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LE RAGIONI DELL'IRAP

di Vincenzo Visco 23.10.2009

L'Irap è stata introdotta come strumento di razionalizzazione e semplificazione di un sistema tributario deformato e distorto. Non è un'imposta sul reddito delle imprese, ma un'imposta su tutti i redditi riscossa dalle imprese per conto dello Stato. E' anche a prova di elusione. La riduzione delle imposte è un obiettivo condivisibile, bisogna però chiedersi se esistono altre forme di prelievo più efficienti e meno distorsive. Cercando di ragionare con serietà, senza fare danni e soprattutto senza dimenticare gli insegnamenti della teoria economica.

È in corso da qualche giorno un dibattito sulla opportunità di ridurre o abolire l’Irap, dibattito che si svolge in modo superficiale, spesso inconsapevole e talvolta surreale, come quando si dice: lo ha fatto la Francia, facciamolo anche noi.
Si dà il caso, però, che Nicolas Sarkozy abbia proposto un riforma della imposizione locale e una sua riduzione, e di introdurre al suo posto l’Irap. Si prevede infatti l’introduzione di una imposta progressiva (e non proporzionale, come l’Irap) sul valore aggiunto delle imprese, più un prelievo fondiario sugli immobili posseduti, il tutto con la condizione che la somma delle due componenti non superi il 3 per cento del valore aggiunto aziendale. In sostanza, sia pure in modo un po’ contorto e distorsivo, in Francia vogliono introdurre un’imposta locale sul valore aggiunto, come è per l’appunto l’Irap.

UNA RAZIONALIZZAZIONE DEL SISTEMA

E questo è il primo punto da sottolineare. L’Irap infatti fu introdotta come strumento di razionalizzazione e semplificazione di un sistema tributario deformato e distorto come era quello uscito dalla manovra straordinaria del 1992. Essa sostituiva, con aliquota del 4,25 per cento, sei diversi prelievi: l’Ilor (con aliquota del 16,2 per cento), i contributi sanitari (con aliquota formale del 10,6 per cento sui salari), l’imposta patrimoniale (con aliquota dello 0,75 per cento sul capitale proprio, equivalente in realtà a un ulteriore prelievo sui profitti del 5-10 per cento), l’Iciap, la tassa sulla partita Iva, le tasse di concessione comunali. Tutte imposte distorsive gravanti sulle imprese che venivano sostituite da un unico prelievo sul valore aggiunto, cioè sul reddito prodotto, assolutamente neutrale rispetto all’uso dei fattori della produzione e alle fonti di finanziamento delle imprese. Èsingolare che questa caratteristica che ha fatto sì che l’Irap venisse definita “la migliore approssimazione a una buona imposta locale sulle imprese che oggi esista”, sfugga a economisti del livello di Francesco Giavazzi e Guido Tabellini. (1)
Così come non dovrebbe essere irrilevante dal loro punto di vista il fatto che l’Irap si ispira al paradigma fondamentale elaborato dalla teoria economica in materia di riforme fiscali negli ultimi lustri: imposte con ampia base imponibile e basse aliquote per ridurre gli effetti distorsivi (eccessi di pressione) e garantire neutralità del prelievo.
In sostanza, quindi, l’Irap è un’imposta sul reddito prodotto prelevata per ragioni di semplicità amministrativa al momento della produzione del reddito, che colpisce tutte le componenti del valore aggiunto netto in modo uniforme.
Non si tratta quindi di un’imposta sul reddito delle imprese, ma di un’imposta su tutti i redditi riscossa dalle imprese per conto dello Stato, come i contributi sociali, le ritenute alla fonte, le accise, la stessa Iva. L’unica differenza è che per l’Irap non è prevista una rivalsa esplicita, problema che può preoccupare giuristi o contabili, ma non economisti consapevoli del fatto che le imposte si trasferiscono o meno a seconda delle condizioni di mercato e non certo delle condizioni giuridico-contabili.
Quindi, il fatto che l’Irap colpisce il lavoro (molto meno, tuttavia, dei contributi sanitari precedenti) è argomento irrilevante se ci si pone la domanda corretta: è giusto o no che tutti i fattori della produzione (tutti i redditi) contribuiscano alle spese locali? In realtà, con l’introduzione dell’Irap al posto dei contributi sanitari si è operato uno spostamento di prelievo dal lavoro al capitale in quanto l’Irap è neutrale e la tassazione precedente penalizzante per il lavoro. Questo è uno dei motivi del mancato gradimento dell’imposta da parte delle imprese e dei loro consulenti, che trascurano però il fatto che il gettito dell’Irap, a consuntivo, risultò inferiore a quello delle imposte sostituite di circa 0,7 punti di Pil, comportando quindi uno sgravio di imposta consistente e un vantaggio sia per il lavoro che per il capitale. (2)
L’altro motivo di antipatia dell’Irap da parte dei consulenti fiscali è che si tratta di un’imposta a prova di elusione e quindi non facilmente addomesticabile.

