Logo stampa
 
 
 
  Invia la notizia  PDF dell'articolo

MA IL CAPITALISMO E' VIVO

di Charles Wyplosz 29.09.2008

Tra il 2003 e il 2007 le banche hanno compiuto errori tanto gravi quanto grossolani. Ma il vero problema è che per più di un anno si sono ostinate a negare l'evidenza delle loro perdite. Ora arrivano i fallimenti. Ma non è certo la fine del capitalismo. Anzi è l'inizio della fine della crisi. Perché il fallimento è la sanzione ultima del mercato. Quanto alle regole, quelle attuali sono mal strutturate e sicuramente troppo complesse. E i controllori hanno lasciato che le banche le aggirassero. Anche perché tra controllore e controllato si gioca una partita diseguale.

Gli avvenimenti degli ultimi giorni confermano che l’attuale crisi è senz’alcun dubbio la più grave verificatasi nella storia delle istituzioni bancarie. Wall Street è stata decimata, e non è ancora finita. Altri gioielli della finanza internazionale spariranno nei giorni o nelle settimane a venire. Il che, però, non sorprende, non rattrista, non preoccupa.

ERRORI DELLE BANCHE

Tra il 2003 e il 2007 le banche hanno compiuto errori tanto madornali quanto grossolani. Con forme e nomi complicati, hanno comprato enormi quantità di prestiti ipotecari americani, quando i prezzi dell’immobiliare erano alle stelle. Molteplici studi e accurate analisi continuavano a mettere in guardia i compratori, prevedendo che i prezzi delle case sarebbero crollati. Accecate dalla sete di guadagno, le banche hanno tuttavia continuato imperterrite. Il crollo preannunciato è avvenuto, con ovvie conseguenze. Mercati impazziti? Senza dubbio, ma anche macroscopici abbagli delle banche. Tutto ciò non mostra niente di nuovo sotto il sole. Errare è umano ed è umano anche il comportamento da pecoroni. Ciò che è realmente singolare e interessante è il seguito della storia.
Per più di un anno le banche hanno tentato di negare l’evidenza. Invece di riconoscere le loro perdite, hanno spiegato, con accenti dotti, che era impossibile valutarle. E se non esistono perdite, non esiste fallimento. Bastava attendere giorni migliori. Nell’attesa, la situazione era bloccata e le condizioni economiche iniziavano a degradarsi. A questo punto ecco un’altra idea brillante delle banche: i contribuenti potevano fare uno sforzo e tirarle fuori dal guado. Il che è lontano anni luce dal capitalismo. Fortunatamente le autorità non si sono lasciate convincere. I fallimenti della settimana scorsa hanno segnato la fine della ricreazione. Si comincia finalmente a tirare le conclusioni, il che significa l’inizio della fine della crisi. Ci saranno ancora alcuni scossoni, ma si è sulla buona strada.

LA SANZIONE DEL MERCATO

È la fine del capitalismo allora? Tutt’altro. Il fallimento è la sanzione ultima dei mercati. Le aziende nascono e, se sbagliano, muoiono. E sono rimpiazzate da altre più giovani e vigorose. È ciò che si chiama distruzione creatrice ed è la base fondamentale della dinamica economica dei mercati. Ci è voluto un anno perché venisse applicato questo principio elementare, un anno durante il quale il capitalismo è stato messo in difficoltà e osteggiato da una ristretta lobby, fatta di amicizie e intimidazioni, l’opposto cioè della concorrenza. La pulizia ora in corso a Wall Street segnala il trionfo del capitalismo e preannuncia un sistema bancario rigenerato. Quelle banche che si erano cullate sull’onda dell’autocompiacimento, vengono cancellate. Ne sorgeranno di nuove, pronte a trarre insegnamento dagli errori del passato. Un giorno anch’esse invecchieranno, faranno a loro volta grandi errori, magari gli stessi, e spariranno. Un mercato efficace significa un mercato in cui sopravvive solo chi vale. Wall Street ritroverà presto una nuova giovinezza.

REGOLE E CONTROLLORI

È la fine del laissez faire ? È il ritorno delle regole ? Assolutamente no. In materia bancaria parlare di laissez faire significa ritornare al diciannovesimo secolo. Oggigiorno la professione bancaria è soggetta a regole rigide. Il problema non consiste quindi nel porre o non porre determinate regole, ma nel migliorare quelle esistenti. La crisi ha dimostrato che l’attuale regolamentazione è mal strutturata, forse sin troppo pignola. E sicuramente troppo complessa.
Gli accordi internazionali di Basilea II hanno partorito uno strumento incomprensibile sia per i dirigenti delle banche, sia per i controllori. Vengono totalmente ignorate le situazioni estreme, le situazioni di crisi, proprio quelle in cui ci sarebbe più bisogno di un indirizzo preciso. Tali accordi prevedono il ricorso a società di revisione, aziende private i cui principali clienti sono proprio le banche: tali società finiscono pertanto con l’essere giudici e parti in causa allo stesso tempo, il che rende il loro lavoro assai difficile. Tutto ciò non ha niente a che fare col laissez faire. 
Ci si potrebbe quasi chiedere se non fosse preferibile il sistema del diciannovesimo secolo, che non aveva regole di sorta, invece di questo strettamente regolamentato, che conferisce una falsa impressione di sicurezza e che, in certa qual misura, coinvolge la responsabilità dei governi – e quindi quella dei loro contribuenti – che a tale sistema di regole hanno dato vita. Certo sto un po’ esagerando, ma è il messaggio che conta. Gli adepti di una maggior regolamentazione dovrebbero prima sperimentare se il rimedio è migliore della malattia. L’unica lezione certa che si può trarre, sin d’ora, da questa crisi è che in questo campo non siamo stati molto abili.
L’altra lezione è che i controllori – quelli cioè che controllano la regolamentazione – hanno fallito. Sapevano benissimo che le banche nascondevano i loro rischi aggirando le regole, il cosiddetto fuori-bilancio. Ma i controllori, in genere, sono pagati assai peggio di coloro che dovrebbero controllare. Gli esperti di finanza più abili non sono quindi attratti da questa professione. Tra il controllore e il controllato si gioca una partita diseguale. Se, in futuro, si vorrà evitare di rivivere situazioni così ingarbugliate, è necessario attirare esperti di finanza di alto livello anche nel campo dei controllori e non solo in quello dei controllati. Organizzare un sistema di regole che funzioni costa caro, a prezzo di mercato.

(traduzione di Daniela Crocco)

 

* Il testo in lingua originale è pubblicato su Telos.
I commenti possono essere inviati in lingua originale al sito da cui l'articolo è tratto