Logo stampa
 
 
 
  Invia la notizia  PDF dell'articolo

LA POLITICA FISCALE AI TEMPI DELLA RECESSIONE

di Tommaso Monacelli 03.12.2008

In una recessione le espansioni fiscali sono più efficaci se riducono le imposte sul lavoro, si accompagnano a diminuzioni di spesa credibili e sono coordinate a livello internazionale. Il pacchetto fiscale del governo italiano soddisfa questi principi? La risposta è semplice: no. Ed è molto probabile che anche i pochi benefici espansivi di breve periodo dei provvedimenti siano riassorbiti velocemente da un aumento dello spread sui titoli del debito pubblico. Un paese con uno stock di debito come il nostro non può permettersi una finanza pubblica improvvisata.

Di fronte alla recessione praticamente già in atto, sia negli Stati Uniti che in Europa, che cosa può  fare la politica fiscale? Aumentare la spesa oppure diminuire le tasse? L’evidenza empirica non è univoca sull’impatto diverso di queste strategie. Il trade-off è chiaro. Da un lato, gli effetti immediati di maggiore spesa sono superiori, perché stimolano direttamente la domanda aggregata e il reddito, mentre minori tasse seguono una via indiretta: stimolano il reddito disponibile e quindi solo indirettamente i consumi e il prodotto aggregato.

RIDURRE LE TASSE E LA SPESA

Ragioni di immediatezza o, peggio di “impazienza politica” suggerirebbero quindi uno stimolo sbilanciato dal lato della maggiore spesa. Espansioni fiscali di questo tipo, però, nascondono distorsioni intertemporali. Prima o poi le maggiori uscite dovranno essere finanziate e porteranno quindi tasse più alte in futuro. Espansioni fiscali che riducano le tasse generano effetti meno rapidi, ma se ristrette all’imposizione sul lavoro portano il beneficio di ridurre le distorsioni, sia dal lato della domanda che dell’offerta di lavoro.(1)In linea teorica, però, corrono il rischio di essere completamente inefficaci, se sono accompagnate da aspettative di incrementi futuri delle tasse. L’evidenza empirica mostra infatti che questo meccanismo vizioso è importante: riduzioni delle tasse correnti portano generalmente non a riduzioni della spesa, ma a incrementi futuri delle tasse. (2)
Riduzioni delle tasse (sul lavoro) devono quindi essere accompagnate da parallele riduzioni della spesa corrente. L’effetto netto tende a essere positivo, soprattutto in una congiuntura come quella attuale, per due motivi: primo, la riduzione delle distorsioni sul lavoro oggi non viene neutralizzata dalle aspettative di più alte tasse in futuro; secondo, una riduzione delle tasse durante una recessione può rivelarsi particolarmente efficace. Questo perché in recessione aumenta in modo sostanziale la percentuale di famiglie con vincoli di liquidità: per questa quota di famiglie la propensione a consumare ogni euro aggiuntivo (la propensione marginale al consumo) tende ad aumentare durante una recessione. In generale, incrementi di reddito disponibile alle famiglie con la più alta propensione al consumo sono quelli potenzialmente più espansivi.

