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PIU' CORAGGIO CONTRO LA DEFLAZIONE

di Francesco Daveri 25.11.2008

L'effetto benefico della deflazione sul potere d'acquisto dei consumatori è solo temporaneo e non deve far dimenticare gli effetti nefasti di più lungo periodo. Le famiglie devono perciò riprendere a consumare, consentendo alle aziende di assumere e investire. I paesi europei con i conti in ordine dovrebbero varare al più presto un'espansione fiscale che aumenti il reddito netto dei consumatori sottoposti a più stringenti vincoli di liquidità e con la più alta propensione al consumo. Tra questi Stati non c'è l'Italia, che però beneficerebbe di un aumento delle esportazioni.

Nell’ottobre 2008, l’indice dei prezzi al consumo nell’economia americana è aumentato del 3,7 per cento “su base annua”, cioè nell’ottobre 2008 rispetto all’ottobre 2007. Nell’area euro, l’inflazione è al 3,2 per cento, con un valore un po’ più alto in Italia dove i prezzi al consumo sono aumentati del 3,5 per cento rispetto allo stesso mese del 2007. Da un anno a questa parte i prezzi sono dunque mediamente aumentati, tra l’altro, più di quanto fossero aumentati tra l’ottobre 2007 e lo stesso mese del 2006. Colpa dell’aumento dei prezzi del petrolio, degli alimentari, dei metalli nei primi sette mesi dell’anno.

L’INFLAZIONE CHE DIVENTA DEFLAZIONE

L’inflazione è stata però in calo graduale ovunque negli ultimi tre mesi. I dati congiunturali per l’ultimo trimestre, da agosto ad ottobre 2008, raccontano infatti una storia molto differente rispetto a quella dei mesi precedenti. I prezzi al consumo nell’economia americana sono diminuiti addirittura dell’1 per cento nel mese di ottobre, dopo essere rimasti fermi in settembre e dopo una marginale riduzione anche nel mese di agosto rispetto ai livelli di luglio. Nell’area euro e in Italia, i prezzi sono rimasti fermi in ottobre. Ma una semplice analisi statistica che calcoli la componente stagionale dell’inflazione europea e italiana può mostrare che il mese di ottobre è tradizionalmente un mese “inflazionistico”, in cui cioè i prezzi al consumo di solito aumentano di qualche decimo di punto percentuale in più rispetto al loro andamento medio. Se i prezzi sono stati fermi in ottobre, ciò è di per sé indice di raffreddamento della dinamica inflazionistica. In settembre e in agosto, invece, l’indice dei prezzi nell’area euro e in Italia era invece sceso di qualche decimo di punto percentuale rispetto ai rispettivi mesi precedenti.
Insomma, la deflazione, il processo generalizzato di riduzione dei prezzi, sta oggi diventando una realtà di cui valutare le conseguenze. I venti deflazionistici sono stati portati dal rallentamento indotto nell’economia mondiale dalle restrizioni del credito (il “credit crunch”) dovute alla crisi dei mutui che pian piano si sta trasmettendo al resto dell’economia americana e all’Europa.

GLI EFFETTI DELLA DEFLAZIONE

La deflazione è un fenomeno di riduzione generalizzata e continuata del livello generale dei prezzi. Inizialmente, però, quando non ha ancora influenzato le aspettative sull’andamento futuro, la riduzione dei prezzi è un fenomeno positivo, come hanno sottolineato anche molti commenti a un articolo precedente. La deflazione porta infatti un po’ di respiro a consumatori vessati da anni di inflazione e con redditi che non reggevano il ritmo di crescita dei prezzi.
Ma l’effetto benefico della deflazione sul potere d’acquisto dei consumatori è solo temporaneo e non deve quindi far dimenticare i suoi effetti nefasti di più lungo periodo. Se infatti si diffonde nell’economia l’idea che i prezzi si ridurranno non solo oggi, ma anche in futuro, allora i consumatori potranno essere indotti a rinviare sistematicamente i loro acquisti di beni durevoli (automobili, elettrodomestici, computer), tenendosi invece in tasca il denaro contante. Non solo, le aziende con la prospettiva di veder scendere i loro prezzi di vendita e quindi i loro margini di profitto, saranno indotte a fare pressione sui sindacati per ottenere riduzioni nel livello dei salari, in assenza delle quali faranno più facilmente ricorso ai licenziamenti. A loro volta, la eventuale riduzione dei salari e/o l’aumento della disoccupazione potrebbe avvitare ulteriormente l’economia in una spirale di recessione e ulteriore deflazione. Insomma, un disastro.

LE POLITICHE CONTRO LA DEFLAZIONE

Contro la deflazione bisogna fare in modo che le famiglie riprendano a consumare, consentendo alle aziende di assumere e investire. Per ottenere questo risultato, è venuta l’ora di mettere da parte le timidezze: i paesi europei che se lo possono permettere, dovrebbero varare al più presto un’espansione fiscale che aumenti il reddito netto nelle tasche dei consumatori sottoposti a più stringenti vincoli di liquidità e con la più alta propensione al consumo, quelli a basso e medio reddito. La lista dei paesi che si possono permettere un’espansione fiscale che porti a un peggioramento del deficit pubblico è per fortuna lunga e include i “piccoli” paesi scandinavi, Belgio, Olanda e Lussemburgo, ma anche Germania, Spagna, Regno Unito e Irlanda. Tutti questi paesi hanno i conti pubblici relativamente in ordine, vuoi perché presentano un basso valore del deficit pubblico vuoi perché, come nel caso del Regno Unito e dell’Irlanda, partono da livelli di debito pubblico al di sotto del 50 per cento del Pil. Insieme, rappresentano più del 60 per cento del Pil dell’Unione Europea a 27. Una loro espansione fiscale coordinata si tradurrà in più elevati volumi del loro Pil, ma anche in maggiori importazioni dagli altri paesi europei, di cui potranno beneficiare anche quegli Stati che l'espansione fiscale non si possono permettere, cioè la Francia, che parte da un livello del deficit già molto vicino al 3 per cento, e l’Italia che associa un elevato livello del deficit del 2,5 per cento del Pil con il debito pubblico più alto d’Europa.
Sarebbe dunque bene che l’Italia limitasse la sua azione a politiche espansive neutrali sul bilancio pubblico: per evitare che l’eventuale incremento del deficit porti a un nuovo aumento del differenziale tra Btp e Bund e che, a seguire, le famiglie italiane si trovino a dover restituire con più elevati interessi sui mutui gli eventuali bonus fiscali non coperti da nuova tassazione o da riduzioni di spesa.