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DIMENTICARE KYOTO CI COSTA CARO

di Alessandro Lanza 14.11.2008

Un dibattito acceso sui costi per adempiere al 20-20-20 europeo. Ma non si tiene conto che il nostro paese è ben lontano dal raggiungimento degli obiettivi assunti con la firma del protocollo di Kyoto. Forse, accettare l'obbligo di una riduzione del 6,5 per cento delle emissioni di gas serra è stato eccessivo. Ma una volta preso l'impegno, i governi che si sono succeduti avrebbero dovuto onorarlo. Così non è stato. Anzi, le emissioni hanno continuato a crescere. Il mancato rispetto di Kyoto, ormai un dato acquisito, potrebbe costare intorno ai 2 miliardi di euro per anno.

 

La discussione sul “pacchetto clima” europeo, il cosiddetto 20-20-20, occupa da qualche giorno i palinsesti televisivi e le pagine dei giornali. In modo molto sommario gli obiettivi del pacchetto sono così riassumibili: riduzione del 20 per cento delle emissioni di anidride carbonica rispetto al livello raggiunto nel 1990; incremento dell'efficienza energetica del 20 per cento; aumento al 20 per cento della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili. I tre obiettivi devono essere raggiunti entro il 2020.

PRIMA C'ERA IL PROTOCOLLO

Non pare tuttavia che vi sia sufficiente chiarezza sui termini precisi della questione. Il primo problema riguarda la relazione tra il pacchetto clima e il protocollo di Kyoto. Cominciamo dalle riduzioni richieste e dai tempi di attuazione dei due diversi interventi. Per il nostro paese il protocollo prevede una riduzione delle emissioni di gas serra del 6,5 per cento rispetto al livello del 1990. Il risultato deve essere ottenuto negli anni che vanno dal 2008 al 2012. In altri termini, siamo già dentro il protocollo. Il pacchetto clima prevede invece una riduzione del 20 per cento delle emissioni, sempre rispetto al 1990, da ottenersi però entro il 2020.
È ragionevole affermare che il pacchetto clima europeo possa essere visto come una prosecuzione temporale del percorso virtuoso che ha visto le emissioni ridursi in (quasi) tutta Europa per effetto delle politiche di Kyoto. Qui nasce il primo problema. Possiamo discutere se l’obiettivo di Kyoto assunto dall’Italia fosse o meno ragionevole. Accettare l’obbligo di una riduzione pari al 6,5 per cento è stato forse eccessivo. Va ricordato, tuttavia, che se un ministro (Ronchi) ha firmato l’accordo, l’intero Parlamento lo ha ratificato. Una volta preso l’impegno, i governi che si sono succeduti avrebbero dovuto onorarlo. Così non è stato e dal 1997, anno della firma del protocollo, le emissioni hanno continuato a crescere senza dar il minimo cenno di poter mai raggiungere l’obiettivo prefissato. Èstata una manovra di entrambi gli schieramenti politici, nessuna coalizione al governo è riuscita a scalfire minimamente la crescita delle emissioni complessive.
Il risultato finale, e non poteva essere diversamente, è riassumibile in pochissime cifre. Le emissioni di riferimento al 1990 erano pari a 516,9 Mton (milioni di tonnellate) di carbonio. L’obiettivo da raggiungere era pari a 483,3 Mton, ovvero il 6,5 per cento in meno rispetto al livello del 1990. Le emissioni al 2006 erano pari a 567,9 Mton. (1) Le emissioni complessive nel 2006 erano dunque superiori di circa il 10 per cento rispetto al livello del 1990 e di quasi il 18 per cento rispetto a quello obiettivo.
Naturalmente, l’Italia ha presentato nel tempo una serie di misure che, se adottate, porterebbero l’obiettivo meno lontano. Tuttavia, gli ultimi dati disponibili per l’anno 2007 portano le emissioni ancor più in alto e dunque l’obiettivo di Kyoto deve essere considerato non raggiunto né raggiungibile. Il ministro Prestigiacomo ha parlato espressamente di emissioni superiori del 13 per cento rispetto all’anno base.
Non tutti i paesi europei hanno avuto questo comportamento non conforme. Anzi, tutti i paesi europei, meno Spagna, Danimarca e, appunto, Italia, sono considerati dalla Agenzia europea in linea con gli obiettivi previsti. Paesi come la Germania, che pur s’avvantaggiava di una drastica riduzione delle proprie imprese legate al carbone, sta raggiungendo il proprio ambizioso obiettivo del -21 per cento rispetto al 1990, Il Regno Unito è già sotto il proprio obiettivo di -12,5. Naturalmente, si ripete sempre che le condizioni in partenza erano diverse e il risultato finale dipende in modo cruciale dalle condizioni di partenza. È un’osservazione vera solo in parte. L’Italia può aver firmato un obiettivo ambizioso, ma l’assenza totale di politiche rende il risultato odierno difficile da giustificare.

