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UN PACCHETTO IN CERCA DI CONSENSO

di Maurizio Ambrosini 05.06.2008

Qual è la realizzabilità e la prevedibile efficacia del pacchetto sicurezza?Il primo problema concerne gli investimenti necessari per strutture, personale, trasporti. E se si vuole lottare effettivamente contro l'immigrazione irregolare, bisogna stroncare la domanda che la alimenta. Ovvero inasprire e rendere effettive le sanzioni contro i datori di lavoro, soprattutto quando si tratta di imprese. Se si tratta invece di abusivismo di necessità, come avviene per molte famiglie, occorre prevedere canali più semplici e rapidi per l'incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Il pacchetto sicurezza approvato dal  governo ha tra i suoi punti più controversi la definizione dell’immigrazione irregolare come reato. Una dichiarazione del presidente del Consiglio negli ultimi giorni ha in verità rivelato dubbi e incertezze su questo principio nella stessa compagine governativa. Vorrei qui riflettere non sulla giustizia di un simile approccio, ma più semplicemente sulla sua realizzabilità e prevedibile efficacia.

STRUTTURE E RISORSE

Consideriamo anzitutto la disponibilità di strutture e risorse per rendere operative le nuove norme, a partire dalla necessità di identificare i cosiddetti clandestini e di individuare il loro paese di provenienza. In Italia, i posti disponibili nei centri di permanenza temporanea (Cpt), deputati a questo scopo, sono circa 2.700. Gli immigrati per cui è stata presentata una domanda di ammissione sul territorio ai sensi del decreto-flussi, in realtà quasi sempre già presenti in Italia, erano a fine 2007 circa 729mila. Anche trascurando una quota aggiuntiva di immigrati irregolari non emersi , il divario è evidente.
Se poi si pensa che il governo prevede di elevare a 18 mesi il tempo di trattenimento nei Cpt, il rischio di ingolfamento delle strutture si ingigantisce, tralasciando i problemi che il trattamento di una massa di immigrati irregolari comporterebbe per una macchina giudiziaria già allo stremo. Il primo problema nella lotta contro l’immigrazione irregolare, che le nuove norme aggraverebbero, concerne quindi gli investimenti necessari in termini di strutture, personale, trasporti e così via.
Ma proprio la prevista dilatazione della restrizione della libertà di movimento forse rivela il vero intento della norma: introdurre una lunga carcerazione preventiva per pochi malcapitati, in modo che serva da monito e deterrente per altri. In realtà, e non solo in Italia, il contrasto dell’immigrazione irregolare ormai entrata sul territorio nazionale si muove secondo logiche casuali e crudeli: si trattengono gli immigrati irregolari quando ci sono posti disponibili nei Cpt, quando appartengono a paesi disposti a riaccoglierli, quando ci sono risorse per affittare gli aerei e c’è il personale per rimandarli in patria. Gli immigrati effettivamente espulsi sono modeste percentuali, e non sono necessariamente i più pericolosi o parassitari.
Questo modo di procedere, e soprattutto la previsione di trattenere le persone per 18 mesi, senza processo, solleva un’altra spinosa questione: un serio vincolo alla capacità di contrasto dell’immigrazione irregolare è rappresentato dai nostri ordinamenti liberali, ossia da quello che gli anglosassoni chiamano “liberal constraint”. Per essere più efficaci, dovremmo essere meno liberali, così come accade in parecchi paesi del Terzo Mondo, indubbiamente più incisivi di noi sulla materia. Èquello che il governo italiano si accinge a fare. Ma deve essere chiaro il prezzo da pagare, così come le resistenze a cui si andrà incontro nelle sedi internazionali.
Criminalizzare gli immigrati irregolari rischia poi di escluderli ancora di più dai circuiti della normalità, fossero pure quelli del lavoro nero e dell’assistenza, spingendoli per forza di cose ad avvicinarsi maggiormente agli ambienti dell’illegalità. Le nuove norme potrebbero diventare un esempio di profezia che si auto-avvera: una volta definiti come criminali, gli immigrati irregolari potrebbero diventarlo in misura maggiore di quanto oggi avvenga. (1)

