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QUEGLI EQUIVOCI SULL'ACQUA

di Marco Ponti 08.10.2010

La socialità di un servizio pubblico non ha molto a che vedere con la sua produzione. Ma a parità di risorse e di tariffe, meno la produzione è efficiente, meno servizi si possono fornire ai cittadini. Il referendum per l'acqua è un esempio della confusione tra i due concetti. La produzione in condizioni di monopolio, pubblico o privato, tende a essere inefficiente, mentre le gare periodiche di affidamento sono perfettamente compatibili con il massimo di socialità e favoriscono l'efficienza. Quello che davvero manca nella riforma è una Authority indipendente per il settore.

Da internet

 

La raccolta di firme per il referendum “contro la privatizzazione dell’acqua”, forte di 1.400.000 adesioni e di slogan del tipo “l’acqua è di tutti”, “stop alla privatizzazione dei servizi sociali” e  anche un articolo di Vandana Shiva, di analogo contenuto, sembrano purtroppo frutto di un grave confusione di concetti economici e di obiettivi politici. (1)
Proviamo a vedere come si può argomentare questa drastica affermazione.

PRODUZIONE EFFICIENTE E SOCIALITÀ

La socialità di un servizio pubblico (trasporti, acqua potabile, servizi postali, elettricità eccetera) dipende da quanti servizi si vogliono produrre e per chi li si vuole produrre: una distribuzione universale, o limitata ad alcuni gruppi sociali e così via. Ma dipende soprattutto dalle quali tariffe alle quali li si vogliono vendere. Potrebbe trattarsi di tariffe che coprono interamente i costi, o al limite opposto, se si attribuisce grande valore sociale a un servizio, anche a tariffe nulle (un servizio gratuito), o tariffe differenziate per categorie socioeconomiche o localizzative degli utenti. Si tratta di scelte politiche comunque legittime, che implicano appunto la scelta tra priorità diverse, in contesti in cui le risorse pubbliche siano scarse. La legittima diversità può discendere anche dal fatto che realtà locali diverse possono avere problemi, e quindi priorità, diverse.
La produzione dei servizi pubblici non ha quasi nessun nesso con la socialità. Dipende invece fortemente da come tali servizi sono prodotti: si possono ottenere con sprechi, tecniche antiquate, con assunzioni clientelari. Oppure in modo efficiente, con il minimo di risorse a parità di quantità e qualità del prodotto che si vuole erogare ai cittadini, indipendentemente dalle tariffe che si intende far pagare, purché il produttore abbia le risorse finanziarie necessarie a effettuare il livello efficiente degli investimenti. Risorse che possono arrivare dai ricavi tariffari, ma anche da espliciti e trasparenti sussidi pubblici.
Socialità e produzione inefficiente sono due cose non solo diversissime, ma in realtà addirittura in contraddizione: meno la produzione è efficiente, meno servizi si possono fornire ai cittadini, a parità di risorse e di tariffe. Per esempio, se i trasporti pubblici italiani fossero prodotti con livelli di efficienza simili a quelli francesi o inglesi, in molti contesti il servizio, a parità di risorse pubbliche, potrebbe essere del tutto gratuito (se così si volesse).
Ora, la produzione in condizioni di monopolio, pubblico o privato, tende a essere inefficiente, e ciò per ragioni “naturali” (a parte le infrazioni penali….): non vi sono pressioni reali all’efficienza e prevalgono le rendite, se i gestori sono privati, o altre distorsioni se sono pubblici (soprattutto meccanismi di “voto di scambio” o negligenza nel far pagare le tariffe per ragioni di consenso, o la scarsa attenzione ai costi delle forniture: la casistica è davvero vasta).
Le gare periodiche di affidamento sono perfettamente compatibili, volendo, con il massimo di socialità (si possono fare gare anche per servizi gratuiti), e incentivano l’efficienza della produzione: la gara seleziona, a ogni tornata, l’impresa pubblica o privata che chiede meno fondi pubblici o offre minori tariffe o maggiori servizi agli utenti, secondo la natura del bando che ogni amministrazione deciderà. Se poi le amministrazioni pubbliche sono loro stesse inefficienti o corrotte, si provi a immaginare quali risultati conseguiranno con la produzione diretta dei servizi, in cui di fatto non c’è nessun controllo “terzo”. La competizione per l’affidamento, poi, “crea poliziotti aggiuntivi”: sono i concorrenti stessi, che saranno molto attenti a verificare che non vi siano stati brogli che possano danneggiarli.
Infine, con le gare la situazione nel peggiore dei casi rimane identica a quella attuale: vincerà l’“incumbent”, il che vorrà dire che il produttore attuale è sufficientemente efficiente. Si può solo migliorare.

AUTHORITY NECESSARIA

Il referendum per l’acqua citato all’inizio è un esempio tragico in cui è stata confusa la socialità con l’efficienza. Se un’amministrazione locale non vuol non far pagare il servizio idrico, è sempre libera di farlo: vuol dire che potrà erogare meno trasporti pubblici e altro. Sulla confusione si potrebbe sorvolare, se non fosse promossa con tanto entusiasmo da soggetti evidentemente in buona fede e animati da istanze lodevoli, per cui sembra necessario evitare in tutti i modi che si perdano in pericolosi slogan e luoghi comuni, di sapore vagamente populistico.
Tuttavia, due cose non sembrano condivisibili nella riforma attuale: la prima è l’incentivo alla costituzione di società miste, che secondo la cultura anglosassone non sono foriere di sviluppi positivi, se non sono strettamente limitate nel tempo. In secondo luogo, sembra grave la mancanza di un’autorità di regolazione indipendente per il settore, che garantisca gli utenti dal perpetuarsi del monopolio, fortemente voluto, si badi, anche dalle amministrazioni locali, contro gli interessi degli utenti o dei contribuenti in caso di servizi sussidiati. Il sindaco di Milano, per esempio, si è immediatamente dichiarata contraria alle gare per l’acqua.
Si sono levate in verità timide voci in favore della sua costituzione. Vedremo, ma c’è da essere scettici perché l’attuale governo non sembra amare particolarmente le autorità indipendenti.

(1)L’articolo di Vandana Shiva è stato pubblicato in prima pagina su “La Repubblica” del 19 agosto 2010.