali non abbiano a risentire della politica economica del Governo" e prestando"particolare attenzione al potere di acquisto", un'affermazione che lascia presagire un atteggiamento non proprio rigoroso in occasione dei prossimi rinnovi dei contratti del settore pubblico? Su questo, Dpef e ministro tacciono.

 

No a un nuovo condono fiscale

Vi saranno nuove misure "una tantum"? Leggendo il Dpef si comprende che vi saranno nuove "una tantum" pari allo 0,8 per cento del pil nel 2004 e allo 0,5 per cento nel 2005. Dal nuovo ministro dell'Economia vogliamo un impegno chiaro: queste "una tantum" non devono includere altri condoni. Un condono sui redditi del 2003, annunciato sulla stampa e sinora mai smentito dal ministro dell'Economia, avrebbe effetti deleteri sulla tax compliance dei contribuenti. Il fatto stesso che se ne parli senza smentite contribuisce a seppellire la speranza di indurre gli italiani a comportamenti fiscali più corretti e di migliorare la capacità di contrasto dell'amministrazione finanziaria.

 

No al trasferimento del TFR in gestione separata presso l'Inps

Il trasferimento all'Inps del TFR sarebbe esiziale per il decollo della previdenza integrativa (vedi Boeri-Faini), quali che siano le forme di questo trasferimento, mantenendo le regole attuali o trasformando le liquidazioni in un fondo a capitalizzazione. Soprattutto peserebbe sui futuri conti dell'INPS e non riuscirebbe a ridurre il debito pubblico implicito.

 

"Liberalizzazioni, privatizzazioni di servizi e la riforma delle professioni
sono parte integrante degli interventi per stabilizzare la finanza pubblica"

Questa affermazione, e gli impegni che essa dovrebbe sottendere, costituiscono l'elemento più innovativo del Dpef e della politica economica del nuovo ministro dell'Economia. Tuttavia, all'affermazione di principio non corrispondono impegni concreti:"Riforme in questo senso verranno proposte al Parlamento in tempi rapidi", ci si limita a dire. Come tante volte nel passato, è "wishful thinking". Se davvero le liberalizzazioni sono parte integrante della prossima legge Finanziaria, esse devono essere rese certe inserendole nel disegno di legge collegato alla stessa Finanziaria. Come si può pensare che una maggioranza che sinora ha protetto tutte le professioni e le corporazioni di questo paese, che si è strenuamente opposta alla privatizzazione delle ex-aziende municipali di servizi, improvvisamente smantelli gli albi professionali o privatizzi le aziende di servizi locali? C'e' un solo modo per obbligarla a farlo: condizionare a queste liberalizzazioni l'approvazione della Finanziaria. Il ministro dell'Economia lo sa bene: coraggio, professor Siniscalco!

