Logo stampa
 
 
 
  Invia la notizia  PDF dell'articolo

AIUTI IN CRISI

di Paolo de Renzio e Iacopo Viciani 27.11.2008

La crisi finanziaria globale potrebbe avere influenze negative sulle promesse di aumento degli aiuti internazionali e minare gli sforzi globali di lotta della povertà. Il governo italiano, al contrario di altri paesi europei, ha già sostanzialmente ridotto gli stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo. Ma se la tendenza si consolidasse a livello mondiale, diventa importante pensare a come sfruttare al meglio le risorse disponibili. Ecco tre possibili proposte, una delle quali particolarmente provocatoria e interessante.

 

Soltanto poco più di un mese fa, al summit di New York sui Millennium Development Goals, i paesi ricchi hanno sottoscritto impegni per 16 miliardi di dollari aggiuntivi nella lotta alla povertà, di cui 4,5 miliardi per investimenti in educazione e 3 miliardi per combattere la malaria. Nelle ultime settimane, però, parecchie cose sono cambiate, ed è difficile stabilire quali saranno gli effetti della crisi finanziaria globale sui flussi di aiuti allo sviluppo verso i paesi poveri.

GLI AIUTI ALLO SVILUPPO E LA CRISI FINANZIARIA GLOBALE

Una recente nota del Center for Global Development mostra come altre crisi finanziarie recenti, in Giappone e in Scandinavia nei primi anni Novanta, abbiano determinato un declino significativo dei fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, in alcuni casi senza mai riuscire a tornare ai livelli pre-crisi.
È in parte inevitabile che i governi dei paesi ricchi, in periodi di recessione dove anche gli scambi commerciali si contraggono e si deteriora la posizione debitoria, debbano reperire le risorse necessarie riducendo o bloccando la spesa in altre aree. Durante la campagna elettorale appena finita, per esempio, entrambi i candidati alle elezioni presidenziali americane avevano dichiarato che i fondi per gli aiuti allo sviluppo avrebbero potuto ridursi. In Europa, per ora, il governo italiano è ancora una volta in contro-tendenza. Mentre Irlanda, Spagna e Germania hanno confermato la loro intenzione di aumentare i livelli degli aiuti, in Italia già la manovra di bilancio dell’agosto scorso conteneva tagli sostanziali ai fondi per la cooperazione allo sviluppo.

LA RIDUZIONE DEGLI AIUTI ITALIANI

In un’analisi preparata da ActionAid, gli aiuti italiani per il 2009 potrebbero scendere fino al record negativo dello 0,09 per cento del Pil, di fonte a un livello per il 2008 che probabilmente si assesterà sullo 0,22 per cento del Pil, e contro l’impegno più volte confermato del governo italiano di raggiungere lo 0,51 per cento entro il 2010. I tagli previsti per il ministero degli Affari esteri costituiscono una riduzione di oltre la metà rispetto alle disponibilità di inizio 2008. L’ammontare complessivo previsto per il 2009, pari a 321,8 milioni di euro, rappresenta il minimo in termini nominali dal 2000, la metà delle risorse in termini reali rese disponibili nel 2001 e meno della metà di quello che le Ong raccolgono privatamente. Inoltre, il ministero dell’Economia non disporrebbe delle risorse necessarie per iniziare a far fronte agli impegni presi con banche e fondi multilaterali regionali di sviluppo.

COME UTILIZZARE MEGLIO GLI AIUTI ESISTENTI

Assicurare un flusso stabile di aiuto ai paesi in via di sviluppo è importante soprattutto in periodi di crisi economica internazionale, quando i flussi di capitale privato e le rimesse si riducono a favore di investimenti più sicuri. Un calo repentino dei livelli degli aiuti avrebbe un impatto diretto sulle capacità di programmazione dei paesi che da essi dipendono in modo particolare e potrebbe portare a tagli immediati sugli investimenti sociali e infrastrutturali necessari per la riduzione della povertà, con costi stimati attorno all'1,8 per cento del Pil. In passato, in periodi di crisi l’aiuto è stato più suscettibile di tagli rispetto ai capitali privati.
Di fronte a questo scenario, è importante chiedersi in che modo sia possibile sfruttare al meglio le scarse risorse disponibili per la lotta alla povertà a livello globale ed evitare che il poco aiuto rimasto sia di bassa qualità.
La prima risposta possibile, e che raccoglie crescente consenso, è concentrarsi sul miglioramento della qualità degli aiuti, per esempio seguendo i principi e gli impegni enunciati nella Dichiarazione di Parigi sull’efficacia degli aiuti. La seconda risposta sta nel concentrare le risorse nei paesi che più ne hanno bisogno, diminuendo per esempio i flussi degli aiuti verso i paesi a reddito medio.
La terza risposta contraddice in parte la seconda, e parte da una proposta lanciata di recente da Adrian Wood, professore di economia a Oxford, in un editoriale sul Financial Times (http://www.ft.com/cms/s/0/b9442de0-79b9-11dd-bb93-000077b07658.html). In molti paesi poveri, sostiene il professor Wood, gli aiuti costituiscono più del 10 per cento del prodotto nazionale e quasi metà del bilancio pubblico. Una tale dipendenza da fonti di finanziamento esterne è causa di una serie di gravi problemi, dovuti soprattutto al fatto che i governi devono rendere conto principalmente ai paesi donatori invece che ai propri cittadini, distorcendo quindi i processi democratici e limitando l’efficacia dell’azione di governo. La soluzione provocatoria di Adrian Wood è di limitare i flussi degli aiuti a ciascun paese al 50 per cento delle tasse che il governo è in grado di raccogliere a livello domestico. La proposta ha suscitato un acceso dibattito tra alcuni dei più conosciuti economisti dello sviluppo a livello mondiale, da Jeffrey Sachs a Bill Easterly, da Gustav Ranis a Michael Lipton. (1)
Mentre alcuni condividono la preoccupazione per gli alti livelli di dipendenza esterna di certi paesi e dubitano della capacità delle agenzie dei paesi donatori di promuovere lo sviluppo economico, altri ritengono che la proposta, oltre a essere politicamente controversa, sia troppo rigida per funzionare. Altri ancora sostengono che, data l’urgenza del problema della povertà globale, questo sia il momento sbagliato per ridurre gli aiuti e che è invece necessario insistere nell’assicurare la massima efficacia degli interventi finanziati.
Ognuna delle proposte considerate ha dei pro e dei contro e delle chiare difficoltà nell’essere promossa e adottata. Ad ogni modo, ci sembra importante che vengano discusse seriamente, per evitare che le riduzioni dei fondi per la cooperazione allo sviluppo, presenti e future, avvengano in forma casuale, e potenzialmente più deleteria, per gli sforzi internazionali di riduzione della povertà.


(1) Vedi i due forum: http://blogs.cgdev.org/globaldevelopment/2008/09/adrian_woods_ft_proposal_to_ca.php
e
http://blogs.ft.com/wolfforum/2008/09/how-donors-should-cap-aid-in-africa/.

 

Foto: Il palazzo di vetro, sede delle Nazioni Unite (da internet)