Logo stampa
 
 
 
  Invia la notizia  PDF dell'articolo

Il federalismo fiscale

di Vincenzo Atella e Fabio Scacciavillani 12.09.2002
L’attuazione del federalismo fiscale ha preso avvio con l’aumento dell’addizionale IRPEF ..........

L'attuazione del federalismo fiscale ha preso avvio con l'aumento dell'addizionale IRPEF   introdotto da  alcune regioni (Lombardia, Piemonte, Puglia, Marche, Umbria e Veneto) nonche' da molti comuni, e con l'imposizione dei ticket sui prodotti farmaceutici.

 

La pubblicazione dei dati a livello regionale sul gettito dell'addizionale IRPEF comunale per il primo semestre 2002 (cf. Il Sole24 Ore del 9 Agosto, pag. 5) consente di evidenziare alcuni aspetti economici insiti nella riforma federalista. I dati, riportati nella tabella 1, mostrano come il gettito pro-capite risulti essere molto diverso da regione a regione: ad esempio nel 2001 varia dai 32 euro della Lombardia ai 15 euro della Calabria, ai 18 della Campania ed ai 19 euro di Puglia e Molise. In altri termini, la Lombardia riesce a generare un gettito pro-capite pressoché doppio rispetto a quello della maggior parte delle regioni del Sud. Per il 2002 le previsioni mostrano che questi divari rimarranno sostanzialmente invariati.
Tuttavia le informazioni contenute in questa tabella non permettono di capire cosa determina tali differenze, in quanto il gettito fiscale e' il prodotto di due fattori: la base imponibile e l'aliquota. Come vedremo, il punto chiave e' che le differenze di gettito fra le regioni derivano in larghissima parte dalla disparita' del reddito e quindi dalla base imponibile. Secondo l'indagine sui redditi delle famiglie italiane condotta dalla Banca d'Italia nel 1998, la Lombardia registra il reddito imponibile medio familiare (e pro-capite) più alto d'Italia, mentre la Calabria è quella con i livelli più bassi. (vedi tab.2). Quindi, se si applicasse un' aliquota regionale uniforme, il gettito sarebbe estremamente diverso da regione a regione in virtu' delle diverse basi  imponibili esistenti. Ad esempio la Liguria avrebbe un gettito pro capite doppio rispetto alla Campania (tab. 2, ultima colonna).

Un esercizio di simulazione

Per dare un' idea ancora piu' precisa sull'ordine di grandezza della ridistribuzione di risorse che sara' influenzata dalla riforma federalista abbiamo condotto un semplice esercizio di simulazione. Per pura ipotesi abbiamo immaginato che venissero eliminati tutti i trasferimenti effettuati nel 2001 dallo Stato alle regioni e che queste ultime dovessero coprirne l'ammontare attraverso l'imposizione di una tassa regionale sui redditi delle persone fisiche. Ci siamo quindi chiesti: "Di quanto dovrebbe aumentare l'aliquota IRPEF in ogni regione per ottenere lo stesso ammontare di risorse che lo Stato centrale garantisce attraverso i trasferimenti?".

 

La tabella 3 fornisce la risposta, indicando per tutte le regioni a statuto ordinario l'aliquota IRPEF regionale necessaria a compensare i trasferimenti dello Stato centrale (in assenza cioè dei  meccanismi perequativi esistenti). Per esempio la Lombardia potrebbe coprire i mancati trasferimenti dello Stato centrale imponendo un'aliquota IRPEF regionale di appena lo 0.66%, mentre la Calabria sarebbe costretta a introdurre un' IRPEF regionale del 24%. Queste cifre servono essenzialmente a dare una misura delle disparità e degli ammontari in gioco quando si parla di federalismo fiscale. Inoltre, queste stime sono a funzioni date; quando le Regioni otterranno anche le nuove funzioni attribuite  dalla nuova Costituzione il divario sarà ancora più marcato, perché la spesa pro-capite delle funzioni statali devolute è molto più alta al Sud che al Nord.

 

Difficile che il nuovo sistema possa reggere sul piano economico

Naturalmente, la nuova Costituzione prevede anche che venga mantenuto un meccanismo perequativo che dovrebbe avvicinare le dotazioni finanziarie delle diverse Regioni, controbilanciando così questo effetto. Tuttavia, non è specificato l'ammontare. La nuova Costituzione potrebbe anche essere compatibile, in alcune interpretazioni, con un livello basso di perequazione, che darebbe adito a offerte nei servizi differenziati tra le Regioni. Ma anche ipotizzando che l'esistenza di forti disparità tra regioni nell'erogazione dei pubblici servizi sia politicamente accettabile, è dubbio che un sistema di questa natura possa reggere sul piano economico.

In primo luogo, occorrerebbe stabilire i criteri in base ai quali, ad esempio, i cittadini possano essere curati in un ospedale o frequentare un'università di loro scelta su tutto il territorio nazionale.  In altre parole bisognerebbe instaurare dei divieti per impedire ad esempio che malati gravi residenti in  regioni povere possano accedere alle cure più sofisticate fornite dagli ospedali pubblici ubicati in regioni ricche.

In secondo luogo, i residenti delle regioni con tassazione più alta o servizi peggiori (o entrambi) tenderebbero ad emigrare verso le regioni a tassazione più bassa e/o servizi migliori. Tra l'altro non sarebbe neanche necessario emigrare nel vero senso della parola basterebbe cambiare la residenza sulla carta, senza effettivamente andare a vivere altrove. Al momento, di fatto non esistono impedimenti seri ad eleggere la propria residenza legale presso un amico o un parente che viva in un'altra città. Se tali impedimenti venissero introdotti, bisognerebbe farli rispettare attraverso controlli costosi e farraginosi. In parole povere, sarebbe impossibile  impedire alla gente di aggirare il sistema. Il risultato ultimo sarebbe che le regioni più povere subirebbero un deflusso di popolazione e comunque di base imponibile, poiché la maggior parte dei tributi regionali (come appunto l'addizionale sull'Irpef) viene ripartita sulla base della residenza legale del percettore e, quindi, avrebbero ancora maggiori difficoltà a coprire le spese, mentre quelle con servizi migliori sarebbero chiamate ad un impegno di spesa maggiore.

 

Queste non sono solo ipotesi teoriche. Negli Stati Uniti, per esempio, moltissime persone che lavorano a New York o a Washington risiedono formalmente in stati vicini come il Connecticut o il Maryland per evitare di pagare le altissime aliquote locali tipiche delle città con estese sacche di povertà e usufruire dei servizi pubblici migliori (soprattutto istruzione e sanità) erogati dagli stati più ricchi. Tenere presente queste esperienze consentirebbe di evitare spiacevoli errori nella elaborazione  del nuovo sistema finanziario per le regioni riformate.