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MARCHIONNE: TANTE DICHIARAZIONI, UNA STRATEGIA

di Carlo Scarpa 27.07.2010

La Fiat è stata al centro di tanti avvenimenti negli ultimi mesi. Mettere ordine in questa storia fa emergere una tendenza ad una internazionalizzazione sempre più spinta. Il ruolo dell'Italia nei piani di Fiat sarà sempre più limitato. Tanto che non si capisce se i progetti Fabbrica Italia erano solo fumo negli occhi, o il tentativo di far passare delle scelte (legittime) ormai compiute come colpe del sindacato.

Sergio Marchionne, ad del Gruppo Fiat - © FIAT S.p.A

 

Da diversi mesi Fiat è protagonista di una serie di azioni e annunci, sui quali potrebbe essere utile mettere ordine. Dopo l’acquisizione di una quota significativa in Chrysler e il tentativo di acquisire Opel (tentativo fallito anche perché alla fine Opel non è stata venduta), in aprile è stato lanciato il programma Fabbrica Italia, un piano ambizioso fatto di ampliamenti della capacità produttiva, della chiusura di Termini Imerese, del potenziamento di Pomigliano (riportando in Italia produzioni oggi effettuate in Polonia). L’inizio dell’attuazione di questo piano – la diatriba su Pomigliano, il referendum ecc. – ha già avuto luogo, sollevando i problemi che conosciamo. Poi, l’annuncio della creazione e quotazione separata di due imprese (da una parte l’auto, dall’altra il resto) e infine l’annuncio dello spostamento di produzioni da Mirafiori alla Serbia.
La sola elencazione degli avvenimenti verificatisi in questi pochi mesi è così lunga da lasciare perplessi. Che esista una strategia volta all’espansione è evidente e comprensibile. Ma le forme che questa strategia assume in Europa lasciano perplessi. E l’attuazione di questa strategia, ancora di più.

FABBRICA ITALIA: COSA C’È OLTRE GLI ANNUNCI?

In particolare si fatica a ravvisare una coerenza nei progetti attorno all’etichetta Fabbrica Italia. Fin dall’inizio aveva destato dubbi l’idea di espandere la capacità produttiva in un settore nel quale da parecchi anni si denuncia l’eccesso di capacità produttiva, almeno in Europa. Acquisire Opel poteva avere un senso, creare nuovi impianti, soprattutto in Italia, meno.
Riguardo all’Italia gli elementi di dubbio erano ancora maggiori. Chiudere Termini forse è inevitabile. La posizione dell’impianto è infelice. L’impianto è probabilmente troppo piccolo per potere conseguire economie di scala rilevanti. Nonostante sforzi di decenni, attorno a Termini Imerese resta una specie di deserto nel quale le industrie locali non sono fiorite come si sperava. Espandere Pomigliano è parsa invece da subito una scelta molto coraggiosa. Tanto coraggiosa da sembrare quasi velleitaria.
Se proprio vogliamo espandere la capacità produttiva, perché farlo in Italia quando esistono in giro per il continente diverse alternative caratterizzate da costi del lavoro minori, possibilità di sviluppo infrastrutturale più favorevoli, maggiori capacità dei governi locali di incentivare gli investimenti? Sembrava un gesto di vera responsabilità sociale rispetto all’Italia, paese che aveva dato tanto alla Fiat (ma, ricordiamo, al quale comunque la stessa Fiat aveva dato tanto: difficile fare i conti in modo preciso).
Ma Fiat ha veramente intenzione di effettuare questo investimento? Visto come ha gestito la partita, i dubbi credo siano legittimi. Le proposte ai sindacati come contropartita erano tutto sommato ragionevoli (condividiamo le opinioni già espresse da Pietro Ichino) ma la mancanza di un accordo ha aperto scenari complessi. Anche il referendum non era uno strumento molto utile. Perché il problema di Fiat non era la maggioranza, ma convincere la quasi totalità dei lavoratori a seguirla. Solo a queste condizioni avrebbe avuto una speranza di dire basta all’assenteismo. Non una certezza, ma almeno una speranza.
La Fiom ha detto di no al contratto, e molti dipendenti con lei. Ha detto di no ai principi del contratto, e a questo punto l’unica speranza della Fiat sarebbe stata – una volta subito il no di principio – di cercare invece l’accordo con Fiom sulle cose concrete. Da lì a poco, si sono invece avuti alcuni comportamenti di insolita durezza proprio contro sindacalisti Fiom in altri impianti: la cosa giusta da fare se si voleva rompere con Fiom e essere “costretti” a rinunciare al progetto di Pomigliano, non certo se il fine era invece l’accordo.  Sarò lieto di essere sorpreso nel futuro, ma a oggi le probabilità che il rilancio di Pomgliano avvenga non sono molte, a meno che non intervengano masse di denaro pubblico.
È  poi difficile da inquadrare in Fabbrica Italia anche l’idea di spostare produzioni dal Piemonte alla Serbia. Ma se mettiamo questo insieme alla chiusura di Termini Imerese e al probabile fallimento di Pomigliano, cosa resta dell’intero progetto? Parrebbe nulla. Era una finzione? Fatichiamo a crederlo, ma le spiegazioni alternative non sono tante.

 FIAT AUTO SEMPRE PIÙ INTERNAZIONALE. ABITUIAMOCI.

In parallelo, lo spin off di Fiat auto, che da qui a pochi mesi acquisirà lo status di impresa separata e indipendente.  Il senso finanziario della cosa è evidente: le imprese troppo complesse non piacciono ai mercati, che le vedono come dei “portafogli” di titoli. Ma ogni investitore preferisce decidere lui stesso cosa mettere nel suo portafoglio; quindi, di norma meglio avere titoli più identificabili. Ma dal punto di vista industriale?
Sotto questo profilo la separazione può servire o per consentire alla famiglia Agnelli di uscire dall’auto, o per attirare nuovi partner interessati all’auto (ma non al resto). Dopo lo sforzo e la scommessa su Chrysler, la prima opzione sembra poco logica, mentre la seconda lo è di più. Ma, attenzione, questo ragionevolmente significa un baricentro dell’impresa sempre più lontano dall’Italia. Sia come produzioni (i mercati in maggiore espansione non sono certo quelli nostrani) sia come centro di comando (a meno che i nuovi partner siano italiani, ma non si vede chi).
In questa chiave, il progetto Fabbrica Italia ha sempre meno significato. Investire su Pomigliano è difficile da giustificare. L’investimento in Serbia, con tanto denaro pubblico che l’Italia non può mettere sul tavolo, ha invece molto più senso. Questa chiave di lettura avvalora il sospetto che il progetto di ampliare le produzioni in Italia (e la sua gestione) fossero solo un modo per poter dire “ci abbiamo provato, ma i sindacati non ci hanno voluto”.
Non sarebbe un finale che fa bene all’Italia. Ma ci dobbiamo abituare all’idea che se vogliamo che un’impresa (anche se legalmente italiana) investa in Italia e non altrove occorre che questa impresa trovi qui le condizioni più favorevoli. Aiuti di stato, faremo sempre più fatica a darne sia perché in cassa lo Stato ha poco, sia perché l’Europa è sempre più esigente a riguardo. Se le condizioni infrastrutturali, le pastoie burocratiche e le relazioni industriali restassero quelle che sono, forse non sarebbe così strano se Fiat se ne andasse. Ma non sarebbe meglio se lo dicesse chiaramente, invece di investire in costosi spot sul futuro dell’Italia?