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SE IL FONDO E' SOVRANO

di Francesco Vella 14.01.2008

I fondi sovrani rappresentano ormai un’importante realtà nei mercati finanziari mondiali. La loro opacità può divenire fattore di instabilità e ridurre le capacità di monitoraggio delle autorità pubbliche. Devono essere disciplinati, dunque. Ma ci vogliono istituzioni in grado di applicare regole uniformi e valide per tutti. Come un’autorità di controllo europea, in grado di garantire la vigilanza sul rispetto di norme condivise nell'attività dei fondi e la verifica indipendente sulla effettiva esistenza di condizioni di reciprocità.

Singolare destino quello dei fondi sovrani: è un fenomeno antico ma di recente espansione, anche con clamorose operazioni che hanno diffuso, soprattutto nelle economie occidentali, il timore di divenire facile terreno di conquista di governi stranieri. Timore che, prima della crisi dei subprime, aveva generato la richiesta di una severa disciplina della loro operatività e anche di misure di protezione per i paesi destinatari di tante non gradite attenzioni. Peccato che una volta scoppiata la crisi, gli investimenti dei fondi nelle esangui casse dei grandi operatori finanziari sono diventati merce pregiata e graditissima e, con un qualche imbarazzo, le minacce si sono attenuate e sono risorti dal nulla gli strenui difensori del libero scambio.

QUANDO IL DENARO È BENVENUTO

Si dirà: niente di nuovo, il tradizionale e irresistibile fascino del denaro. Eppure, il problema esiste, anzi più che un problema è un emblema di come stanno cambiando i mercati e di come le istituzioni fatichino a dare risposte coerenti e non schizofreniche.
La dimensione degli investimenti dei sovereign fund ha effettivamente raggiunto dimensioni ragguardevoli. E se in tutte le classifiche dei diversi rapporti internazionali ai primi posti si trova sempre un più tranquillizzante fondo norvegese, non vi è dubbio che esistono per questi operatori esigenze di effettiva trasparenza sulle politiche di investimento e sugli assetti di governance. La loro opacità può infatti, viste le risorse investite, divenire fattore di instabilità per i mercati e ridurre le capacità di monitoraggio delle autorità pubbliche.
E molte delle proposte di disciplina delle quali si discute in questi mesi, si muovono proprio in questa direzione.

AFFIDARSI AL TOMP?

Ma è la parte più semplice del problema: il vero dilemma è se si debbano adottare nei confronti dei fondi sovrani misure difensive: dalla golden share nelle industrie “sensibili”, a un tetto massimo per singolo investimento, alla sterilizzazione dei diritti di voto. C’è già un nome per queste possibili strategie: il nuovo protezionismo finanziario. E c’è anche una domanda: possiamo permettercelo proprio nel periodo in cui alcune grandi banche, in evidente emergenza, stendono tappeti rossi sotto i piedi dei fondi sovrani?
Una recente ricerca propone una soluzione basata sull’acronimo Tomp e cioè un accordo di transparency–openes -minority-passivity: in sostanza una sorta di regolamentazione che richieda ai fondi, oltre a una buona dose di trasparenza, una forte diversificazione degli investimenti e la rinuncia alla “voice” nelle società partecipate. (1)
Ma è evidente che simili accordi presuppongono comunque un principio di reciprocità, essendo ben noto che in molti dei paesi di origine dei sovereign fund gli investimenti esteri non godono, a loro volta, di grande benevolenza.

LA QUESTIONE DELLA RECIPROCITÀ

Non vi è dubbio che le clausole di reciprocità sono utili per omogeneizzare, senza muoversi in una logica unicamente restrittiva, le condizioni di operatività degli investitori. Ma non ci si deve nascondere dietro il classico dito: la reciprocità è un elastico spesso allungabile o accorciabile in base alle convenienze e alle interpretazioni politiche. Lasciare alle singole giurisdizioni la facoltà di dire quali sono gli investimenti buoni e cattivi, oppure di disegnare il confine tra i settori dove sono ben accolti e quelli dove stare alla larga, corre il rischio di avere effetti dirompenti sulla integrazione dei mercati (e sui suoi benefici), senza tener conto del pericolo che l’enorme flusso di risorse prenda percorsi ancora più oscuri e meno controllabili.
Bisogna allora rassegnarsi di fonte alla prospettiva o di farsi divorare dalle locuste governative oppure di mettere la marcia indietro e rinverdire i fasti del protezionismo? L’unica strada per uscire dallo scomodo dilemma sta sul terreno non solo e non tanto delle regole, ma anche e soprattutto delle istituzioni di governo internazionale in grado di assicurarne una applicazione uniforme, oggettiva e che garantisca tutti.
È un terreno, inutile negarlo, nel quale domina lo scetticismo: basti pensare alla infinita discussione sul ruolo e sulla governance del Fondo monetario internazionale, e alle ben note resistenze di governi e autorità nazionali a non perdere sfere di influenza e ambiti di potere. Solamente che oggi la guerra di tutti contro tutti, non conviene a nessuno e forse c’è una oggettiva convergenza di interessi per tentare soluzioni innovative.
Ad esempio, se almeno in sede europea ci fosse una autorità di controllo in grado di garantire una vigilanza sul rispetto di regole condivise nell’attività dei fondi, e una verifica indipendente sulla effettiva esistenza di condizioni di reciprocità negli investimenti, senza farsi condizionare dagli interessi di bandiera, non sarebbe già un buon passo avanti?
Naturalmente, anche in questo caso le schiere degli scettici non si contano: le opposizioni a una autorità di vigilanza europea sono ben lungi dall’essere superate, ma proprio fenomeni come quello dei fondi sovrani danno la sensazione che la miopia delle istituzioni di guardare sempre e soltanto nel proprio piccolo giardino conduca inevitabilmente, insieme alla perdita del giardino, alla sconfitta del mercato.  

(1) P. Opala, K.Rybinski, “Gordian Knots of the 21st century” sul sito www.ssrn.com