
Una delle ricorrenti accuse contro l'università italiana riguarda la proliferazione dell'offerta formativa negli ultimi anni. Che sarebbe legata a interessi corporativi dei docenti. Non mancano le azioni clientelari, ma per lo più è il risultato di un'illusione ottica: l'introduzione del 3+2 ha spezzato il ciclo unico, portando come minimo a un apparente raddoppio del numero di corsi di studio. E corrisponde anche al tentativo di individuare percorsi più mirati al mercato del lavoro. Processi virtuosi, almeno nelle intenzioni, che hanno interessato tutti i paesi europei.
Nel suo articolo su lavoce.info, Alfonso Fuggetta afferma che “quando si parla di riforma dell’università emergono continuamente affermazioni presentate come verità scontate e che invece alla prova dei fatti non lo sono” e fornisce esempi probanti. Molti altri esempi di accuse all’università italiana, che vengono fortemente ridimensionate quando la si confronti con quella degli altri paesi europei, sono contenute in un pamphlet curato da chi scrive e dai suoi collaboratori, L’università malata e denigrata. Un confronto con l’Europa (si può trovare una sintesi e una selezione di tabelle e grafici sul sito www.unimi.it/news/34640.htm).
NUMERO DELLE SEDI E DEI CORSI
Una di queste accuse ricorrenti riguarda la proliferazione dell’offerta formativa negli ultimi anni, da molti ritenuta eccessivamente gonfiata da interessi corporativi dei docenti a moltiplicare i corsi di laurea e quindi le cattedre, oltre che da interessi clientelari del ceto politico locale che hanno portato a una diffusione di sedi universitarie decentrate.
Sulle sedi decentrate non disponiamo di dati comparati, che ci dicano se l’attuale distribuzione dell’offerta universitaria su ben 246 comuni italiani sia in linea o meno con gli altri paesi europei. (1) Possiamo solo rilevare che molte delle sedi decentrate sono state effettivamente volute dalle élite politiche locali per ragioni di consenso elettorale, anche se alcune hanno poi efficacemente contribuito allo sviluppo economico territoriale, oltreché a portare il tasso di iscritti all’università italiana nella media dei paesi dell’Ocse. E possiamo aggiungere che non ha certamente aiutato a contrastare la deleteria politica di “portare l’università sotto casa” la grave carenza di residenze universitarie in Italia, disponibili per solo il 2 per cento degli studenti, contro il 7 per cento in Francia, il 10 per cento in Germania o il 17per cento in Svezia. (2)
Le fonti nazionali consentono invece di comparare i dati sul numero di atenei e sul numero di corsi di studio attivati in diversi paesi europei, che mostrano la pretestuosità, o quantomeno la parzialità, della polemica sulla proliferazione eccessiva dell’offerta formativa e di molti toni scandalistici al riguardo.
Nonostante si sia recentemente consentita l’istituzione di alcune università telematiche e di altri piccoli atenei presumibilmente privi di requisiti minimi di qualità, il numero complessivo di università in Italia, che lo si calcoli per milione di abitanti o per milione di studenti, è all’incirca in linea con quello dei maggiori paesi europei e assai inferiore a quello degli Stati Uniti. Inoltre sappiamo che in Italia, diversamente da molti altri paesi, non esiste un consistente settore di istruzione terziaria vocational, cioè professionalizzante, accanto a quello strettamente universitario. Se oltre agli atenei veri e propri contiamo anche gli altri istituti di istruzione terziaria, come le Grandes Ecoles francesi, le Fachhochschule tedesche o le Hogescholen olandesi, il loro numero in Italia risulta larghissimamente inferiore a quello degli altri principali paesi, come si può vedere dalle prime due righe della tabella che segue.
Tabella. Numero di università e di altri istituti di istruzione terziaria e numero di corsi di studio attivati (ingrandisci la tabella)
Fonti per il n. di istituti e n. di corsi di studio: per l’Italia: Miur; per la Francia: Mesr; per la Germania: Statistisches Bundesamt; per i Paesi Bassi: ministero dell’Istruzione (Minocw); per la Spagna: ministero della Scienza e dell’innovazione (Micinn); per il Regno Unito: Unistats e Department for innovation, Universities and skills.
Fonti per il n. di studenti: Eurostat per tutti i paesi
Nota: il numero di corsi di studio ogni 1000 studenti è sottostimato in Francia, Spagna e Regno Unito. Nella prima mancano infatti i dati sui corsi nelle Grandes Ecoles, nella seconda sui corsi negli atenei privati. Per il Regno Unito vengono forniti i dati sul n. di aree disciplinari insegnate nelle varie sedi, ma ciascuna area si articola in un numero variabile di programmes, che, consultando i siti di alcuni atenei, abbiamo stimato in una media di 7 per il I livello e 12 per il II livello [tra parentesi quadra riportiamo la stima del numero di programmes].
