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STRATEGIA DI LISBONA E MODELLI DI WELFARE

di Vito Tanzi 27.12.2007

L'Unione Europea non riuscirà a divenire l'economia più competitiva del pianeta se non riduce significativamente gli attuali livelli di tassazione, necessari per finanziarie i costosi welfare state, e il ruolo dello Stato nella regolazione dei mercati. In un mondo sempre più globalizzato e con una competizione crescente servono reti di sicurezza che proteggano i lavoratori più esposti ai rischi del cambiamento. Ma che non possono essere i sistemi di protezione sociale pensati nel secolo scorso. Ne occorrono di nuovi, più efficienti e più amici del mercato.

La “strategia di Lisbona”, sottoscritta dalla maggior parte dei politici europei, ha identificato tre obiettivi primari che l’Europa deve cercare di raggiungere nei prossimi anni:

(a) una maggiore integrazione dell’economia europea con il resto del mondo;
(b) la promozione di un mercato unico europeo;
(c) la promozione di “ (...) uno sviluppo sostenibile nella Unione Europea con più e migliori posti di lavoro (...).

Non uno, ma tanti modelli

È opinione condivisa che il raggiungimento di questi obiettivi richieda profonde riforme strutturali, ma si sostiene anche che le riforme devono essere realizzate in modo da preservare il “modello europeo di protezione sociale”. Tuttavia, il mantenimento di questo modello non solo non è necessario né possibile, ma per molte ragioni non sarebbe neanche una buona politica.
In primo luogo, non esiste un modello europeo o un sistema di protezione sociale ben definito o chiaramente identificabile. Ma se anche esistesse, non sarebbe ottimale, ovvero il modo più efficiente e meno costoso, per raggiungere gli obiettivi prefissati. Resta poi da chiedersi se nei prossimi anni gli attuali modelli europei di protezione sociale potranno sopravvivere senza che ciò significhi un serio danno per le economie europee.
È stato sottolineato da più parti che non c’è un solo modello europeo o sistema di protezione sociale, ma ne esistono diversi, forse tanti quanti sono i paesi dell’Unione Europea. Per esempio, ci sono enormi differenze tra il modello svedese e quello italiano, o tra il sistema britannico e quello francese. Non è semplice decidere quale sia tra questi “il modello europeo”. I sistemi attuali sono il frutto di decenni di interventi politici determinati dagli interessi costituiti di gruppi particolari o dalle ideologie dei governi precedenti.
Gli attuali modelli europei di protezione sociale hanno preso le mosse un secolo fa e in modo limitato, quando i governi istituirono programmi statali speciali per dare assistenza ai veterani di guerra e alle loro famiglie, agli impiegati statali e ad alcuni gruppi di lavoratori impegnati in occupazioni particolarmente pericolose, come i minatori. Nel corso degli anni, i programmi, all’inizio molto circoscritti, sono stati ampliati fino a comprendere gruppi sempre più vasti di lavoratori, dando vita così ai moderni “welfare state”. Tuttavia, in molti paesi europei, i principali beneficiari sono stati i lavoratori dipendenti, mentre gli individui al di fuori della forza lavoro ufficiale, e in particolare quelli impiegati dall’economia sommersa, sono stati totalmente o parzialmente esclusi dalle reti di sicurezza.

Il mondo che cambia

Un mondo che diventa sempre più globale, con una competizione crescente e una struttura e organizzazione industriale in mutamento, necessita di una rete di sicurezza che protegga i lavoratori esposti ai rischi del cambiamento. E dunque i sistemi di protezione sociale devono adattarsi alle nuove circostanze, non possono più essere quelli sviluppati decenni or sono in situazioni molto diverse: se le economie si adattano al mondo attuale, altrettanto devono fare i sistemi di protezione. Bisogna riuscire a studiare e introdurre moderne reti di protezione sociale che ottengano obiettivi non dissimili da quelli raggiunti dai migliori sistemi europei, ma che lo facciano in modo più efficiente e più “amico del mercato”. Il disegno dei nuovi sistemi dovrebbe essere una sfida importante per i politici europei, e in particolare per quelli che fanno parte della Commissione europea.
Oggi, il dibattito in Europa è incentrato troppo sugli strumenti utilizzati dai paesi europei (per lo più, spesa pubblica e regolazione del mercato del lavoro) e molto poco sugli obiettivi. Obiettivi che invece possono essere raggiunti con politiche diverse: l’Unione Europea non riuscirà a divenire “l’economia più competitiva del mondo” senza ridurre significativamente i livelli di tassazione, oggi necessari a finanziarie i costosi welfare state, e senza ridurre il ruolo dello Stato nella regolazione del mercato del lavoro e di altri mercati.