DUE TEMPI NON PRATICABILI

Alcuni sostengono che la strategia fiscale possa essere in due tempi: riduzioni di imposte oggi accompagnate da riduzioni di spesa future. Sembrerebbe una strategia politicamente più sostenibile e, magari, più espansiva nel breve periodo. Chiariamo alcuni punti: (i) quasi ogni riduzione di spesa ha tempi di attuazione che comunque determinano uno sfasamento e un allargamento del deficit nel breve periodo; (ii) è illusorio pensare che di per sé riduzioni di tasse oggi "causino" riduzioni di spesa future. Riduzioni di tasse oggi devono essere accompagnate, se non da riduzioni di spesa oggi, da impegni credibili per riduzioni delle spese future.
Qui sorge un problema importante di cosiddetta “incoerenza temporale”. Dopo che i governi si sono guadagnati consensi elettorali tramite una riduzione delle imposte, che incentivo avranno domani a ridurre le spese? Ma se così è, gli agenti economici e i mercati finanziari, scontando oggi questa mancanza di incentivi futuri, anticiperanno già futuri aumenti di imposte, invece che riduzioni di tasse, e la manovra corrente risulterà virtualmente inefficace.
È cruciale perciò che l’impegno di oggi a riduzioni di spesa future sia credibile. L'unico modo è di intervenire con riforme che introducano risparmi di spesa strutturali graduati nel tempo. Per esempio, dal lato della spesa pensionistica o dal lato della spesa per ammortizzatori sociali. Purtroppo, in Italia abbiamo già visto esempi di riforme, soprattutto pensionistiche, graduate nel tempo che hanno prodotto risparmi modesti e su cui governi diversi sono intervenuti in modo estemporaneo.

L'IMPORTANZA DEL COORDINAMENTO

Un secondo importante aspetto nella situazione attuale riguarda il coordinamento internazionale. La teoria economica suggerisce che la politica fiscale tende a essere meno efficace in economie aperte agli scambi con l’estero. Il canale è doppio: (i) un’espansione fiscale, sia da maggiore spesa che da minori tasse, genera un aumento dei tassi di interesse, e quindi un apprezzamento del cambio,  nominale e reale. L'effetto tende a riflettersi negativamente sulla bilancia commerciale. (ii) L’eventuale aumento del reddito indotto dall’espansione fiscale tende a far crescere le importazioni, rafforzando l’effetto negativo sulla bilancia commerciale. (3)
Immaginiamo un mondo con due paesi, A e B, che attuano simultaneamente un’espansione fiscale della stessa entità: il tasso di cambio (reale) quindi non si muove. L’incremento del reddito in A fa crescere le importazioni: i cittadini di A sono più ricchi e consumano di più di ogni bene, compresi quelli importati da B, e quindi peggiora la bilancia commerciale di A. Ma lo stesso avviene per B, che incrementa le proprie importazioni da A, e quindi fa crescere le proprie esportazioni da A verso B, annullando l’effetto negativo sulla bilancia commerciale di A.
Riassumendo, ne traiamo due principi. Le espansioni fiscali sono più efficaci se sono dal lato della riduzione delle imposte sul lavoro e se si accompagnano a riduzioni di spesa credibili. E sono coordinate a livello internazionale. (4)
Chiediamoci quindi: in che misura il pacchetto fiscale del governo italiano soddisfa questi principi? La risposta è semplice: certamente non il primo, perché non riduce le imposte sul lavoro e non riduce le spese, né oggi né domani. Non soddisfa neanche il secondo principio, perché il barlume di coordinamento internazionale acceso dal piano Barroso rischia di essere una goccia nel mare. Èmolto probabile che anche i pochi benefici espansivi di breve periodo dei rivoli di provvedimenti del governo siano riassorbiti velocemente da un aumento dello spread sui titoli del debito pubblico. Un paese con uno stock di debito come il nostro non può permettersi una finanza pubblica improvvisata.


(1) In quest’ottica non sembrano perciò così chiari i benefici della strategia britannica di riduzione essenzialmente delle imposte sul consumo.
(2) Si veda Romer D. and C. Romer (2008), “Do Tax Cuts Starve the Beast? The Effects of Tax Changes on Government Spending”, mimeo University of California.
(3) Per gli effetti di espansioni fiscali sulla bilancia commerciale si veda Corsetti e Muller (2007).
(4) Va da sé che un sistematico coordinamento delle politiche fiscali è un’utopia. Qui ci riferiamo a un’iniziativa isolata nel tempo vista la gravità della recessione incombente. Usando uno slogan: coordinamento internazionale della politica fiscale, se non ora quando?