
La volatilità dei prezzi del petrolio e la forte dipendenza energetica del nostro paese hanno riportato all'attenzione il tema del nucleare. Nel 1987 il referendum abrogativo, influenzato dal disastro di Chernobyl, ha sancito la fine dell'esperienza italiana nell'atomo. Oggi siamo circondati dagli impianti dei paesi vicini, la tecnologia è migliorata notevolmente e le nuove installazioni sono indubbiamente più sicure di quelle di vent'anni fa. Sono ancora legittimi i timori verso il nucleare? Si potrebbe partire dalla riattivazione di Caorso e Trino Vercellese.
Nel mondo sono attive 439 centrali nucleari per la produzione di energia elettrica: coprono il 16 per cento del fabbisogno mondiale e l’83 per cento di esse si trova in paesi industrializzati. (1) Nel 2007 sono entrate in funzione sei nuove centrali, una in Europa, nella Repubblica Ceca, una in Brasile, tre in India e una in Pakistan. Se ne costruiscono di nuove soprattutto in Cina, India, Corea del Sud e Giappone mentre gli Stati Uniti, con 104 centrali, continuano a detenere il primato delle presenze.
CENTRALI IN EUROPA
Nel vecchio continente, dove sono accese quasi duecento centrali, il 35 per cento dell’energia elettrica consumata è di fonte nucleare. Dall’analisi di alcuni dati, emerge con chiarezza il panorama del nucleare europeo che vede i francesi al top della produzione, con circa l’80 per cento del fabbisogno elettrico del paese che proviene dall’atomo. (2) Parigi supera anche la Federazione Russa che ha 31 impianti per 21.700 MW(e) installati e sta realizzando altre sette unità per ulteriori 4.700 MW(e) (tabella 1).
In Italia spendiamo, ogni anno, trenta miliardi di euro per l’energia primaria, importiamo l’82 per cento del fabbisogno e, nel sistema elettrico, la dipendenza dall’estero raggiunge addirittura l’84 per cento mentre la dipendenza dagli idrocarburi è circa l’80 per cento. Questi sono i dati sui quali riflettere: l’energia elettrica prodotta in Italia, utilizzando soprattutto petrolio e gas naturale, costa il 60 per cento in più della media europea, il doppio rispetto a quella prodotta in Francia e tre volte quella prodotta in Svezia, due paesi che fanno importante ricorso al nucleare. Paragonando i costi di funzionamento delle diverse fonti primarie vediamo che il costo del chilowatt (kW(e)) è di circa 3 centesimi di euro per il nucleare, 4 centesimi per il carbone, 6 per il gas a ciclo combinato, 7 per l’olio combustibile, 11 per l’eolico, e circa 55 per il fotovoltaico. Per il 2008 la bolletta energetica nazionale, cioè il prezzo pagato per l’approvvigionamento di fonti dall’estero, è stimata pari a 75 miliardi, venticinque in più dell’anno scorso. Ricordiamo che l’Italia avrebbe potuto sostenere un costo ben più alto se il “supereuro” non avesse ammortizzato i rialzi del barile e dunque limitato i danni.
Da noi, l’ultimo piano energetico nazionale è del 1987 quando non c’era la sensibilità attuale per la ricerca delle fonti. L’Italia in questi anni ha investito poco nei temi legati all’energia nascondendosi dietro il costo del petrolio che, fino a poco tempo fa, era relativamente basso. Oggi le necessità sono molteplici: innanzitutto avere energia sicura a un prezzo stabile, quindi garantire fonti diversificate, sia per tipologia che per area geografica e, da ultimo, abbiamo l’obbligo di ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera come indicato dal protocollo di Kyoto secondo il quale, gli Stati inclusi nell’allegato I della convenzione quadro si impegnano a ridurre globalmente le loro emissioni di gas ad effetto serra nel periodo 2008-2012 di almeno il 5 per cento rispetto ai livelli del 1990.
Mentre discutiamo le potenzialità del nucleare, fuori dai nostri confini l’Électricité de France (Edf), ovvero la maggiore azienda produttrice e distributrice di energia in Francia, ha reso nota l’intesa per l’acquisto di British Energy (Be). L’operazione costerà 15,6 miliardi di euro. L’azienda francese, tra le prime al mondo nell’energia atomica, costruirà quattro nuovi reattori nucleari nel Regno Unito. Edf, con l’acquisizione di Be, gestirà otto centrali nucleari in Gran Bretagna: i nuovi reattori verranno costruiti entro il 2017 a Hinkley Point (ovest dell’Inghilterra) e a Sizewell (costa orientale) e avranno la capacità di produrre 6,4 gigawatt. I francesi non sono gli unici a investire nel nucleare: il governo sloveno intende raddoppiare la centrale nucleare di Krsko, che si trova in linea d’aria a circa centotrenta chilometri da Trieste, costruendo un nuovo reattore entro il 2015 accanto a quello esistente.