I COSTI

Il dibattito mediatico sul pacchetto clima si è velocemente spostato sul tema dei costi.
È evidente che il problema non si esaurisce considerando solo gli oneri relativi al pacchetto clima europeo. È indubbio, infatti, che l’Italia debba fare fronte anche al mancato raggiungimento del protocollo di Kyoto. Per meglio capire i costi associati, facciamo due rapidi conti che vanno presi, come usa dire, cum grano salis.
Le emissioni in Italia nel periodo rilevante per il protocollo (2008-2012) potrebbero essere circa 614 Mton di CO2 con un surplus rispetto al 1990 di circa 128 Mton di CO2. (2)
L’esatto ammontare di questa differenza dipende in modo cruciale dalle politiche che l’Italia vorrà darsi nel periodo che resta da oggi alla fine del 2012 oltre che dalle future emissioni. Immaginiamo che i settori soggetti allo schema di emission trading europeo valgano per circa il 40 per cento di questa differenza, ovvero 51,2 MtonCO2. (3) Al resto dei settori rimangono da coprire 76,8 MtonCO2.
Si deve ora stabilire il costo per il mancato adempimento. Per la parte non coperta dalle emissioni soggette alla direttiva europea sul trading, osservando i prezzi medi che emergono dal mercato dei meccanismi flessibili e in particolare quelli che provengono dal Clean Development Mechanism, è possibile ipotizzare un costo medio per tonnellata di 10 dollari. (4) Dunque, 768 milioni di dollari per anno. Anche in questo caso bisognerà vedere come il governo italiano intende comportarsi. L’acquisto anticipato di crediti su progetti ancora non operativi o nemmeno pienamente registrati, può valere uno sconto che arriva a 5-6 dollari per tonnellata. L’Italia ha lavorato in questa direzione con la Cina, per esempio. Cina che, sia detto per inciso, è di gran lunga il principale venditore nel mercato dei permessi. Occorre tuttavia agire con rapidità. È necessario capire con quali accordi e a che prezzo l’Italia intende volgere la propria attenzione al mercato.
Per la parte soggetta invece all’emission trading europeo il prezzo è molto superiore, forse tre volte, diciamo per semplicità due volte e mezzo, ovvero 25 dollari per tonnellata. Questo perché le imprese coinvolte nello schema europeo, in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi, non possono utilizzare gli strumenti di flessibilità internazionali, ovvero il Cdm, ma devono prioritariamente acquistare i permessi messi a disposizione da altre imprese europee soggette all’emission trading che però si sono comportate virtuosamente, ovvero hanno generato crediti emettendo meno di quanto avrebbero potuto. Con un prezzo di 25 dollari per tonnellata, il costo complessivo potrebbe essere vicino ai 1.300 milioni di euro. Quindi, il non raggiungimento di Kyoto, che è da darsi per acquisito, potrebbe costare intorno ai 2 miliardi di euro per anno, cui va sommato l’onere di un incremento per il mancato raggiungimento dell’obiettivo da prevedersi in un ipotetico Kyoto 2.


(1) Greenhouse gas emission trends and projections in Europe 2008 - Eea Report No 5/2008.Questi dati sono comunicati periodicamente dall’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) al segretariato della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici.
(2) Vedi Quotidiano Energia del 30 settembre 2008.
(3)Il sistema europeo di Emission Trading stabilisce un limite massimo alle emissioni realizzate dagli impianti industriali che rientrano nel campo d’applicazione della direttiva 2003/87/Ce attraverso il Piano nazionale di allocazione, nel quale viene assegnato un certo numero di quote a ogni impianto che rientra nelle categorie previste dalla direttiva.
(4)Vedi http://siteresources.worldbank.org/NEWS/Resources/State&Trendsformatted06May10pm.pdf. Il rapporto della Banca Mondiale State and Trends of the Carbon Market 2008 , May 2008, contiene molte interessanti osservazioni.

Foto: Images © Greenpeace/Gisone