
Una rilettura a mente fredda della dichiarazione finale del G-20 fa emergere molti dubbi. Il problema principale del documento è non separare in modo sufficientemente netto ciò che i paesi devono realizzare immediatamente da quello che dovrebbero fare in seguito. E mancano dettagli importanti, quelli su cui è più probabile che si manifestino i disaccordi fra governi. Preoccupanti anche le omissioni su questioni fondamentali come i disequilibri macroeconomici. Diverse invece le banalità, in particolare sul ruolo del Fondo monetario internazionale.
Il 15 novembre 2008, i leader dei più importanti paesi del mondo, paesi che rappresentano circa il 90 per cento del Pil mondiale, si sono riuniti a Washington per cercare soluzioni alla crisi economica in corso. L'incontro passerà alla storia per aver riunito così tanti capi di Stato e di governo, e ha sorpreso gli osservatori per aver affrontato con un lungo documento un gran numero di questioni economiche irrisolte. La “Dichiarazione finale del vertice sui mercati finanziari e l'economia mondiale” ci consegna le misure, specifiche in qualche caso, ma vaghe in molti altri, per affrontare i problemi economici mondiali. È stato accolto con favore dalla maggior parte degli osservatori.
DALL'OGGI AL DOMANI
Purtroppo, dopo la prima impressione positiva, a una rilettura, i dubbi cominciano a soppiantare l'entusiasmo iniziale. Se fosse arrivata in un periodo “normale”, una riunione di questo tipo sarebbe stata apprezzata per aver raccomandato tutti quei cambiamenti nell’ordine finanziario ed economico di cui fa menzione. Purtroppo, questi sono tempi difficili, che esigono un’attenzione immediata. Se una bufera si abbatte su una casa, non è il momento ideale per preoccuparsi di ridisegnare la casa per proteggersi meglio dalle tempeste future, è invece il momento di cercarsi un rifugio.
Il problema principale del documento è di non separare in modo sufficientemente netto ciò che i paesi devono fare subito da quello che dovrebbero fare dopo, per costruire un ordine globale migliore. Inoltre, dà troppo spazio alle azioni future e un così gran numero di raccomandazioni potrebbe finire per distrarre dall'obiettivo essenziale. Vi è qui lo stesso rischio che avrebbe corso Mosè se fosse sceso dalla montagna con un centinaio di comandamenti, invece di dieci, e con alcuni di questi che richiedevano cambiamenti immediati nei comportamenti, mentre altri un intervento solo mañana, domani.
Il documento avrebbe tratto benefico da una più netta distinzione tra le cose da fare subito e quelle da fare dopo, quando a guidare gli Stati Uniti sarà un nuovo presidente, probabilmente con idee diverse su alcune questioni importanti come il protezionismo.
SILENZIO SUI DETTAGLI
L'impressione che si ricava dal documento è che sia stato preparato con molto anticipo, com'è normale in questi casi, ma che non sia stato rivisto in modo significativo durante il vertice, se si eccettuano alcuni cambiamenti per ridurre i punti di disaccordo o per compiacere qualche leader. È difficile credere che in un solo giorno i capi di Stato e di governo abbiano avuto tempo per discutere in modo serio i tanti e importanti temi trattati nella dichiarazione. Mancano dettagli importanti ed è probabile che i punti di disaccordo si manifestino solo quando la discussione passerà dal generale allo specifico: per questo, per molti capi di Stato e di governo deve essere stato più semplice firmare una dichiarazione generale e non realmente vincolante. Scopriremo presto se l'accordo trovato dai leader del mondo è inferiore alle aspettative.
E preoccupano alcune omissioni del lungo documento. Per esempio, c'è solo un riferimento marginale agli enormi disequilibri macroeconomici, che pure molto hanno contribuito ai problemi di oggi. Come saranno corretti? Chi spingerà gli americani a risparmiare di più e i cinesi a risparmiare di meno? Come si fa a “usare le leve fiscali per stimolare la domanda interna pur nel rispetto di un quadro di politiche che conducano all'equilibrio di bilancio”?
Quali effetti produrrà sui rendimenti dei titoli il fatto che molti governi e tutti nello stesso momento cerchino di aumentare la vendita di titoli di Stato per finanziare le espansioni di bilancio? Ritorneranno a stampare moneta per finanziare i deficit? E che effetti avrà sul credito al settore privato il tentativo di spostare i risparmi verso i titoli di Stato? Per l'Italia il costo dell'indebitamento pubblico è già salito decisamente. E il governo tedesco di recente ha avuto difficoltà a vendere buoni del Tesoro a dieci anni. (1)
Nessun accenno poi al ruolo che i “centri finanziari off-shore” hanno giocato nella crisi finanziaria e al modo per affrontarli.
Nello stesso tempo la dichiarazione contiene anche molte banalità, le più straordinarie sono quelle sul Fondo monetario internazionale. Per esempio: “Il Fmi (...) dovrebbe assumere un ruolo guida negli insegnamenti da trarre da questa crisi (...)”. E ancora: “Il Fmi dovrebbe esercitare una stretta e imparziale vigilanza su tutti i paesi (...)”. Ma probabilmente dovremo aspettare ancora a lungo prima che arrivi il giorno in cui gli Stati Uniti e gli altri grandi paesi presteranno una attenzione adeguata a quello che dice il Fondo.
(1)Financial Times, 14 novembre 2008, p.25.