Uno studio del 2003 del Massachusetts Institute of Technology stimava il costo di una centrale nucleare in circa duemila dollari per chilowatt di potenza installata. In termini assoluti, a parità di potenza reale prodotta, investire nell’atomo costa molto di più rispetto agli impianti a carbone o a gas, ma meno se i costi sono confrontati con quelli degli impianti eolici e solari. (3) Nel grafico è indicata la composizione dei costi del nucleare. (4)Vale la pena evidenziare che la maggior parte delle risorse sono impiegate negli investimenti, mentre solo una percentuale minima è assorbita dal “decommissioning”, ovvero dall’attività di bonifica e smaltimento del combustibile irraggiato e delle scorie di lavorazione. La quantificazione dei costi di decommissioning è particolarmente gravosa anche perché, a oggi, non si ha notizia di alcuna centrale demolita e dunque non è possibile basarsi sui dati pregressi per valutare gli impatti economici degli smantellamenti.
In ogni caso, il nucleare è oneroso e per affrontare i massicci investimenti necessari, in uno scenario che deve escludere sia i sussidi sia gli ampi finanziamenti pubblici, è utile guardare al modello adottato dalla Finlandia per la nuova centrale nucleare di Olkiluoto: ovvero un meccanismo capace di attirare gli investitori grazie a un pool di lungo periodo che, accanto ai consorzi di imprese per costruire e gestire le centrali, coinvolga gruppi di consumatori energivori sulla base di un contratto pluriennale con prezzi prefissati.
La prospettiva di crescita della domanda di energia nucleare ha generato un forte aumento del costo dell’uranio che dopo aver dichiarato per circa vent’anni valori intorno ai 10 dollari per libbra, negli ultimi tempi ha toccato “quota cento” dollari per libbra. Sembrerebbe una situazione analoga a quella del petrolio. In realtà la differenza sta nel fatto che il costo dell’uranio incide per circa il 5 per cento su quello dell’energia elettrica finale, in questo modo anche un consistente aumento del prezzo dell’uranio porterebbe a un marginale incremento del costo finale dell’energia. Indispensabile, poi, integrare le politiche energetiche dei diversi paesi in una logica di avvicinamento a un mercato unico europeo.
IL PIANO ENERGETICO NAZIONALE
Il Piano energetico nazionale, elaborato dal governo, si basa sulla diversificazione delle fonti di approvvigionamento, e oltre al rilancio del nucleare, punta sul carbone pulito, sulle rinnovabili, sulla efficienza energetica e sulla valorizzazione delle risorse di idrocarburi nel paese non ancora sfruttati. Oggi il nostro mix di generazione elettrica è caratterizzato dall’assenza del nucleare, dal modesto ricorso al carbone, dall’impiego sbilanciato di gas e da una modesta quota di rinnovabili. Gli altri paesi europei presentano un mix profondamente diverso con carbone, nucleare e rinnovabili che costituiscono le fonti prevalenti di generazione, ed evidenti vantaggi in termini di sicurezza degli approvvigionamenti, indipendenza dall’estero e tutela ambientale: l’energia nucleare, al pari di quella da fonti rinnovabili, non produce anidride carbonica, né prodotti inquinanti quali gli ossidi di zolfo e di azoto, che sono emessi in atmosfera dall’uso dei combustibili fossili.
Oggi, riaprire la strada atomica significa aumentare la nostra capacità produttiva a costi ragionevoli. Quando nel 1987 il referendum sul nucleare ne decretò la fine, le centrali in funzione erano quattro: Caorso e Trino Vercellese, ancora utilizzabili, Latina e Garigliano, già arrivate al termine del ciclo e stavano per aggiungersi il secondo impianto di Trino e Montalto di Castro, poi riconvertita a gas. Il ritorno al nucleare potrebbe dunque partire proprio dalla riattivazione di Caorso e Trino Vercellese. Sui tempi di realizzazione va ricordato che le prime centrali nucleari a Trino Vercellese, Latina, e Garigliano furono costruite rispettivamente in 51, 55 e 62 mesi, quando le competenze non erano certo maggiori di quelle odierne.
PER SAPERNE DI PIÙ
Spezia U., (a cura di), (2007), L’opzione nucleare in Italia,Ed. 21/mo Secolo, Milano.
Word Nuclear Association, http://www.world-nuclear.org/reference/default.aspx
*Le opinioni espresse nell’articolo sono da riferirsi esclusivamente all’autore e non impegnano in alcun modo la responsabilità dell’Istituto di appartenenza.
(1) Fonte: International Atomic Energy Agency, Iaea Annual Report for 2007, Vienna.
(2) International Atomic Energy Agency, Nuclear Technology Review 2008 , Vienna.
(3) Massachusetts Institute of Technology, (2003), The future of nuclear power, Cambridge - MA, Usa.
(4) Enea, (2008), Rapporto Energia e Ambiente 2007 - Analisi e scenari, Roma.