
Le piccole dimensioni si accompagnano sistematicamente a fenomeni tra loro strettamente legati come: minore produttività per addetto, minore retribuzione per addetto (e conseguente minore attrattività per lavoratori con elevati gradi di istruzione e qualifiche), minori investimenti fissi per addetto, minori investimenti in formazione del proprio "capitale umano", minori spese in ricerca, minori investimenti in rete distributiva e assistenza al cliente, minor capacità di affermare e coltivare marchi noti sul mercato, maggior dipendenza da canali indiretti per l'esportazione (e relativo minor "potere di mercato" quando i mercati si fanno fragili e/o fortemente competitivi), minor numero di mercati esteri serviti, minor polmone di risorse umane e organizzative per intraprendere investimenti diretti all'estero quando le opportunità di mercato lo esigerebbero.
E si aggiunga, come in questi giorni riemerge nel dibattito nato intorno alle annunciate strategie di Unicredito, che le piccole imprese sono particolarmente dipendenti dal credito bancario a breve con garanzie patrimoniali del titolare ed elevati costi d'interesse.
I motivi del "nanismo"
Ma perché il nostro paese è così condizionato da questo "nanismo" di imprese?
Ecco alcune risposte, peraltro non esaustive, su cui cerco di intrattenere il volonteroso lettore (se ci sarà!) del saggio che in questi giorni va in libreria per le edizioni del Mulino (Onida 2004).
Primo, troppe imprese familiari che rinunciano alla crescita con apporto di capitale di rischio esterno alla famiglia, per timore di perdere il controllo familiare-dinastico sulla gestione dell'impresa (pur potendo mantenere il controllo della maggioranza del capitale sociale) e –diciamo pure spesso – per timore di essere forzati ad una maggiore trasparenza dei bilanci, con maggiore separatezza fra bilancio di impresa e bilancio familiare (e non sto parlando di Parmalat, peraltro impresa forse troppo cresciuta).
Secondo, i tanto decantati distretti industriali – certo un lato virtuoso della nostra storia economica del dopoguerra – per la particolare specializzazione merceologica e per il peculiare modello organizzativo che li caratterizza, sono in misura crescente sotto attacco competitivo dei nuovi paesi concorrenti nella fascia medio-bassa dei prodotti (quindi perdono occupati e fanno fatica a espandere il proprio volume d'affari).
Le imprese leader dei distretti intraprendono (giustamente) strategie di acquisizione e alleanze extra-distretto, anche all'estero, ma così facendo stimolano sempre meno la crescita del tipico indotto dei fornitori locali. Taluni distretti cominciano a pensare di "delocalizzarsi" a blocchi, ma questa è più una marcia lungo un "sentiero basso" che una proiezione in avanti.
Terzo, già detto (e lo ha sottolineato particolarmente il neo-presidente di Confindustria, Montezemolo), le nostre imprese scommettono troppo poco sulla ricerca e sull'innovazione originale come carta vincente per crescere e vincere sul mercato globale. Si preferisce fare molta (utilissima) innovazione incrementale sul processo e sui prodotti, piuttosto che tentare salti di qualità (e di dimensione) puntando sulla frontiera.
Quarto, quanto appena accennato a proposito dei distretti, vale per la generalità del nostro sistema produttivo: nella competizione internazionale siamo (sempre più negli ultimi venti anni) specializzati in settori e comparti tendenzialmente a crescita media o lenta della domanda mondiale, in settori con forte differenziazione dei prodotti, basse economie di scala e relativamente basso impiego di manodopera ad alto grado di istruzione e alte qualifiche, manodopera che infatti deve cercare lavoro nei servizi, nella finanza o presso le multinazionali estere operanti in Italia (per fortuna ancora operanti, ma da questo lato siamo in crescente concorrenza con altri paesi di destinazione).
Quinto, ma è più un effetto che una causa del "nanismo", abbiamo un cronico ritardo come proiezione multinazionale delle nostre imprese: molti esportatori, ancora pochi investitori (anche se in numero crescente nel nostro "ceto medio" imprenditoriale su cui sono affidate molte sorti del futuro sviluppo del nostro paese.
I fattori ambientali
E infine giocano molti fattori "ambientali", su cui pure non sono mancati i richiami di Montezemolo, e prima di lui del suo predecessore D'Amato e di molti altri (Isae 2003, Oecd 2003): un sistema bancario ancora troppo "localistico" e condiscendente al "multiaffidamento" che de-responsabilizza banca creditrice e impresa debitrice; un mercato finanziario poco aperto al sostegno robusto delle innovazioni rischiose; una borsa di scarso spessore ed elevata concentrazione su pochi titoli dinamici; un diritto amministrativo societario e fallimentare che (in attesa delle riforme recenti e prossime) resta largamente sfavorevole alla mobilità del capitale, alla contendibilità del controllo proprietario, alla difesa degli interessi delle minoranze, alla rapida conclusione dei processi di giustizia civile e amministrativa; un coacervo di interventi di politica industriale inclini a disperdere a pioggia risorse su molti piccoli soggetti (e su categorie dotate di forza lobbistica presso i governi) più che a stimolare lo sviluppo di medie e grandi imprese e di progetti fortemente innovativi; procedure di commesse pubbliche che favoriscono l'offerta di beni e servizi a basso prezzo, ma di dubbia qualità da parte di soggetti imprenditoriali piccoli e fragili; regimi di concessione di servizi locali non certo orientati a incoraggiare una maggiore contendibilità dei mercati.
Per saperne di più
Bersani P.- Letta E., "Viaggio nell'economia italiana", Donzelli, Roma 2004.
Onida F., "Se il piccolo non cresce. Piccole e medie imprese italiane in affanno", Mulino, Bologna 2004.
Isae, "Priorità nazionali: dimensioni aziendali, competitività, regolamentazione", Roma, giugno 2003Oecd, "The
Sources of Economic Growth in Oecd Countries", Paris 2003
Signorini L.F. (a cura di), "Lo sviluppo locale. Un'indagine della Banca d'Italia sui distretti industriali", Donzelli, Roma 2000