Logo stampa
 
 
 
Facebook.com twitter oknotizie FriendFeed
  Invia la notizia PDF dell'articolo

ALL'UNIVERSITÀ COL PRESTITO D'ONORE? NO, GRAZIE

di Daniele Checchi e Marco Leonardi 20.12.2011

Le tasse universitarie italiane sono troppo basse. E il problema è particolarmente impellente in un contesto di costante riduzione del Fondo di finanziamento ordinario. Ma un innalzamento significativo finanziato tramite indebitamento è da evitare. Soprattutto perché rischia di vanificare il frutto migliore della riforma del 3+2: l'accesso generalizzato all'università. Meglio allora decidere un moderato e generalizzato aumento delle tasse. Dovrebbe essere ben accolto anche dagli studenti di famiglie più povere perché serve a far contribuire di più chi più ha.

Il tema delle tasse universitarie in Italia torna spesso nel dibattito politico ma è un tema poco apprezzatto dall'opinione pubblica Lo ha ben documentato l'Istat all’ultimo festival dell’Economia di Trento in  un sondaggio svolto  su un campione di mille persone in occasione del nostro dibattitto dal titolo " E' giusto alzare le tasse universitarie". Così come i presenti in sala, la maggior parte degli intervistati ha dato una risposta negativa a questa domanda.

PRESTITI D'ONORE E AVVERSIONE AL RISCHIO

La recente proposta avanzata da Andrea Ichino e Daniele Terlizzese solleva nuovamente il problema della contribuzione degli studenti al finanziamento dell’università italiana. (2) Tre ci sembrano i punti di forza della loro proposta:

1) l’università italiana è sotto finanziata in confronto agli altri paesi Oecd, e in queste condizioni non può offrire formazione di qualità, non potendo competere nel mercato internazionale della docenza;
2) l’attuale meccanismo di finanziamento dell’università è iniquo perché regressivo (fa pagare ai poveri il finanziamento dell’università dei ricchi);
3) l’attuale tetto legislativo alla contribuzione studentesca pari al 20 per cento (vedi anche "Più tasse universitarie, ma con più borse di studio", di Gilberto Muraro) azzera la possibilità di competizione tra atenei, e all’interno di questi tra facoltà e dipartimenti.

Pur essendo convinti della validità di ciascun argomento singolarmente considerato, riteniamo che un innalzamento significativo delle tasse universitarie (Ichino e Terlizzese arrivano a ipotizzare fino a un massimo di 7.500 euro annui) finanziato tramite indebitamento sia da evitare nel nostro paese, per due ragioni fondamentali.
La prima è che gli individui hanno un diverso grado di avversione al rischio: a un futuro ugualmente incerto reagiscono in modi molto diversi. A riprova, prendiamo un esempio tratto dall’indagine che ogni due anni la Banca d’Italia compie tra le famiglie italiane. Nell’indagine condotta nel 2000 si è chiesto agli intervistati quanto fossero disposti a pagare per comprare un biglietto per partecipare a una lotteria molto semplice: lanciando una monetina, se usciva “testa” non si guadagnava nulla, se invece usciva “croce” si guadagnavano 10 milioni. (3) Ebbene, un quarto dei rispondenti sembra non capire l’alternativa, in quanto chiede di essere pagato per partecipare, e ben il 60 per cento non è disposto a pagare nulla, per non rischiare di perdere il costo del biglietto in caso di uscita di “testa”. Se ci limitiamo a coloro che sono disposti a partecipare alla scommessa, i valori medi delle loro offerte sono riportati nella tabella, disaggregati per titolo di studio posseduto e per età del rispondente.

