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UN TRATTATO DA ATTUARE COMUNQUE

di Stefano Micossi 17.06.2008

Il referendum irlandese conferma la difficoltà delle classi dirigenti nazionali, generalmente favorevoli all'Europa, a mantenere su questa linea il consenso dell'opinione pubblica interna. Invece di diventare un punto di riferimento rassicurante, le politiche dell'Unione hanno talora alimentato le paure, con messaggi confusi su mercato del lavoro, immigrazione, sicurezza interna, ambiente, prezzi dei beni alimentari. La ricerca di compromessi ha frenato la capacità di agire in difesa dei cittadini europei. Nulla vieta di adottare presto le norme su presidenza e ministro degli Esteri.

Il risultato del referendum irlandese è ovviamente una pessima notizia: ma non determinerà né la fine dell’Unione Europea né – come ha notato Adriana Cerretelli sul Sole-24Ore del 14 giugno – quella del Trattato di Lisbona, che alla fine, con o senza l’Irlanda, entrerà in vigore.

TESI EUROSCETTICHE

In effetti, non siamo davanti a una diffusa opposizione popolare, come dopo i referendum francese e olandese: le ratifiche parlamentari del Trattato di Lisbona sono state già completate in diciotto paesi, senza significativa opposizione interna. Una vera crisi politica si avrebbe soltanto se il processo di ratifica si arrestasse, in particolare nel Regno Unito: ma il governo inglese ha confermato l’intenzione di votare la ratifica mercoledì a Westminster.
Gli euroscettici vedono nel risultato irlandese l’ennesima prova della mancanza di democrazia e di legittimazione dell’Unione. Lucio Caracciolo ha riproposto su LaRepubblica la tesi secondo la quale non c’è democrazia senza Stato: dunque, o l’Unione si fa Stato, cosa oggi impraticabile, oppure abbandona ogni ambizione politica.
Ma questa tesi non è corroborata dai fatti: se gli Stati e i cittadini europei continuano a rivolgersi all’Europa per cercare insieme soluzioni a problemi politici che non sono in grado di affrontar da soli – nel commercio e la moneta, la sicurezza interna, la politica estera e la difesa – evidentemente pensano che sia una buona idea, visto che non li obbliga nessuno. Non sono le decisioni del Consiglio europeo di trasferire competenze a Bruxelles adottate da governi legittimi, sostenuti dal consenso popolare? Davvero il Parlamento europeo è una parodia di democrazia, tenuto conto della moltitudine di cittadini, associazioni, gruppi di interessi che partecipano alle sue deliberazioni? Caracciolo farebbe bene e guardare, di tanto in tanto i risultati dei sondaggi di Eurobarometro, che mostrano costanti maggioranze dell’opinione pubblica in favore non solo delle politiche comuni, ma anche della permanenza del proprio paese nell’Unione Europea.
L’asticella da saltare per l’approvazione dei Trattati europei è semplicemente troppo alta: in Irlanda hanno votato contro il Trattato di Lisbona 862.415 elettori, lo 0,2 per cento della popolazione europea. Quale modifica costituzionale, o anche solo legislativa, sarebbe approvata nel nostro paese se si imponesse ogni volta di ottenere separatamente anche la maggioranza di ogni consiglio regionale, o quella dei cittadini con diritto di voto regione per regione? È il referendum nazionale su decisioni europee che distorce la democrazia: perché assoggetta le decisioni di una larghissima maggioranza al potere di veto di piccole minoranze.

GLI STATI E L'UNIONE

Dunque, per favore occupiamoci di cose serie. Come ha indicato il Presidente Napolitano nella sua dichiarazione dopo il voto irlandese, il Consiglio europeo ha un compito semplice nella sua prossima riunione di giovedì e venerdì: quello di confermare la continuazione delle ratifiche, per completarle come previsto entro l’autunno. Una volta superata la soglia dei quattro quinti dei paesi membri, il Consiglio europeo di dicembre potrà valutare come affrontare il problema irlandese, secondo quanto previsto dall’articolo 48 del nuovo Trattato. Le soluzioni giuridiche si possono trovare: quella estrema è di far sottoscrivere un nuovo trattato uguale al Trattato di Lisbona ai 26 paesi che lo hanno ratificato, con tanti saluti all’Irlanda.
Ma non è ancora il tempo per queste decisioni, né per le ipotesi di avanguardie e cooperazioni rafforzate. Invece, il Consiglio europeo farebbe bene a discutere come ristabilire un contatto con l’opinione pubblica sulle grandi politiche europee: perché il referendum irlandese conferma la difficoltà delle classi dirigenti nazionali, pure generalmente favorevoli all’Europa, a mantenere su questa linea il consenso dell’opinione pubblica interna.
I pilastri della legittimazione dell’Unione europea sono gli Stati, rappresentati nel Consiglio, e i popoli, rappresentati nel Parlamento europeo. Serve un’autocritica dei capi di Stato e di governo, poiché l’origine del difetto di popolarità risiede nel loro canale di legittimazione: perché approvano le politiche comuni a Bruxelles, ma spesso non le spiegano, o addirittura le contraddicono pubblicamente quando ritornano a casa. Dovrebbero prendere l’abitudine, quando rientrano dalle riunioni del Consiglio europeo, di tenere una conferenza stampa per spiegare le decisioni che hanno preso, e come ciò sia nell’interesse del paese e dei suoi cittadini.
Inoltre, ha ragione Giulio Tremonti: c’è stato un difetto di attenzione rispetto ai temi che spaventano l’opinione pubblica. Invece di diventare un punto di riferimento rassicurante, le politiche dell’Unione europea hanno talora alimentato le paure. Sul mercato del lavoro, l’immigrazione, la sicurezza interna, l’energia e l’ambiente, i prezzi dei beni alimentari, i messaggi da Bruxelles sono stati deboli e confusi; la ricerca dei compromessi ha frenato la capacità di agire in difesa dei cittadini europei. Servono un cambio di prospettiva e un passo diverso delle decisioni.
Infine, si potrebbero attuare per consenso tra i governi alcune norme del Trattato di Lisbona già dal gennaio prossimo. Ad esempio, nulla impedisce di abbandonare il sistema di rotazione della presidenza del Consiglio europeo, nominando un presidente per i prossimi due anni e mezzo; nulla impedisce che, come per caso, il prossimo vice-presidente della Commissione per gli affari esterni sia anche la persona scelta dal Consiglio europeo per guidare la politica estera e di sicurezza al Consiglio, e che abbia l’incarico di costruire un servizio diplomatico comune. Il segnale, per quelli che esitano, sarebbe fortissimo.