IL RUOLO DELL'ECONOMIA SOMMERSA

Abbiamo evocato il lavoro nero. Qui sorge un altro grave problema, già sollevato da molti a proposito delle assistenti domiciliari degli anziani: le cosiddette badanti, oltre 400mila nell’ultimo decreto flussi, inducendo altre incertezze nello schematismo dell’approccio governativo. Tra l’altro, associazioni artigiane e di piccole imprese, non senza ragione, hanno cominciato a rivendicare il fatto che anche i loro lavoratori irregolari svolgono funzioni utili e necessarie. Si sta andando verso un modello in cui, senza ammetterlo esplicitamente, alcuni immigrati irregolari saranno considerati un po’ meno criminali di altri. Già oggi risulta che la polizia non trattiene gli immigrati irregolari che mostrano la ricevuta della domanda di ammissione in base al decreto flussi 2007, ossia lavorano in nero.
Ora, se in Italia, come in altri paesi, i flussi di immigrazione irregolare sono particolarmente elevati, questo è dovuto alle abnormi dimensioni dell’economia sommersa. Se si vuole lottare effettivamente contro l’immigrazione irregolare, bisogna stroncare la domanda che la alimenta. Ciò significa inasprire e rendere effettive le sanzioni contro i datori di lavoro, soprattutto allorquando si tratta di imprese. Di questo fondamentale aspetto non si vede traccia nel pacchetto governativo.
Se si tratta invece di abusivismo di necessità, come avviene per molte famiglie, occorre prevedere canali più semplici e rapidi per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro: per esempio la possibilità di convertire il permesso di soggiorno, sapendo che quel tipo di lavoro, per le condizioni che comporta, è destinato ad attrarre in permanenza immigrati/e neoarrivati.

CHI E' IL CLANDESTINO

Un’ultima questione si riferisce all’inquadramento degli immigrati non autorizzati come “clandestini”. In generale, il grosso dell’immigrazione irregolare non arriva via mare, o nascosta in un camion, ma consiste in overstayers: persone entrate regolarmente, per esempio con un visto turistico, che poi rimangono sul territorio, magari perché trovano un lavoro.
Se anche prendiamo il caso emblematico, benché minoritario, degli sbarcati a Lampedusa o altrove (22mila nel 2006, secondo il dossier Caritas-Migrantes), scopriamo che circa il 60 per cento presenta una domanda di asilo, per ragioni politiche o umanitarie, e all’incirca il 30 per cento lo ottiene. Per contrastare più severamente gli immigrati irregolari, rischiamo quindi di sbarrare le porte anche a quanti avrebbero titolo per cercare protezione sotto le nostre leggi.
In definitiva, mi sembra che il pacchetto governativo abbia in realtà due obiettivi latenti: il primo è quello di esercitare una qualche deterrenza verso i nuovi candidati all’ingresso, spingendoli magari verso altre destinazioni. Gli interessi di famiglie e imprese in cerca di manodopera sono però un potente fattore di controspinta, e finora hanno sempre prevalso.
Il secondo obiettivo è quello del consenso: dimostrare agli elettori che finalmente si usa il pugno di ferro contro l’immigrazione irregolare. Conterebbe quindi soprattutto l’effetto annuncio, senza particolari preoccupazioni di efficacia. Già nella Milano del Seicento, come ricorda Manzoni, le grida del governo spagnolo funzionavano più o meno allo stesso modo.

(1) Se il bersaglio sono gli immigrati rumeni, di cui si sottolinea l’incidenza nelle statistiche criminali, è quasi superfluo ricordare che la norma in questione non può colpirli, in quanto cittadini europei.