 
Coraggio, Professor Siniscalco!
Riccardo Faini
Francesco Giavazzi

Ci sono novità significative nel Dpef, molte affermazioni coraggiose, alcuni impegni importanti, ma si poteva fare di più e alcuni passaggi suscitano perplessità. Soprattutto rimangono molte questioni aperte.
Sui conti pubblici il Dpef e il nuovo ministro dell'Economia inaugurano una stagione di trasparenza che potrà giovare al dibattito di politica economica. Manca in particolare un'indicazione sul timing degli sgravi fiscali che l'esecutivo intende attuare. In assenza di queste informazioni è difficile valutare la congruità del quadro macroeconomico programmatico. Perchè la "manovrina" del luglio 2004--7,5 miliardi di risparmi pari allo 0,6 per cento del pil--dovrebbe avere un effetto recessivo sull'economia, mentre l'aggiustamento ben più forte degli anni successivi dovrebbe accelerarne la crescita? E' perché si pensa che la riforma fiscale avrà effetti espansivi sulla domanda interna? Potremmo essere d'accordo, ma allora vorremmo saperne di più. Oppure è per via degli interventi di liberalizzazione previsti? Anche questo è possibile; ma l'ipotesi sull'evoluzione della domanda finale interna--una crescita media del 2,5 per cento l'anno tra il 2006 e il 2008--è troppo importante per essere sottaciuta.
E' evidente che per la finanza pubblica si prospettano tempi assai difficili. Anche tralasciando eventuali sgravi fiscali, l'aggiustamento richiesto per il 2005 (ottenuto confrontando l'indebitamento tendenziale con quello programmatico) è pari all'1,7 per cento del pil (24 miliardi di euro e questo assumendo che l'ANAS venga scorporata dai conti delle amministrazioni pubbliche). Nel 2006, l‘esigenza di sostituire le "una tantum" che si esauriranno con misure strutturali (0,5 per cento del pil) e l'ulteriore aggiustamento richiesto (a quel punto lo scarto fra tendenziale e programmatico sarà salito al 2,1 per cento del pil) richiederanno la manovra pari all'1 per cento del pil, in aggiunta a quella dell'anno precedente. Arriviamo così a una manovra di poco meno di 40 miliardi su due anni. Se teniamo conto anche dell'esigenza di finanziare eventuali sgravi fiscali (altri 13 miliardi ), e degli effetti del rinnovo dei contratti dei pubblici dipendenti (di difficile quantificazione ma che rischia di gravare non poco sui conti pubblici) superiamo i 50 miliardi. . E' per questo che l'ipotesi sugli effetti "keynesiani" o "non-keynesiani" dell'aggiustamento fiscale è tanto importante e dovrebbe essere discussa apertamente.
Ma rimaniamo ai 50 miliardi totali delle prossime due Finanziarie: in che modo si potrà realizzarli? Significativi tagli di spesa sono difficili da individuare nel momento in cui si afferma che "scuola, sanità, sicurezza e servizi sociali non avranno a risentire della politica economica del Governo" e "particolare attenzione verrà prestata a potere di acquisti": quest'ultima affermazione (p. 27 del Dpef) lascia presagire un atteggiamento non proprio rigoroso in occasione dei prossimi rinnovi dei contratti del settore pubblico. Dobbiamo quindi attenderci interventi sulle accise? Oppure si prevede che una più efficiente gestione del patrimonio pubblico—le concessioni ad esempio—dia frutti importanti? Anche ciò è possibile, ma vorremmo sapere in che misura si prevede che ciascuna voce contribuirà.
"Un euro in meno di aiuti alle imprese per un euro in meno di Irap" aveva chiesto il presidente di Confindustria: il Dpef è molto meno ambizioso I tagli ai trasferimenti alle imprese vengono sostituiti da finanziamenti agevolati—tagli "finti" quindi in quanto i prestiti agevolati, pur non essendo conteggiati nel disavanzo di competenza, continuano ad alimentare il debito, con il risultato o di farlo crescere oppure, più probabilmente, di lasciare meno spazio per una riduzione dell'Irap.