Per maggiori dettagli si rinvia a http://www.unimi.it/img/news/Universita_malata_e_denigrata.pdf
Quanto alla vituperata “esplosione dei corsi di laurea (...) balzati in un lustro da 2.444 a 5.500” (La Repubblica del 22 novembre 2008), le due righe inferiori della tabella (con i chiarimenti forniti in nota) sono altrettanto eloquenti. Che cosa dovremmo dire degli 8.955 corsi di studio presenti oggi nelle università tedesche, a cui si aggiungono i 3.747 delle Fachhochschule? Che cosa del fatto che l’Olanda, il paese che possiede forse il miglior sistema universitario europeo (tutti i ranking internazionali includono tra l’84 e il 92 per cento delle sue università nelle top 500), presenta una media di 75.9 corsi di studio per ateneo contro la media italiana di 68.5? E che dire del fatto che, sempre in questo paese, vi sono novantasei corsi di laurea con meno di sedici iscritti, dodici dei quali con un solo iscritto e altri quattordici con due iscritti? (3)
Certamente si può rispondere che anche in quei paesi si è affermata una logica perversa. E certamente è stato così in molte facoltà italiane. Ma in realtà, nella maggioranza dei casi, l’espansione dell’offerta formativa è in larga misura l’effetto di un’illusione ottica da un lato e di buoni propositi coronati da successo dall’altro.
UN'ILLUSIONE OTTICA
L’illusione ottica è dovuta innanzitutto al fatto che l’introduzione del 3+2 ha spezzato il precedente ciclo unico portando come minimo a un apparente raddoppio del numero di corsi di studio, apparente perché si tratta di corsi più brevi dei precedenti. Tanto è vero che, in tutti i paesi che hanno aderito alle riforme concordate nel cosiddetto “processo di Bologna”, il numero dei corsi è rapidamente aumentato; e questo numero sarebbe certamente più elevato se paesi come la Germania o la Spagna non avessero introdotto la riforma del 3+2 assai più tardi dell’Italia. In secondo luogo, l’illusione ottica è dovuta al fatto che molti dei nuovi corsi di laurea e di laurea specialistica istituiti a seguito della riforma non sono molto diversi dagli “indirizzi” in cui si articolavano i vecchi corsi di laurea, che però non venivano conteggiati separatamente.
Ma l’espansione dell’offerta formativa non è solo l’effetto di questa duplice illusione ottica. Èstata anche l’esito di buoni propositi coronati da successo. Infatti, il processo di Bologna non ha significato solo l’introduzione dei due (in seguito tre) cicli di studio: almeno nelle intenzioni, ha comportato un tentativo di riprogettare l’offerta formativa in senso più student-centred, cioè più orientato alle esigenze di apprendimento degli studenti ai fini del loro successivo inserimento nel mondo del lavoro. In tutta Europa, si sono moltiplicate le raccomandazioni a indicare negli “obiettivi formativi” dei corsi di studio i “risultati di apprendimento attesi” e a individuare gli “sbocchi professionali anche con riferimento alle classificazioni nazionali e internazionali”. Questo ha indotto molte facoltà italiane a proporre corsi di studio meno generici dei precedenti, molto più articolati e più mirati a specifici segmenti del mercato del lavoro.
Basti un solo esempio al riguardo. Al momento dell’applicazione della riforma degli ordinamenti didattici, nel 2001, chi scrive era preside della più grande facoltà di Scienze politiche italiana, che con il vecchio ordinamento aveva un unico corso di laurea, suddiviso in cinque “indirizzi” e diciotto “piani di studio”. Con la riforma, quell’unico corso di laurea venne scorporato in sei corsi di primo livello, quasi tutti corrispondenti ai vecchi indirizzi, più un corso interfacoltà, cui vennero in seguito aggiunti dieci corsi di secondo livello. Apparentemente, una proliferazione spropositata dell’offerta formativa. In realtà, un tentativo di individuare percorsi e sbocchi occupazionali più mirati ai diversi segmenti del mercato del lavoro di quanto non fossero i precedenti “indirizzi”, che ha comportato una più razionale organizzazione degli studi e solo in parte minore un aumento dell’organico. Gli effetti per la facoltà sono stati da un lato il forte aumento di iscritti, il 12,47 per cento fra il 2000 e il 2005, attirati fra l’altro da corsi di studio meno generici e più diversificati; dall’altro un maggiore impegno didattico dei docenti, che non sono più titolari di un unico corso ma insegnano in media due-tre corsi ciascuno.
È possibile che questa attenzione alla employability dei laureati si sia rivelata eccessiva, o basata su presupposti errati, o abbia addirittura condotto a risultati controproducenti. Su questo il dibattito è aperto in tutti i paesi europei, ma senza i toni scandalistici e accusatori che invece costituiscono il leit-motiv del discorso pubblico in Italia.
Come per altri aspetti relativi all’università italiana, la proliferazione dell’offerta didattica è stata in parte l’esito di esagerazioni o addirittura di operazioni clientelari; ma in parte maggiore è stata un risultato fisiologico di processi virtuosi, quantomeno nelle intenzioni, che hanno riguardato tutti i paesi europei. I dati comparati che abbiamo presentato richiederebbero una valutazione equilibrata, non certo i pregiudizi, la disinformazione e la tendenziosità che purtroppo imperano nel dibattito sull’università italiana.
(1) Cnvsu, Nono rapporto sullo stato del sistema universitario, dicembre 2008.
(2) Si veda in proposito Biggeri e Catalano, L’efficacia delle politiche di sostegno agli studenti universitari, Il Mulino 2006.
(3) Ministero olandese dell’Istruzione, Kennis in Kaart 2007, p. 91.