 

 

20-30

31-40

41-50

51-65

totale

nessun titolo

100

7.33

34.67

33.13

32.87

licenza elementare

50.33

37.55

62.35

53.94

55.07

licenza media

48.02

64.54

60.03

51.05

55.71

diploma professionale (3 anni)

74.13

69.93

55.06

57.31

64.71

diploma media superiore (5 anni)

56.86

56.66

63.16

62.7

59.12

laurea/laurea triennale/magistrale/dottorato

53.44

75.82

64.33

56.11

64.4

Totale

54.58

61.34

61.02

53.68

57.41

 

Ovviamente, la disponibilità nell’accettare una scommessa dipende da tanti fattori, primo fra tutti la ricchezza posseduta o i vincoli di spesa, ma anche il genere, il titolo di studio e le origini sociali di provenienza.
Come verrebbe affrontata, allora, la scelta dell’iscrizione all’università qualora costasse l’equivalente di mezzo anno di lavoro? Quante persone si ritirerebbero prima ancora di affrontare la scommessa? Specialmente quando le probabilità sono molto più incerte e sconosciute di un semplice testa o croce. A partire dal prossimo anno, in Gran Bretagna le tasse universitarie salgono da 4mila a 10mila sterline, accompagnate da una estensione dei prestiti restituibili successivamente all’entrata sul mercato del lavoro. Quell'esperienza sarà un buon banco di prova degli effetti della proposta. I dati preliminari segnalano una riduzione delle iscrizioni di circa il 15 per cento.
Ichino e Terlizzese si preoccupano di dimostrare che un sistema di prestiti condizionato ai guadagni futuri è molto diverso da quello in vigore negli Stati Uniti dove i prestiti devono essere restituiti incondizionatamente. (4) Sostengono anche che il rimborso condizionato è il modo migliore per limitare l’effetto negativo dell’avversione al rischio sulle iscrizioni. Tuttavia, alcuni lavori proprio sul fenomeno nei dati Banca d’Italia mostrano come chi proviene da famiglie poco istruite sia spesso molto più avverso al rischio di chi ha un’istruzione superiore e non comprenda facilmente il menù di opportunità e rischi. Visti i dati precedenti, probabilmente non comprenderebbe neppure il sistema proposto.
È chiaro che l’investimento in istruzione universitaria è un investimento incerto da molti punti di vista: incerto è il conseguimento finale del titolo; incerti sono i redditi futuri; e incerta è la probabilità d’impiego corrispondente all’indirizzo di studi che si è scelto. Studenti avversi al rischio difficilmente prenderanno a prestito denaro per studiare. Preferiranno utilizzare la classica strategia perseguita fino ad oggi da parte di chi ha problemi di finanziamento: lavorare e studiare.
Esiste poi un fattore specifico dell’Italia che rende i prestiti meno attraenti. Nel nostro paese il premio di laurea (la differenza tra un salario medio percepito da un diplomato e da un laureato) è tradizionalmente basso, attorno al 5-6 per cento, e probabilmente in calo dopo la riforma 3+2 che ha prodotto triennalisti difficilmente distinguibili da diplomati con tre anni di esperienza lavorativa. Con un premio di laurea così basso e rendimenti incerti e su un trend decrescente, chi prenderebbe a prestito cifre considerevoli per pagarsi l’università?
Se da un lato non conosciamo quindi quale sarà la reazione degli studenti e delle loro famiglie a un incremento potenzialmente drastico delle tasse universitarie, dall’altro siamo però coscienti che in Italia è attualmente in corso una drammatica redistribuzione intergenerazionale a scapito delle nuove generazioni (si veda al riguardo l’articolo di Biasi, Pellizzari e Poggi). Per questo, riteniamo iniquo accollare ulteriore debito alle future generazioni. Che ci piaccia o meno (e a noi non piace sicuramente), le tasse universitarie attuali sono pagate dalla generazione dei genitori, che per questa via restituisce intergenerazionalmente una parte dei benefici che ha ottenuto da un welfare poco equo.