LA QUESTIONE DELLA DEDUCIBILITÀ

Un’altra diffusa obiezione all’Irap riguarda la sua indeducibilità. Oggi la questione è teoricamente superata dalla previsione di una deducibilità forfettaria del 10 per cento. Ma anche questo è un falso problema: ogni persona sensata comprende perfettamente che, a parità di gettito, è irrilevante avere una aliquota del 4 per cento indeducibile o un’aliquota dell’8-10 per cento deducibile. Mentre gli economisti dovrebbero convenire sul fatto che un’aliquota più bassa provoca minori eccessi di pressione. Inoltre, da sempre gli esperti di finanza pubblica e federalismo fiscale ritengono che le imposte locali non dovrebbero essere deducibili da quelle statali, per evitare che decisioni relative alle imposte locali autonomamente prese dai governi locali, si traducano in un costo indebito (perdita di gettito) per il governo centrale,
Analogamente si lamenta che una impresa in perdita è tenuta a pagare l’Irap. Ma l’Irap non è un’imposta sulle imprese, bensì sul reddito prodotto; riguarda le imprese esclusivamente per la quota parte relativa ai profitti; e se l’impresa è in perdita non vi sono profitti e non vi è Irap. Chi versa un’imposta non è necessariamente lo stesso che la paga: i salari dei lavoratori o gli stessi interessi passivi versati alle banche non sono redditi dell’imprenditore e comunque non sono nella sua disponibilità, e analogamente non riguardano l’impresa e l’imprenditore i prelievi relativi a questi redditi, e quindi le relative quote parti dell’Irap.
Naturalmente ridurre le imposte è un obiettivo condivisibile, e dunque anche ridurre l’Irap. Ciò è stato fatto recentemente dal governo Prodi che ha diminuito sia l’aliquota dell’Irap, passata dal 4,25 al 3,9 per cento, sia la base imponibile relativa al costo del lavoro, escludendo dalla stessa i contributi sociali. Se ci fossero le risorse non avrei molto da obiettare neanche alla sua abolizione (o anche a quella dell’Irpeg, dell’Irpef o dell’Iva). Ma in mancanza di risorse sufficienti a coprire poco meno di 40 miliardi di gettito (di cui oltre 27 prelevati dal settore privato), la domanda - retorica - cui rispondere è: esistono altre forme di prelievo alternative, più efficienti e meno distorsive?
Giavazzi propone di ricorrere ai soldi stanziati per i Tremonti bond, in realtà si tratta di una stanziamento una tantum, e una posta finanziaria non utilizzabile per la finalità indicata. Tabellini propone di aumentare l’Iva per ridurre l’Irap, ritenendo che ciò riduca le distorsioni. In verità l’Irap è neutrale, mentre l’Iva è l’imposta più evasa del sistema tributario italiano, e quindi inefficiente e distorsiva: le aliquote Iva in Italia sono infatti tra le più elevate d’Europa e il gettito uno dei più bassi. L’obiettivo da porsi quindi è quello di ridurre l’evasione dell’imposta - cosa che è stata fatta con qualche successo tra il 2006 e il 2008 - e non certo aumentare le aliquote. O, che è lo stesso, trasferire beni ad aliquota ridotta a quella ordinaria. Cipolletta sostiene che bisognerebbe sostituire l’Irap con un aumento dell’Irpef, previo un incremento dei salari; dimentica però che l’Irpef è essenzialmente un’imposta sui soli redditi da lavoro e in particolare su quelli da lavoro dipendente e pensione, quindi ciò che in realtà viene proposto è un aumento del cuneo fiscale sul lavoro.
E allora? Allora cerchiamo di ragionare con serietà e lucidità rimanendo aderenti alla realtà, evitando di fare danni, e soprattutto non dimenticando gli insegnamenti della teoria economica.


(1) La definizione è di R. Bird, “A new look at local business taxes”, Tax Notes International, 2003.
(2) Il minor gettito fu recuperato dall’emersione di materia imponibile evasa, fenomeno molto rilevante nel periodo 1996-2000, come tra il 2006 e il 2008.