In materia fiscale coraggioso è invece l'impegno (p. 30) ad aprire le ostilità con Bruxelles sulla differenziazione regionale delle aliquote sui profitti. La Commissione e la Corte di Giustizia fanno risalire il divieto alla differenziazione regionale delle aliquote a un'interpretazione dell'articolo 92.1 del trattato. Esso tuttavia esclude "aiuti di Stato che distorcano la concorrenza", non la differenziazione regionale delle aliquote. Per la teoria occorre dimostrare che una regione è specializzata nella produzione di pochi beni, che essi sono prodotti da imprese con un elevato potere di mercato, e che perciò una modifica delle aliquote altera la concorrenza internazionale: non pare esser questo il caso del Mezzogiorno. Nessuno ci ha ancora spiegato perché l'Irlanda può decidere autonomamente le proprie aliquote (purché il bilancio pubblico complessivo non violi i limiti del patto di stabilità) e la Scozia no. La motivazione formale (l'Irlanda è una nazione indipendente, la Scozia no) è debole. Come debbono interpretarla i cittadini del nostro Sud, oppure i baschi, che hanno simili problemi con Bruxelles? Come un invito alla secessione?
Vi saranno nuove misure "una tantum"? Dalla Tabella III.4 si comprende che le nuove "una tantum" saranno pari a 0,8 per cento del pil nel 2004 e 0,5 per cento nel 2005. Poiché più avanti si legge che i provvedimenti adottati dal governo con il decreto di luglio 2004 saranno resi strutturali, ciò significa che dobbiamo attenderci ancora una dose cospicua di una tantum. Non vogliamo neppure pensare che queste "una tantum" includano altri condoni, tanto più che ripetutamente il Dpef pone come obiettivo "il contrasto dell'evasione fiscale" . È quindi essenziale che il ministro dell'Economia chiarisca quali "una tantum" intende utilizzare nel 2004 e nel 2005. Se, come pare, una quota importante deriverà da nuove dismissioni immobiliari, vorremmo essere rassicurati che i costi dell'eventuale ri-affitto da parte delle amministrazioni pubbliche di immobili dimessi sia stato conteggiato nelle spese degli anni successivi.
L'impegno sulle dismissioni è coraggioso, ma vorremmo sapere in che misura la cifra indicata (120 miliardi fra il 2004 e il 2008, una cifra enorme) si distribuirà tra dismissioni immobiliari e cessioni di aziende. La differenza è importante—oltre quanto abbiamo scritto sopra sugli effetti della vendita di immobili pubblici sui bilanci futuri--perché solo quanto ricavato dalle cessioni di aziende va in riduzione del debito pubblico. Per rendere vincolante questo impegno straordinario (per raggiungerlo, è bene ricordarlo, sarà necessario cedere completamente - al mercato e non alla Cassa Depositi e Prestiti - Enel, Eni, Finmeccanica e ancora saremmo solo a metà strada) è opportuno, come fece a suo tempo il governo Ciampi, tradurlo in un "Calendario delle privatizzazioni" da presentare in Parlamento con nomi delle aziende le cui azioni verranno cedute, modalità di cessione e tempi delle operazioni. Altrimenti come si fa a credere che una maggioranza che in tre anni non venduto altro che una piccola azienda di tabacchi, improvvisamente smobilizzi tutte le partecipazioni dello Stato?
"Una politica di soli tagli senza un disegno di sviluppo provocherebbe un violento rallentamento della crescita, vanificando il raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica. […] Liberalizzazioni, privatizzazioni di servizi e la riforma delle professioni" sono quindi parte integrante degli interventi per stabilizzare la finanza pubblica. Questa affermazione e gli impegni che essa sottende potrebbero essere la parte più innovativa del Dpef e della politica economica del nuovo ministro dell'Economia. E invece, all'atto pratico lasciano molto delusi. "Riforme in questo senso verranno proposte al Parlamento in tempi rapidi", si limita a dire il Dpef: come tante volte nel passato, è "wishful thinking". Se davvero le liberalizzazioni sono parte integrante della prossima legge Finanziaria, esse devono essere rese certe inserendole nel disegno di legge collegato alla stessa Finanziaria. Come si può pensare che una maggioranza che sinora ha protetto tutte le professioni e le corporazioni di questo paese, che si è strenuamente opposta alla privatizzazione delle ex-aziende municipali di servizi, improvvisamente smantelli gli albi professionali o privatizzi le aziende di servizi locali? C'e' un solo modo per obbligarla a farlo: condizionare a queste liberalizzazioni l'approvazione della Finanziaria. Il ministro dell'Economia lo sa bene: coraggio, professor Siniscalco!

 

Documento di Programmazione Economico Finanziaria per gli anni 2005-2008.

Documento di Programmazione Economico Finanziaria per gli anni 2004-2007.

"Rome's Mission: Impossible", The Wall Street Journal 30/07/2004.