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SE IL LAVORATORE NON SI RIALLOCA

di Fabiano Schivardi 24.10.2008

Il problema della bassa crescita italiana è fondamentalmente un problema di produttività. E non basta che cresca all'interno delle imprese, è altrettanto importante che i lavoratori si spostino verso le aziende più efficienti. Un processo che registra un picco durante la recessione della prima metà degli anni Novanta, caratterizzata da un forte processo di ristrutturazione. Dopodiché creazione e distruzione dei posti di lavoro rimangono stabili attorno a valori modesti, nonostante un aumento nella dispersione della performance delle imprese.

Siamo tutti d’accordo: il problema della bassa crescita italiana è fondamentalmente un problema di produttività. Dalla metà degli anni Novanta la crescita della produttività del lavoro è nulla o, dall’inizio del decennio, addirittura negativa. Più complicato è capire quali siano le cause del ristagno e come superarlo. Una proposta che si sta facendo strada è quella di legare maggiormente i salari alla produttività: concordano su questa ricetta molti economisti, responsabili di politica economica e rappresentati delle associazioni imprenditoriali

EFFETTI DEGLI SHOCK

Provvedimenti di questo tipo possono contribuire a far crescere la produttività all’interno delle imprese. È un aspetto importante, in quanto questa componente della crescita della produttività langue. Ma altrettanto importante è attivare il canale fra le imprese: i fattori si devono riallocare verso quelle con produttività più alta. Qualunque provvedimento che incentivi la crescita della produttività avrà effetti eterogenei: alcune imprese risponderanno meglio di altre. Per massimizzarne gli effetti è necessario che le imprese che aumentano la produttività accrescano la quota di mercato, generando un effetto leva sulla produttività aggregata. Una maggior dispersione salariale fra le imprese può di per sé contribuire alla riallocazione dei lavoratori a favore delle più produttive. Basterà? L’evoluzione recente dell’economia italiana suggerisce di no. 
Negli ultimi dieci anni l’Italia è stata colpita da shock molto forti, in particolare il diffondersi delle nuove tecnologie dell’informazione, la globalizzazione, l’euro. I cambiamenti avrebbero dovuto indurre un processo di ristrutturazione. Tipicamente, le fasi di intensa attività di ristrutturazione sono caratterizzate da a) un aumento della dispersione della performance: alcune imprese ristrutturano con successo e aumentano i profitti, altre non sono in grado di ristrutturarsi e fanno perdite e il divario fra questi due tipi di imprese si allarga; b) un aumento dei flussi di lavoratori dalle imprese “perdenti” a quelle “vincenti”.
La figura 1 mostra che la dispersione della produttività e della redditività delle imprese italiane è effettivamente in crescita dalla fine degli anni Novanta, in linea con l’ipotesi che gli shock abbiano aumentato il differenziale di performance fra le imprese. La crescita della dispersione continua ininterrotta fino all’ultimo dato disponibile, a suggerire che l’effetto degli shock non è ancora concluso. Se la dispersione è in aumento, cosa è successo alla riallocazione dei fattori? Per misurare i flussi di riallocazione si utilizza il tasso di creazione e di distruzione di posti di lavoro.
La creazione è definita come la somma della crescita occupazionale per le imprese che aumentano l’occupazione; similmente la distruzione. La creazione e la distruzione di posti di lavoro misurano l’intensità dell’attività di riallocazione delle risorse nell’economia: in un periodo in cui i lavoratori si riallocano dalle imprese poco efficienti a quelle più efficienti, si dovrebbe assistere a un aumento sia della distruzione dei posti di lavoro (da parte delle imprese poco efficienti, che riducono l’occupazione) sia della creazione (da parte di quelle efficienti).
La figura 2 riporta il tasso di creazione e di distruzione dei posti di lavoro. La riallocazione registra un picco durante la recessione della prima metà degli anni Novanta, caratterizzata da un forte processo di ristrutturazione. Dopo questo episodio, creazione e distruzione rimangono stabili attorno a valori modesti, senza mostrare particolari segni di crescita. Nonostante una crescita nella dispersione della performance delle imprese, non si è verificato alcun aumento dei flussi di lavoratori: non si intensifica la migrazione di lavoratori dalle imprese meno a quelle più efficienti. Il meccanismo di riallocazione non sembra funzionare

UNA DOMANDA CLASSICA

Il problema può essere riformulato nei termini di una classica domanda sulle imprese italiane: perché la loro propensione alla crescita è così bassa? Perché le imprese di successo non sfruttano appieno il loro vantaggio competitivo ed espandono corrispondentemente la produzione, come succede in altre economie, particolarmente negli Stati Uniti? (1)
La domanda non ha una risposta univoca e richiede una trattazione approfondita. In questi giorni, comunque, è sotto gli occhi di tutti un esempio eclatante di operazioni di politica economica che scoraggiano la riallocazione dei fattori. Una società di fatto fallita, Alitalia, con una situazione finanziaria, manageriale e gestionale implosa da tempo, viene artificialmente tenuta in vita con iniezioni di denaro pubblico, contro ogni logica economica. Anche di fronte a un esempio così evidente di necessità di riallocazione, il governo, tutti i partiti e alcune istituzioni finanziarie si sono concentrati ossessivamente sul salvataggio, in pratica escludendo a priori qualunque altra opzione. Contribuisce a questo schema un sistema di relazioni interpersonali che, come io e Francesco Lippi prevedemmo su queste pagine più di un anno fa, ha giocato un ruolo preponderante nella gestione della vicenda. Meglio sarebbe occuparsi di favorire l’entrata nel mercato di nuove imprese e la crescita di quelle efficienti.


(1) Si veda in particolare “Comparative Analysis of Firm Demographics and Survival: Micro-level Evidence for the Oecd countries”, con E. Bartelsmann and S. Scarpetta, Industrial and Corporate Change, Vol. 14, pp. 365-391, 2005.

 

Figura 1: Dispersione della produttività e della redditività fra le imprese

 

Nota: Per la definizione delle misure di dispersione, produttività e profittabilità si rinvia a M. Bugamelli, F. Schivardi e R. Zizza, “The euro and firm restructuring”.

 

Figura 2: Tasso di creazione e distruzione di posti di lavoro