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Tra maggioritario e proporzionale

di Massimo Bordignon 15.06.2004
E' sbagliato trarre indicazioni meccaniche sui comportamenti elettorali alle politiche dalle consultazioni europee, dove si vota con un sistema diverso. E tornare al proporzionale, come alcuni auspicano, sarebbe un grave errore per la politica economica. Non si può negare però che il maggioritario all'italiana non ha risolto la questione dell’influenza dei piccoli partiti e del potere di veto che questi esercitano all’interno delle coalizioni. Ma forse tutto dipende dal fatto che non di maggioritario puro si tratta.

I risultati della competizione elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo saranno sicuramente al centro della discussione politica nei giorni a venire, con gli esponenti politici impegnati a dimostrarci come, misteriosamente, siano riusciti a vincere tutti contemporaneamente.

Invece di lasciarci trascinare in questo dibattito, è utile tentare di ragionare pacatamente su che cosa i risultati ci insegnano, in particolare sul rapporto tra sistema elettorale, organizzazioni partitiche e politiche attuate.

Confronti impropri

Per esempio, molti commentatori insisteranno (lo stanno già facendo) sul risultato negativo che i principali partiti dei due poli (Forza Italia da un lato e Uniti per l'Ulivo dall'altro) hanno avuto rispetto ai propri alleati minori, magari basandosi su un confronto con i risultati delle politiche del 2001.
Ma questo è sbagliato, per la semplicissima ragione che nelle politiche si vota con un sistema (largamente) maggioritario e nelle europee con uno strettamente proporzionale.
È del tutto ovvio che con un sistema proporzionale (oltretutto per un voto "meno importante", com'è sentito quello europeo), gli elettori si siano sentiti liberi di scegliere la lista che più li rappresentava, piuttosto che votare strategicamente, ponendosi cioè il problema di evitare l'elezione del candidato meno apprezzato. Come sarebbe invece sicuramente successo con un sistema maggioritario.
In altri termini, il proporzionale conduce necessariamente alla frammentazione della rappresentanza politica e avvantaggia necessariamente chi persegue questa frammentazione. Sarebbe pertanto errato trarre dalle consultazioni europee indicazioni meccaniche sui comportamenti elettorali alle politiche, dove si vota con un sistema diverso.

Voglia di proporzionale

Sottolineare questo punto, per certi aspetti ovvio, è importante. Molti infatti approfitteranno dei risultati di queste elezioni per sottolineare l'irriducibilità degli umori politici degli italiani al bipolarismo, e per invocare di conseguenza un ritorno a un sistema elettorale proporzionale anche nelle consultazioni politiche, in quanto più in grado di rappresentarne l'eterogeneità nelle preferenze politiche. E in realtà è già in moto una pericolosa coalizione in Parlamento, trasversale tra gli schieramenti politici, che sta lavorando attivamente in questa direzione, approfittando degli spazi consentiti dal dibattito sulla riforma costituzionale.

Ma questo sarebbe un grave errore, almeno sul piano della conduzione della politica economica. Esiste ormai un'ampia e consolidata letteratura empirica internazionale che dimostra come sistemi elettorali proporzionali conducano a un deficit di governabilità: governi minoritari o formati da ampie coalizioni sono meno in grado di reagire rapidamente alle circostanze avverse. Inoltre, per il gioco dei favori e dei veti reciproci tra partiti, tendono a generare maggiore spesa pubblica, più pressione fiscale, più deficit, più debito e più inflazione.
Del resto, anche senza scomodare l'analisi economica, basta ricordarsi come era l'Italia della Prima Repubblica per guardare con spavento all'ipotesi di un ritorno al proporzionale.
Tuttavia, va anche riconosciuto che l'attuale sistema maggioritario italiano, imposto a forza di referendum nel bel mezzo di una drammatica crisi politica e economica, non si è dimostrato in grado di mantenere le proprie promesse.

Abbiamo sì avuto maggioranze più stabili e governi più duraturi. Ma, eccetto che per brevi periodi e in circostanze eccezionali, queste maggioranze non si sono dimostrate sufficientemente coese e omogenee al proprio interno da perseguire con efficacia politiche univoche. In particolare, nonostante il maggioritario, non si è ridotto in misura sostanziale né il ruolo né il numero dei piccoli partiti. Avere maggioranze stabili, che durano magari un'intera legislatura, ma che sono incapaci di fare alcunché perché bloccate dai veti interni tra i vari partiti nella coalizione di governo (una descrizione abbastanza precisa della situazione del governo italiano in questa seconda parte della legislatura) non sembra francamente un gran miglioramento rispetto alla situazione precedente. Dobbiamo dunque concluderne che gli italiani sono geneticamente condannati alla frammentazione politica, indipendentemente dal sistema elettorale?

Una transizione incompleta

Forse, no. Forse il problema è semplicemente che la transizione al maggioritario non è stata fatta in misura adeguata e sufficiente. Intanto, il sistema non è completamente maggioritario: con il meccanismo dei residui, i seggi vengono assegnati per il 25 per cento sulla base del proporzionale. Alcuni sostengono (1) che appunto questa residua quota di proporzionale sia l'origine di tutti i problemi, in quanto spinge i partiti all'interno di una coalizione a differenziarsi sul piano delle politiche, per farsi notare dai propri elettori. Viceversa, un sistema maggioritario puro li spingerebbe a scontrarsi sulla divisione dei seggi, ma li manterrebbe compatti sulle politiche da perseguire.

Inoltre, il maggioritario italiano per il Parlamento nazionale è a turno unico. Sono molti a ritenere che invece un sistema a doppio turno, come quello in vigore per i comuni italiani di maggiori dimensioni e altri enti locali, consentirebbe agli elettori di esprimere le proprie preferenze nel primo turno, per poi compattarsi su un unico candidato o un'unica coalizione nel secondo. Del resto, l'evidenza empirica disponibile sui comuni italiani sembrerebbe suggerire che le coalizioni vincenti riescono spesso a fare a meno dell'istituto "dell'apparentamento" delle liste previsto al secondo turno (e che potrebbe comunque garantire un ruolo alla forze minori), così nei fatti isolando i partiti e i candidati più estremi dal governo.
È doveroso sottolineare che questi effetti dei diversi sistemi elettorali sul sistema politico e sulle politiche adottate non sono stati finora studiati in modo rigoroso, specialmente in Italia.

Le nostre conoscenze sono dunque limitate.
Ma prima di decidere di buttare a mare il sistema maggioritario, in quanto geneticamente contrario alle preferenze degli italiani, è opportuno fermarsi e riflettere.

 

(1) Vedi Tabellini, G. e A. Merlo, "Sistema elettorale e regole di governo: alcune considerazioni sulla riforma della costituzione in Italia", mimeo Università Bocconi, aprile 2004.