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IL PAESE DEI MICRO-COMUNI

di Vittorio Emiliani 16.04.2008

Siamo i soli in Europa ad aumentare organismi comunali e provinciali anziché ridurli di numero, e di costo. Le province, accusate da decenni di pratica inutilità, sono balzate da una novantina a oltre cento. I comuni, che nel 1951 erano 7.810, mezzo secolo più tardi risultano 8.101. Ma la riorganizzazione della rete comunale è un compito storico, sul quale le nostre Regioni dovrebbero cominciare a lavorare con la solerte attenzione, per esempio, dei Laender tedeschi. Ma chi avrà il coraggio di affrontare il radicatissimo municipalismo italiano?

Nel nostro paese esistono ancora centinaia di micro-comuni. Ve ne sono con meno di cento abitanti: 45, in montagna, in collina e pure in pianura. Il più piccolo è il comune di Pedesina, in provincia di Sondrio, con appena 32 residenti. Meno di un modesto caseggiato. Fra le riforme possibili, v’è anche questa, riproposta da Walter Veltroni in campagna elettorale, cioè l’accorpamento dei micro-comuni, di quelli almeno che stanno sotto i mille residenti. I quali ammontano oggi a 1.963, addirittura un quarto del totale nazionale arrivato a 8.101.

UNA QUESTIONE SECOLARE

Si tratta in realtà di una questione più che secolare. All’alba dell’Unità d’Italia Giuseppe Mazzini propose che i Comuni italiani fossero non più di mille. Un disegno di legge in proposito lo presentò, nel 1860, nel quadro di una generale riforma delle autonomie, Luigi Carlo Farini, all’epoca ministro dell’Interno. Progetto poi ripreso da uno dei leader della Destra Storica, Marco Minghetti: accorpamento dei comuni con meno di mille abitanti e regioni quali consorzi di province. Con esiti scarsi. Ci provò anche Mussolini, e, usando la forza non contestabile dell’autorità centrale, in parte ci riuscì eliminando circa duemila comuni e dando vita alla “grande Milano” (che poi tanto grande non è) e alla “grande Genova”. Tuttavia, dopo la Liberazione, una parte di quei comuni forzosamente accorpati dal centro ripresero la loro medioevale fisionomia.

LE REGIONI PIÙ FRAMMENTATE

In effetti la dimensione territoriale dei nostri comuni è, più o meno, quella del Medio Evo e cioè la distanza che il viandante poteva percorrere a piedi nelle ore di luce (sulle strade di allora).
La Lombardia conta oggi ben 1.546 comuni dei quali 146 sotto i 500 abitanti e 340 sotto i mille, e il Piemonte ne ha 1.206. Queste sono le regioni più frammentate. In Lombardia anche in pianura: v’è, fra gli altri, il comune di Maccastorna nella piana verso il Po, con appena 90 residenti. Se mettiamo a confronto due province geograficamente omogenee (montagna, collina e pianura) di due diverse regioni, Pavia e Modena, la prima registra ben 190 comuni e la seconda soltanto 47. Dopo Lombardia e Piemonte, sono Veneto e Campania ad avere un elevato numero di comuni, ma siamo, rispettivamente, a 581 e a 551. Notevolmente polverizzata risulta pure la Liguria, con 235 comuni (47 dei quali sotto i 500 residenti) per una superficie complessiva però di neppure 520mila ettari, meno della sola provincia di Trento.
Poiché i comuni “totalmente montani” risultano da noi 3.541, cioè il 44 per cento del totale (con quelli “parzialmente montani” si supera la metà), le comunità montane avrebbero potuto, e dovuto, assumere le funzioni principali dei micro-comuni, nelle terre alte assai diffusi, lasciando loro i gonfaloni, gli stemmi e poco più, e presentandosi come un organismo amministrativo in grado di programmare interventi strutturali. Èprovato che i tanti micro-comuni garantiscono a stento la sopravvivenza avendo assai poco da investire in opere e in servizi sociali. Che mi risulti, nessuna Regione ha però intrapreso con energia questa utile strada, la quale avrebbe portato la montagna a gestioni più forti, più attente ai bisogni e anche più resistenti alle seduzioni molto concrete della speculazione edilizia. Le comunità montane si sono invece moltiplicate, in modo grottesco, arrivando sino al livello del mare, e finendo, in parte, sotto la scure virtuosa delle recenti riduzioni di spesa.

LA VIRTUOSA TOSCANA E L'EUROPA

Gli accorpamenti giudiziosi di micro-comuni avrebbero gradualmente reso inutili le stesse province le quali, se hanno una ragion d’essere, ce l’hanno laddove è maggiore la polverizzazione comunale. Vi sono regioni invece dove l’esigenza di fondere o integrare piccoli comuni appare meno pressante. In Toscana la rete municipale fu oggetto di una consapevole riforma a metà Settecento, affidata dal Granduca di Lorena a un grande studioso, Pompeo Neri, il compito di ridisegnarla sulla base dei nuovi punti di forza del territorio. Compito che il Neri doveva realizzare anche in Lombardia dove però poté portare a termine soltanto il mirabile catasto teresiano.
Negli altri paesi europei c’è stato un grande fervore riformatore in materia nell’ultima parte del Novecento. Nella Germania Federale i comuni erano addirittura 24.476. Ogni Land ha utilizzato le ricette ritenute più convenienti per gli accorpamenti. In Baviera è stato individuato un comune-guida per ogni comprensorio sul quale intervenire affidando a esso i compiti fondamentali dell’amministrazione. In Renania-Westfalia invece si è proceduto a fusioni vere e proprie con l’obiettivo di base di creare comuni con almeno 5mila residenti nelle aree agricole e con almeno 25mila in quelle industriali. Obiettivo raggiunto.
Nel Canton Ticino esistono dal 1995 opportuni incentivi alle fusioni: così 45 comuni si sono uniti in 15 nuove aggregazioni amministrative. In Danimarca hanno ridotto i comuni da 1.388 a 275 (e le province da 22 a 14), in Belgio da oltre 2.500 a meno di 600, nel Regno Unito – dove una opportuna riforma di County Boroughs e County Council era stata introdotta già nel 1888 -  da 1.830 autorità locali si è scesi a 486.
Siamo dunque i soli in Europa ad aumentare gli organismi locali e provinciali anziché ridurli di numero (e di costo). Le province, accusate da decenni di pratica “inutilità”, sono balzate da una novantina a 104. I comuni, che nel 1951 erano 7.810, mezzo secolo più tardi risultano 8.101, dei quali il 56 per cento al Nord, meno del 13 per cento al Centro e il restante 31 per cento nel Mezzogiorno, con una preoccupante polverizzazione in Calabria (409 comuni dei quali 58 sotto i mille abitanti), in Sicilia e in Sardegna. Lo stesso piccolo Molise conta un numero di comuni quasi pari a quello del Lazio, vasto oltre quattro volte di più.
Insomma, un compito storico, questo della riorganizzazione della rete comunale, per il quale, dopo quasi quarant’anni, le nostre Regioni dovrebbero cominciare a lavorare con la solerte attenzione, per esempio, dei Laender tedeschi. Vent’anni fa Massimo Severo Giannini invocò di nuovo la misura mazziniana della riduzione a mille dei comuni italiani. Invano. Chi ci riproverà? Chi avrà il coraggio di affrontare il radicatissimo municipalismo italiano?