Logo stampa
 
 
 
  Invia la notizia  PDF dell'articolo

PIU' ALTI I TASSI, PIU' FORTI LE CRITICHE

di Tommaso Monacelli 08.07.2008

La Bce rialza i tassi nonostante le pressioni dei politici europei. Perché cedere a quelle richieste equivarrebbe a una perdita netta di credibilità. Ma anche dai tecnici sono arrivate critiche. Eppure il modo migliore di condurre la politica monetaria è muovere i tassi oggi affinché le previsioni di inflazione da qui a 18-24 mesi appaiano in linea con determinati obiettivi. A condizione, però, che la banca centrale spieghi con chiarezza come e perché le sue decisioni di oggi influiscono sulla elaborazione delle previsioni stesse. Proprio quello che la Bce non fa.

Sorprende la miopia dei politici europei, capi di governo e non. Cercano di mettere la Bce alle strette, definendo intollerabile un rialzo dei tassi di fronte al (presunto) deteriorarsi delle condizioni reali dell’economia. Fanno finta di non sapere che queste pressioni verbali sono solo controproducenti. Se anche, teoricamente, la Bce fosse d’accordo con loro (ma non lo è, e a ragione), farebbe di tutto per non darlo a vedere. Cedere alle pressioni della politica equivarrebbe per la Banca a una perdita netta di credibilità: nel medio periodo, questo sarebbe un rimedio ben peggiore del male inflazione che ci troviamo a fronteggiare. Se davvero, prima o poi, i governi europei vorranno ottenere una riduzione dei tassi per dar fiato all’economia, è meglio che facciano prova di ben altra discrezione. Ma a che serve ai nostri politici impopolari una riduzione dei tassi decisa unilateralmente dalla Banca e non sotto la loro virtuosa pressione anti-tecnocrate? Sembra un classico caso di “dilemma del prigioniero”. Ognuno individualmente persegue il proprio benessere, eppure socialmente stiamo tutti peggio. Traduzione: fino a quando i vari governi continuano a pressare la Bce in questo modo ci ritroveremo, forse, con tassi anche più alti di quello che sarebbe strettamente necessario.

COME REAGIRE AGLI SHOCK

Ad alcuni opinionisti, non solo politici, la mossa rialzista della Bce appare invece tecnicamente ingiustificata. Perché, si dice, le pressioni inflazionistiche sono puramente di natura esterna, cioè legate al rialzo del prezzo del petrolio. Che senso ha alzare i tassi quando ci penserà la recessione imminente a frenare l’inflazione? Questa teoria ricorrente dimentica che uno shock petrolifero è quasi sempre sinonimo di riduzione del livello potenziale del prodotto (per semplificare, del livello medio di produzione di una economia in condizioni di flessibilità di prezzi e salari). La spinta verso l’alto dei prezzi proviene quindi essenzialmente dalla riduzione del livello potenziale sotto il livello ciclico del reddito.Èproprio questo il motore che muove al rialzo le aspettative di inflazione. Politiche espansive della domanda aggregata, in questi casi, non fanno altro che soffiare sul fuoco dell’inflazione, rimandando a domani interventi restrittivi ancora più forti.
Gli shock petroliferi degli anni Settanta erano forse di natura “interna”? Per quanti anni abbiamo pagato l’errore di allora delle banche centrali di mostrarsi eccessivamente morbide verso l’inflazione per appagare le sirene ingannevoli della crescita? Si obietta: ma la Fed non sta adottando una politica molto più accomodante? Si dimentica che Fed e Bce non sono necessariamente di fronte allo stesso scenario. L’economia americana è stata molto più esposta allo shock finanziario recente, per il combinarsi di due condizioni che non sembrano essersi verificate in Europa: primo, una caduta assoluta dell’indice generale dei prezzi immobiliari; secondo, un livello di indebitamento delle famiglie decisamente più elevato negli Usa che in Europa. In sostanza, la Fed si è trovata a fronteggiare due shock, quello finanziario e quello petrolifero. Perciò appare riduttiva l’opinione di coloro che faticano a spiegarsi la diversa condotta delle due banche centrali, o che talvolta la riconducono a diverse “preferenze” o “funzioni obiettivo”.
Una opinione un po’ più sofisticata ritiene invece che la politica monetaria non debba reagire a quelli che sono unicamente aggiustamenti di prezzi relativi, cioè dei prezzi di solo alcune categorie di beni. Secondo questa visione la politica monetaria si deve limitare unicamente a reagire all’inflazione “pura”, cioè un rialzo generalizzato del livello dei prezzi. Questa teoria è ben diversa da quella precedente che sostiene che la politica monetaria debba solo reagire a pressioni inflazionistiche interne, e non a quelle di natura esterna. L’idea che non si debba reagire a variazioni dei prezzi relativi si applica infatti, in linea di principio, a qualsiasi tipo di bene, petrolifero o non.

