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MA BASILEA 2 NON C'ERA

di Andrea Resti 02.01.2009

Non sono pochi gli osservatori che imputano al Comitato di Basilea la responsabilità dei recenti dissesti bancari. In realtà, l'accordo è entrato in vigore solo nel 2008 e per i primi anni è soggetto al vincolo di non discostarsi troppo dalle regole precedenti. Gli Stati Uniti, poi, sono stati molto recalcitranti ad accettare le nuove norme. Non si migliora la situazione tornando indietro, al contrario è necessario far crescere Basilea 2. Rimediando agli errori sul rischio di tasso dell'attività bancaria tradizionale, sul rischio operativo e sul capitale delle banche.

Basilea 2 è morta: tutte le banche fallite erano in perfetta linea con questi principi normativi”. La frase, pronunciata qualche settimana fa col consueto understatement, è del nostro ministro del Tesoro. Ma oltre all’onorevole Tremonti, che non ha mai nascosto la scarsa simpatia per le nuove regole prudenziali bancarie, numerosi altri osservatori sembrano imputare al Comitato di Basilea la responsabilità dei recenti dissesti bancari.

L'ALIBI

Cominciamo allora col dire che l’imputato ha un alibi di ferro: il giorno del delitto lui non c’era. Northern Rock, Bear Stearns e Lehman Brothers, per citare solo tre vittime del serial killer delle banche, non applicavano Basilea 2. Più in generale, la nuova normativa è decollata solo nel 2008 (un po’ poco per innescare una crisi che ha radici profonde) e per i primi anni è soggetta a un vincolo (“floor”) che le impone di non discostarsi troppo dalle regole precedenti. Inoltre gli Stati Uniti, cioè l’epicentro della crisi, si sono distinti come il paese maggiormente recalcitrante nell’accettare le nuove norme, a cui hanno preferito le regole nazionali, meno sofisticate e meno risk-sensitive.
Ma forse proprio questo è il principale rimprovero che possiamo rivolgere al Comitato di Basilea: che, appunto, Basilea 2 non c’era. Se le discussioni per il nuovo accordo non avessero richiesto cinque anni, più altri quattro dalla firma dell’intesa (2004) alla sua attuazione, forse avremmo disposto di tecniche di controllo del rischio migliori e più diffuse. Questo è vero, in particolare, per due rischi cruciali nel determinare la recente crisi: il rischio di concentrazione, su singole grandi controparti e il rischio di liquidità. Entrambi sono normati da Basilea 2: ma all’interno di una sezione chiamata “secondo pilastro”, fatta più di principi che di regole algebriche, la cui messa a punto è affidata al progressivo dialogo tra autorità e soggetti vigilati. Le banche italiane hanno applicato il secondo pilastro per la prima volta quattro settimane fa: se la normativa è buona, i frutti si vedranno soltanto negli anni a venire.

ERRORI DA SUPERARE

Ma se il peccato di Basilea 2 è la latitanza, non è tornando indietro che si migliorano le cose. Bisogna, al contrario, svezzare l’accordo e farlo crescere, ponendo rapidamente rimedio ad alcuni errori.
Primo: Basilea 2 non detta requisiti patrimoniali precisi contro il rischio di tasso dell’attività bancaria tradizionale, cioè il rischio che il costo del passivo salga mentre le attività continuano a rendere un tasso fisso, non rapidamente modificabile. Lo si lascia tra quelli da gestire nel secondo pilastro. È una sciocchezza, perché i modelli per quantificare questa tipologia di rischio esistono, dunque vanno usati. E il fatto che non si tratti di una forma di rischio alla moda perché non ha prodotto danni negli ultimi due anni rappresenta, semmai, un motivo di più per correre ai ripari prima della prossima crisi.
Secondo: Basilea 2 costringe le banche a investire capitali e know-how contro il rischio operativo, cioè il rischio di frodi, eventi naturali, responsabilità legali e simili. Si tratta di rischi di natura idiosincratica, non contagiosi: possono causare morti fulminee, ma non epidemie. La loro copertura va dunque lasciata alla libera scelta dei banchieri e non c’è motivo perché la regolamentazione se ne faccia carico.
Terzo: Basilea 2 ha modificato le regole su quanto capitale è necessario a fronte dei rischi, ma non ha aggiornato le norme su quali strumenti finanziari contano come capitale e su come il capitale debba essere accantonato nel tempo. Il risultato è stato il proliferare, in tutto il mondo, di nuovi strumenti patrimoniali “ibridi” assistiti da clausole complesse e sempre diverse, così che oggi è difficile capire quanto questi ibridi potranno, alla prova dei fatti, coprire le perdite, proteggere i creditori, dare elasticità al conto economico e fornire un polmone finanziario per ristrutturazioni e investimenti. Nel frattempo, le banche non vengono incentivate ad accantonare riserve per far fronte a possibili minusvalenze future; chi lo fa, anzi, rischia di scontrarsi con normative contabili e fiscali per cui le uniche perdite degne di copertura sono quelle già realizzate.
La Commissione europea e lo stesso Comitato di Basilea hanno annunciato alcune possibili correzioni all’accordo, in parte coerenti con queste osservazioni. La crisi potrà svolgere un ruolo benefico se indurrà le autorità nazionali a partecipare senza ritardi al processo di riforma. Evitando di dividerci tra i fautori e detrattori, perché la prossima volta Basilea 3 ci sia.