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UN FEDERALISMO DA AVVIARE SUBITO

di Gilberto Muraro 19.12.2008

Il rinvio di tutte le misure sul federalismo fiscale all'approvazione dei decreti legislativi, tra circa tre anni, rischia di fare il gioco degli antifederalisti. Possono così continuare tranquilli ad accumulare squilibri e inefficienze, che indeboliscono la capacità effettiva di cambiare rotta e richiederanno comunque soluzioni transitorie ancora più lunghe e costose. Perché invece non avviare subito la politica premiale per le unioni e fusioni di comuni prevista nel Ddl? E perché non decidere subito le sanzioni per gli amministratori che non rispettano i vincoli di bilancio?

Il ministro Calderoli confida che il progetto di legge delega sul federalismo fiscale sia approvato dal Parlamento entro un anno, e la previsione appare attendibile. Poi ci sono i due anni di tempo per l’emanazione dei decreti delegati, e si arriva a fine 2011. Poi c’è la soluzione transitoria, per la quale il Ddl prevede un massimo di cinque anni per le funzioni minori degli enti periferici e un “tempo sostenibile” per le ben più gravose funzioni fondamentali che impegnano circa l’80 per cento del bilancio degli enti locali e una percentuale anche maggiore di quello delle regioni.
Nell’attesa dell’attuazione del federalismo fiscale, che viene presentato come un cambiamento epocale, si accettano misure in deroga che rappresentano involuzioni gravi. Si pensi ai 140 milioni di euro per Catania e ai 500 per Roma. La Lega, che in altri contesti avrebbe acceso un insuperabile fuoco di sbarramento, qui fa il pompiere: per usare il linguaggio dei leghisti, “la posta in gioco giustifica qualche rospo da ingoiare”; e non c’è dubbio sulla loro buona fede.

PERCHÉ ASPETTARE?

E se fosse tutto sbagliato? Non è una tesi. Èun interrogativo che viene posto, senza accusare nessuno, nella ricerca della strategia più efficace.
Il tempo che passa nell’attesa della grande riforma ha almeno due effetti negativi. Il primo è la rottura del fronte federalista. Emblematico è il caso del Veneto dove molti sindaci di Forza Italia e del Partito democratico non riescono più a quadrare i bilanci, soprattutto perché i sussidi governativi, ancorati alla spesa storica, sono a loro giudizio inferiori a quelli di enti analoghi al Centro e al Sud a causa della tradizionale parsimonia veneta. Chiedono pertanto di avere subito una partecipazione del 20 per cento all’Irpef, ma trovano i nemici peggiori nei sindaci leghisti che non vogliono disturbare il manovratore in marcia.
Il secondo effetto negativo è l’avvicinarsi della scadenza del 2013, quando si chiude quello che per l’Italia sarà molto probabilmente l’ultimo piano di aiuti europei. Considerando i cofinanziamenti nazionali, si tratta di una cifra che nell’arco di piano si avvicina ai 100 miliardi di euro. Rappresenta l’ideale massa di manovra per sopportare la transizione al federalismo nel Sud, dove la riduzione dell’impiego pubblico eccedente deve essere aiutata da un insieme di attività collaterali. Se passa il tempo senza una chiara finalizzazione degli interventi straordinari a tale scopo, ci si troverà senza risorse quando si tratterà di iniziare con il federalismo fiscale finalmente messo a punto dal Parlamento.
Ecco perché serve la riflessione su una possibile strategia alternativa che preveda di iniziare subito la lunga marcia verso il federalismo fiscale, assegnando ai futuri decreti delegati il compito di dare completamento e perfezionamento, e non avvio, alla nuova regola della “responsabile autonomia”. Invero, l’ignoranza attuale sulla futura finanza federalista, basata sui costi standard dei vari servizi e sui fabbisogni standard dei vari enti, non impedisce di conoscere già oggi la direzione di marcia e quindi di muovere i primi passi senza tema di errore. Del resto, Giulio Tremonti sembra già avere avviato la politica qui auspicata con la sua manovra estiva. (1)
Prevede il blocco delle assunzioni per gli enti che non rispettano il patto di stabilità interno e prevede criteri di riequilibrio della spesa per gli enti in cui la spesa per il personale è particolarmente alta. Ma molto di più si può fare. Perché non avviare subito la politica premiale per le unioni e fusioni di comuni prevista nel Ddl? E le sanzioni per gli amministratori che non rispettano i vincoli di bilancio, in primis la ineleggibilità a incarichi pubblici, non potrebbero essere decise già ora, magari limitandosi agli scostamenti più vistosi?
Il rinvio di tutte le misure all’approvazione dei decreti legislativi, tra circa tre anni, rischia di fare il gioco degli antifederalisti. Possono così continuare tranquilli ad accumulare squilibri e inefficienze, che indeboliscono la capacità effettiva di cambiare rotta e comunque richiederanno soluzioni transitorie ancora più lunghe e costose. E nel frattempo si potrà magari ripetere l’edificante storia dell’ex sindaco di Catania premiato per la sua sana gestione con un seggio al Parlamento: con i leghisti che approvano, obtorto collo, in attesa del sole del federalismo.


(1) Legge 133/2008, art. 76.