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IL VOTO EUROPEO DEI RAGAZZI DEL MILLENNIO

di Paolo Balduzzi e Alessandro Rosina 22.05.2009

Alle elezioni europee voteranno per la prima volta circa 31 milioni di Millennials, i ragazzi diventati maggiorenni nel XXI secolo. Negli Stati Uniti questa generazione è stata determinante per l'elezione di Obama. In Italia sono meno che negli altri paesi e paradossalmente hanno anche maggiori limiti di partecipazione alle elezioni rispetto ai coetanei europei. Come valorizzare la loro voglia di fare? Abbassando a sedici anni l'età del voto e modificando le regole per la cittadinanza dei figli degli immigrati.

Il 6 giugno si terranno le più ampie elezioni europee da quando esiste il Parlamento di Strasburgo. L’elettorato si estende “orizzontalmente” per effetto dell’allargamento dell’Europa che ora conta 27 paesi membri, ma anche “verticalmente” verso i giovani diventati maggiorenni dopo le precedenti votazioni. A esprimersi per la prima volta saranno in particolare coloro che hanno un’età compresa tra i 18 e i 22 anni, la cui consistenza demografica è pari a circa 31 milioni di unità, il 6,2 per cento sul totale della popolazione europea, il 5,5 per cento in Italia. Si tratta di giovani che rientrano in pieno nella generazione dei Millennials.

GRANDE VOGLIA DI CONTARE

Il termine “Millennials” è stato coniato negli Stati Uniti per indicare coloro che sono divenuti maggiorenni nel XXI secolo. (1) Una generazione ben connotata: si sono socializzati dopo la caduta del muro di Berlino, in piena epoca di globalizzazione, in permanente connessione tramite internet. In un mondo quindi molto diverso da quello dei loro genitori. Hanno maggiori competenze verso le nuove tecnologie e sono anche più aperti al confronto multietnico. Negli Usa sono stati loro uno dei motori principali dell’elezione di Barack Obama. Nel popular vote il candidato democratico ha infatti ottenuto il 53 per cento dei voti, ma si sale al 66 per cento tra gli under 30. (2) Poiché questi ultimi, nel 2008, costituivano il 18 per cento circa di chi ha partecipato alle votazioni, è possibile calcolare che senza di loro il popular vote sarebbe stato in bilico. (3)
Varie ricerche condotte negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali concordano nell’indicare i Millennials come più consapevoli, più partecipativi e meno individualisti, con maggior fiducia in se stessi e propensione al rischio rispetto agli attuali trentenni. Anche alcuni recenti dati riferiti al nostro paese sono coerenti con questo profilo. Secondo le ultime indagini Iard è aumentata sensibilmente la percentuale dei giovani italiani (15-24 anni) che considerano molto importante l’impegno sociale (dal 18 a oltre il 25 per cento) e l’attività politica (dal 2,7 al 6,1 per cento). Secondo i dati Istat, parlano tutti i giorni di politica il 9,4 per cento dei maschi 20-24enni (aumento di 5 punti percentuali dal 2000 in poi) e il 7,4 per cento delle femmine (+4,6 punti percentuali).
Anche le nuove generazioni italiane risultano essere sempre più multietniche: è in continua crescita il numero di giovani nati in Italia da genitori stranieri (valore vicino oramai a circa mezzo milione). Ed il loro peso è maggiore proprio nelle realtà sociali più produttive e dinamiche. A Milano, ad esempio, oltre un giovane su cinque è straniero.

BASSO PESO ELETTORALE

A differenza dei loro coetanei americani, e anche di alcuni vicini paesi europei, i Millennials italiani sono nati quando la fecondità italiana è scesa stabilmente sotto la media dei paesi occidentali, ovvero in piena denatalità. Una generazione quindi quantitativamente meno influente e inserita in una società in pieno degiovanimento. Ad esempio, solo in Italia (tabella 1) i Millennials (cresciuti con internet, pari a meno di 6 milioni e 400 mila) pesano meno dei 60-69enni (nati prima della televisione, pari a oltre 6 milioni e 700 mila).