IL CONTRIBUTO EQUO E SOSTENIBILE

Che le tasse universitarie italiane siano troppo basse è già stato sostenuto su questo sito (vedi per esempio Checchi e Rustichini). Il problema è particolarmente impellente in un contesto di costante riduzione del Fondo di finanziamento ordinario, che pone un tetto massimo alla contribuzione e che viene sistematicamente sfondato dagli atenei. Tuttavia, il nodo è squisitamente politico, e come tale deve essere affrontato. Qual è il contributo studentesco ai bilanci universitari che si ritiene socialmente equo e sostenibile? Attualmente la contribuzione universitaria sul totale delle entrate incide per il 12,9 per cento a livello nazionale. (5) Noi riteniamo che una soglia ragionevole che possa essere assegnata agli atenei come punto di riferimento sia quella del 20 per cento del totale delle proprie entrate: stiamo parlando di quasi raddoppiare le attuali tasse universitarie. (6) D’altronde, anche gli altri paesi europei sembrano molto restii a seguire la Gran Bretagna sul terreno dell’innalzamento delle contribuzioni , e anzi alcuni vanno in direzione diametralmente opposta. (7) Né la contribuzione nelle Ivy league universities americane raggiunge soglie di questa entità: nelle università di Harvard, Princeton e Yale le tasse universitarie (tuition fees) hanno un gettito (al netto di degli interventi di sostegno allo studio - financial aid) che copre rispettivamente l'8,3 per cento, il 7 per cento e l’8,9 per cento del totale delle spese.
All’interno delle università ci deve essere spazio anche per i prestiti d’onore e per corsi di eccellenza che possono costare più di quelli standard e quindi richiedere prestiti d’onore. Se l’opt out parziale per alcuni corsi può apparire opzione ragionevole in linea di principio, ci sembra che il sistema proposto per la sua complessità e novità sia più adatto a un opt out completo di interi atenei, per esempio alcuni politecnici. Ma allora ci chiediamo se davvero sia desiderabile una riconfigurazione del sistema universitario italiano a macchia di leopardo, dove alcuni atenei, pur di origine pubblica, si muoverebbero in contesti di quasi mercato, mentre altri continuerebbero a essere sovvenzionati in massima parte dallo stato. E quanto conterebbe nella scelta la composizione sociale dei territori in cui si trovano gli stessi atenei?
L’innalzamento generalizzato non può essere il nuovo sistema di finanziamento standard di un sistema universitario che solo oggi, dopo decenni, ha raggiunto percentuali di iscrizioni “europee”, con il 70 per cento dei diplomati di scuola superiore che vi si iscrive e il 50 per cento che si laurea, e che quindi si avvia a migliorare per via “naturale” il problema della redistribuzione perversa. Oggi davvero l’università italiana è alla portata di tutti, ricchi e poveri, e un moderato aumento delle tasse è giusto e dovrebbe essere benvenuto anche dagli studenti di famiglie più povere: l’aumento delle tasse serve a far contribuire di più chi può. Il passaggio a un sistema di prestiti d’onore generalizzato rischia invece di farci perdere quel poco che abbiamo ottenuto in questi dieci anni: l’accesso generalizzato all’università, che è forse il frutto migliore della riforma del 3+2.
Né vale a nostro parere l’idea di lasciare gli atenei liberi di fissare i livelli contributivi che vogliono, se non entro limiti ragionevoli, dal momento che percepiscono il contributo pubblico. Si persegue per questa via un obiettivo giusto (la differenziazione di sistema) con uno strumento sbagliato. La competizione tra gli atenei va stimolata con altri mezzi, tra cui quello principe è la distribuzione incentivante dei fondi pubblici.



(1)
NOTA SU FESTIVAL TRENTO
(2)
Vedi Sole-24Ore del 26/11/2011 – ripreso in Scienzainrete – saggio completo qui
(3) La domanda era “Le si prospetta l’opportunità di acquistare un titolo che, domani stesso, con uguale probabilità varrà 10 milioni o zero. Lei, quanto sarebbe disposto a pagare, al massimo, per acquistare questo titolo?”
(4) Ma anche questo è a rischio - si veda l’articolo di Huffington Post qui
(5) È la media tra il 15,3 per cento del Nord-Est e il 10,3 per cento delle Isole – tabella 6.8 dell’undicesimo rapporto Cnvsu.
(6) Si noti che non stiamo prendendo una soglia in riferimento al Ffo, ma in riferimento al totale delle entrate. In questo modo, quando anche l’Ffo calasse, le università avrebbero un incentivo a cercare fonti alternative di finanziamento per non essere costrette a ridurre le tasse universitarie (come oggi dettato dal Tar lombardo per l’ateneo pavese, che ha superato la mitica soglia del 20 per cento dell’Ffo).
(7)
Si veda in proposito il Cesifo database on university tuition – pag. 56.