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L'EUROPA CHE NON C'E'

di Francesco Daveri 30.09.2008

Non ci sarà un piano Paulson per l’Europa. La Commissione Europea non ha le risorse e i singoli governi sono troppo preoccupati dei destini delle loro banche nazionali per destinare, nelle attuali circostanze, risorse ad un progetto collettivo. E’ nei momenti difficili che ci accorgiamo che l’Europa politica non c’è.

VENTI DI DEFLAZIONE IN AMERICA E IN EUROPA

La riduzione della quantità di credito a disposizione delle banche e degli altri istituti di credito a causa del diffondersi della crisi dei mutui ha portato alla necessità di un virtuale salvataggio del sistema finanziario americano nella speranza di evitare una brusca contrazione del credito alle aziende americane e quindi una severa recessione negli Stati Uniti. Dopo una settimana di discussioni, è arrivato al Congresso americano il piano di salvataggio (il cosiddetto “piano Paulson”) basato sulla predisposizione di ingenti risorse finanziarie pubbliche (più prosaicamente: quattrini dei contribuenti). Il Congresso lo ha però respinto. Sono evidentemente prevalse le riserve di chi teme di trasferire denaro dei contribuenti a istituzioni finanziarie che non lo meritano (riserve di cui racconta Luigi Spaventa). Il peggio è che i venti di deflazione che soffiano già da un anno sulla sponda occidentale dell’Oceano Atlantico stanno, con la contrazione della disponibilità di credito e il parallelo rallentamento ciclico delle varie economie, arrivando anche sulla sponda orientale dell’Oceano. In Italia, l'indice dei prezzi al consumo è sceso dello 0,3% in agosto, invertendo significativamente la tendenza dei mesi precedenti. A questo punto, e lasciando da parte per un momento le domande di fondo sulla bontà di un tale piano (di cui discutono Gros e Micossi), una delle domande da porsi è se l’Europa sia in grado di mettere in campo un suo piano Paulson contro i venti di deflazione.

PERCHE' DA NOI NON CI SARA' UN PIANO PAULSON

In realtà l’Europa - come la Laura di un tormentone canoro estivo di qualche anno fa - non c’è e quindi non può impegnarsi in un piano euro-Paulson. Per due ragioni principali. Primo, l’Unione Europea non ha una spesa federale con cui finanziare il salvataggio di eventuali banche o imprese di assicurazioni nazionali in difficoltà. Mantenendo come punto di riferimento i conti di Daniel Gros e Stefano Micossi sull’esposizione dei principali istituti di credito europei, è evidente che il bilancio della Commissione europea sarebbe del tutto insufficiente alle necessità. Il bilancio della Commissione ha, infatti, una dimensione molto limitata (circa l’1% del PIL dei paesi membri) ed è destinato a cose come la politica agricola, la coesione sociale e, più recentemente, anche il sostegno alla ricerca e l’innovazione. Secondo, il bilancio dell’Europa è destinato a finalità strutturali, non a compiti come quello di aumentare occasionalmente la spesa pubblica in funzione anticiclica, compito che il bilancio federale può svolgere in un paese politicamente unito come gli Stati Uniti d’America. Raggiungere in poco tempo un consenso tra ventisette paesi europei su come estendere sostanziose linee di credito a istituti di credito di difficoltà è una missione impossibile.
Sulla base del trattato di Maastricht il compito di compensare le oscillazioni cicliche con il bilancio pubblico è demandato ai singoli stati europei. Avviene così che i governi di Belgio, Olanda e Lussemburgo decidano per conto loro il salvataggio di Fortis, colosso bancario e assicurativo del Benelux. Posti di fronte allo stesso dilemma, probabilmente farebbero lo stesso i governi di Svezia, Danimarca e Finlandia. Cosa accomuna Belgio, Olanda, Lussemburgo, Svezia, Danimarca, Finlandia? E’ la lista dei piccoli paesi fiscalmente virtuosi, con una tradizione di bilanci in pareggio o addirittura in surplus. A questa lista di paesi che “potrebbero permetterselo”si possono aggiungere Spagna e Germania che, nonostante il rallentamento ciclico dell’economia, nel 2008 dovrebbero comunque mantenere un bilancio pubblico in pareggio o quasi. E la lista dei paesi disponibili ai salvataggi nazionali si può allungare con Irlanda e Regno Unito. Da un lato, le banche inglesi e irlandesi, molto legate a quelle americane, sono più esposte alla crisi di quelle degli altri paesi europei. Dall’altro lato, inglesi e irlandesi pur mostrando bilanci in rosso hanno un basso debito pubblico pregresso (27% del PIL l’Irlanda e 47% il Regno Unito) e i governi hanno quindi la possibilità di trovare le risorse fiscali per intervenire. Per Gordon Brown, tra l’altro, potrebbe essere l’ultima carta da giocare per recuperare un po’ di consenso elettorale.
Ben diverso è invece il discorso per Francia e Italia, oltre che per la maggior parte dei paesi dell’Est Europa dentro all’Unione, tutti già oggi con deficit pubblici non troppo distanti dal 3% del Pil. L’Italia, in più, ha anche un debito pubblico ancor superiore al 100% del Pil. Per questi paesi, costosi salvataggi a livello nazionale sarebbero più difficili a causa degli stringenti vincoli di bilancio esistenti.

CONCLUSIONE

I paesi che possono permetterselo saranno probabilmente inclini a salvare i loro istituti di credito in difficoltà con risorse pubbliche. E’ invece assolutamente improbabile che, ad esempio, il governo tedesco, che ha le sue gatte da pelare, sia disponibile a tirare fuori anche solo un euro per salvare una banca o una società di assicurazione di un paese terzo in difficoltà. E se lo farà lo farà guardando ai suoi interessi strategici più che alla solidarietà europeista. Lo stesso presumibilmente varrà per gli altri paesi in surplus.
Per fortuna, come ripete anche il ministro Giulio Tremonti in queste settimane, il sistema bancario italiano è meno interessato degli altri da questa crisi, anche perchè le nostre famiglie hanno fatto solo raramente mutui al 90 o al 100%, come invece è avvenuto in America. Altrimenti saremmo in un brutto pasticcio dal quale dovremmo uscire da soli.