Tabella 1: Popolazione residente in Italia per cittadinanza.
Confronto tra specifiche fasce d’età

 

Residenti

Stranieri

Italiani

% stranieri

18-27

6.383.913

560.596

5.823.317

8,8

60-69

6.734.039

76.896

6.657.143

1,1

                       Fonte: elaborazione su dati Istat

I giovani nati nel nostro paese oltre a essere caratterizzati da debolezza demografica, si trovano paradossalmente anche con maggiori limiti di partecipazione alle elezioni rispetto ai coetanei europei. Nella tabella 2 sono riportate le età di accesso all’elettorato attivo e passivo nei maggiori paesi europei. Èinteressante notare come negli Stati dove il peso delle nuove generazioni si sta riducendo maggiormente come conseguenza della persistente denatalità (Spagna e Germania), i vincoli anagrafici siano più bassi. Fa eccezione l’Italia, che si trova con limiti superiori a quelli della decisamente più prolifica Francia. Tra i paesi con bassa fecondità è poi da segnalare il caso dell’Austria, dove l’elettorato attivo è stato abbassato a 16 anni proprio per compensare la perdita di peso del voto giovanile.

Tabella 2: Elezioni europee e diritto di voto dei Millennials.

Confronto tra i maggiori paesi

PaeseElettorato ATTIVOElettorato PASSIVO
Germania1818
Spagna1818
Gran Bretagna1821
Francia1823
Italia1825

 

La voglia di fare, di contare, di emergere, è una risorsa sociale importante, che deve essere valorizzata e incentivata, non invece frustrata e soffocata come rischia di essere in Italia. Giusta e urgente è quindi l’eliminazione delle maggiori barriere di età che i Millennials italiani trovano all’entrata in Parlamento sia a Roma che a Strasburgo. Qual è, del resto, il motivo per cui un ventenne spagnolo o tedesco è potenzialmente considerato idoneo a rappresentare il proprio paese in Europa e un coetaneo italiano no? Ma si potrebbe anche andare oltre, estendendo ai 16-17enni (attualmente in Italia pari circa un milione e 100mila) il diritto di elettorato attivo per le elezioni amministrative.
Infine, un ulteriore modo per ridurre la perdita di consistenza del peso elettorale dei giovani è il riconoscimento del diritto di voto alle seconde generazioni di immigrati. Includerle tra i possibili elettori permetterebbe infatti di ridurre parzialmente lo svantaggio generazionale dei più giovani rispetto alle classi più anziane, come risulta evidente dai dati della tabella 1.I criteri attuali per ottenere la cittadinanza risultano essere tra i più restrittivi in Europa: chi è nato in Italia può iniziare a fare richiesta della cittadinanza solo dopo il compimento della maggiore età e a condizione che abbia mantenuto con rigorosa continuità la residenza entro i confini nazionali. Basta quindi una piccola interruzione della residenza o essere anche arrivati subito dopo la nascita per trovarsi con tempi ancora più lunghi e procedure più complicate. Criteri assurdi e poco coerenti, dai quali consegue, tra le altre cose, che una parte consistente dei giovani stranieri arriva a poter esprimere il proprio voto solo molto dopo i 18 anni. Una misura utile potrebbe quindi essere anche quella, quantomeno, di abbassare a 16 anni la possibilità di richiedere la cittadinanza per chi è nato in Italia da genitori stranieri.


(1) Il termine è stato coniato da Neil Howe e William Strass (“Millennials Rising”, 2000).
(2) Il presidente americano è scelto sulla base degli electoral college e non del popular vote, quindi non è possibile affermare con certezza che il voto sarebbe stato incerto sulla base di queste cifre. Il confronto ci sembra però comunque utile e indicativo.
(3) I dati 2008 sono ancora basati su stime e proiezioni, raccolti dalle seguenti banche dati: http://www.civicyouth.org; US Census; CIRCLE.