QUAL È L'INFLAZIONE PURA?

Quest’ultima teoria è teoricamente corretta, ma molto controversa. Per due motivi. Innanzitutto ottenere una misura dell’inflazione “pura” è molto difficile. La si avrebbe, infatti, una volta depurata l’inflazione ufficiale di due componenti: primo, le variazioni dei prezzi dei beni strettamente idiosincratiche (cioè proprie del singolo bene, per esempio la carne, e del tutto non correlate con le condizioni di domanda o di costo dei mercati degli altri beni del paniere). La seconda componente è più sottile. Variazioni dei prezzi relativi avvengono anche perché singole categorie di beni reagiscono in modo idiosincratico (cioè diverso da bene a bene) anche a impulsi inflazionistici puramente comuni. Depurare l’inflazione di questa seconda componente è un compito tecnicamente molto più complicato.
La seconda ragione per cui la teoria della “non risposta a variazioni dei prezzi relativi” è discutibile è che spesso variazioni del prezzo relativo di alcuni beni (per esempio proprio alimentari e materie prime come il petrolio) hanno effetti molto ampi sulle aspettative di inflazione.Èpatrimonio comune della teoria della politica monetaria che se si controllano le aspettative di inflazione si controlla l’inflazione effettiva nel medio termine, mentre il contrario non è necessariamente vero.
Chiariamo perché. Se il tasso di inflazione misurato oggi accelera, ma le aspettative di inflazione sono ben ancorate, allora vuol dire che la fiammata inflazionistica è percepita come temporanea. Come tale non influenzerà le nuove decisioni di prezzo delle imprese o le contrattazioni salariali. Non è quindi il caso che la politica monetaria intervenga. Viceversa, se l’inflazione oggi ancora non preoccupa, ma le aspettative di inflazione sembrano già fuori controllo, allora sì che è il caso di intervenire. Perché mediamente ogni variazione dei tassi inizia a produrre effetti tangibili sull’inflazione non prima di diciotto mesi.Èun po’ come il mestiere del navigatore nelle gare di rally. Il navigatore segnala le curve al pilota con sufficiente anticipo, perché cominciare a eseguire la manovra di curva troppo tardi rischierebbe di fare uscire la macchina di strada.
Lo svantaggio per una banca centrale è che il navigatore ha una cartina dettagliata con gli angoli esatti di chiusura delle curve, mentre la banca fronteggia condizioni permanenti di incertezza. Da cui è facile capire quale sia il modo migliore di condurre la politica monetaria: muovere i tassi oggi affinché le previsioni di inflazione da qui a 18-24 mesi (si noti, previsioni formulate oggi) appaiano in linea con determinati obiettivi, per esempio avere il due per cento di inflazione nel medio termine. A una condizione, però. Che la banca centrale ci spieghi con chiarezza come e perché la decisione sui tassi di oggi (e, possibilmente, la decisione sui tassi futuri) influisce sulla elaborazione delle previsioni stesse.
Il recentissimo e discusso rialzo dei tassi della Bce risponde a quest’ultimo criterio? Ci piacerebbe poter dire di sì. Ma purtroppo non abbiamo gli strumenti per farlo, perché è la stessa Bce a non fornirceli. Non dà esplicitamente le sue previsioni di inflazione a medio termine, e per “esplicitamente” intendo direttamente nel suo comunicato ufficiale, quello la cui sintassi viene sezionata da tutti i mercati, e non in un file pdf nascosto nel sito. Ma non solo, non ci dice come intende arrivare a quell’obiettivo di inflazione nel medio termine: se questo rialzo dei tassi appartiene a un sentiero rialzista, oppure se è solo una mossa isolata. La Bce sembra quasi orgogliosa del vezzo di non rivelare le proprie intenzioni sul proprio comportamento futuro.Ècome se ci stesse dicendo: partiamo dall’Italia e vogliamo andare al Polo Nord. Quindi andiamo in direzione “nord”. Benissimo, ma è solo un primo passo, qualcuno, tecnicamente, lo chiama “segnale”. E poi? Andrete via mare o via terra?