
Per uscire dal dualismo del mercato del lavoro sono necessarie tre rivoluzioni: abbandonare l'idea che il posto fisso possa continuare a essere la normalità, istituire un reddito minimo garantito a tutti i cittadini e tutelare la contrattazione collettiva come base contrattuale. L'Italia si prepara a decenni di rilevanti cambiamenti strutturali, in quel che produciamo e in come e dove lo produciamo. Controproducente illudersi che la flessibilità del salario permetta di sopravvivere alla produzione di merci a basso contenuto tecnologico.
È sotto gli occhi di tutti: negli anni l’Italia ha generato un forte dualismo nel mercato del lavoro. Chi è dentro è dentro, e ha tutte le tutele, chi è fuori è fuori, e non ne ha nessuna. La divisione rispecchia in parte le sorti di due generazioni: da un lato i lavoratori più anziani, tranquilli e tutelati, dall’altro i giovani, flessibili e preoccupati. I primi, blindati da contratti più stabili di matrimoni, hanno fatto crescere una generazione di figli e nipoti pensando, "sapendo", che la normalità è il posto fisso.
Stabili e flessibili
La stabilità completa dell’impiego implica per i lavoratori anche stabilità del reddito, grazie al predominante ruolo della contrattazione collettiva. Questa seconda importante stabilità non è data invece a chi il posto fisso non ce l’ha: sussidi di disoccupazione o sostegni generalizzati al reddito sono previsti solo come eccezionalità, nel caso estremo di crisi aziendale, e solo delle grandi aziende, per la verità. Per molti anni questa tutela limitata non è stata un problema: la normalità, si è detto, è il posto fisso.
Possiamo rappresentare la stabilità dell’impiego e quella del reddito con una semplice tabella: la situazione "dei padri" è la casellina in alto a sinistra (bonariamente chiamata "corporativismo"), quella "dei figli" in basso a destra.
| Reddito | Impiego | ||
| Stabilità | Flessibilità | ||
| Stabilità | Corporativismo | SU | |
| Flessibilità | CU | Precarietà | |
Come si è arrivati alla flessibilità estrema sia dell’impiego che del reddito? Semplicemente, a fronte del fallimento della società nel trovare un posto fisso a ognuno (e soprattutto a ognuna) si è pensato che la completa flessibilità del mercato avrebbe garantito una spontanea convergenza verso la piena occupazione. Lasciamo che ogni lavoratore sia retribuito per quel che vale, e che ogni azienda paghi quanto può e vuole: la concorrenza tra lavoratori e tra aziende farà il resto. Tale proposta si accompagna al consenso crescente, anche da parte dei sindacati, sul ruolo sempre maggiore da attribuire alla contrattazione aziendale, al fine di garantire che le imprese più dinamiche e produttive offrano salari migliori, stimolando così il trasferimento dei lavoratori verso i settori in crescita.
Questa soluzione, prima ancora di conoscerne l’effettiva efficacia, si è ormai dimostrata socialmente e politicamente insostenibile.
I limiti del "contratto unico"
Meno chiara è la via di uscita. Il problema è come non abbandonare i giovani nelle fauci della casellina "precarietà", senza tornare in quella altrettanto insoddisfacente della disoccupazione e dipendenza dagli anziani, quando vigeva la casellina "corporativismo".
Una soluzione allo studio in Francia, proposta in Italia da Tito Boeri e Pietro Garibaldi su lavoce.info, è il contratto unico (nella tabella, casellina CU in basso a destra, più o meno). Si parte, tutti indistintamente, precari, nel senso di lavoratori temporanei in prova, e ai diversi rinnovi contrattuali si aumentano in via automatica le tutele, fino a giungere all’agognato posto fisso. Tale proposta avrebbe il vantaggio di superare i "timori"che le aziende hanno ad assumere, quando costrette a farlo in forme più vincolanti di un matrimonio. Si garantisce così un certo periodo di fidanzamento, per conoscersi reciprocamente e capire se si è fatti l’uno per l’altra. La normalità, in questa visione, rimane comunque l’impiego stabile e a tempo indeterminato, il posto fisso.
Il problema di questa proposta è però la visione statica dell’economia che implica. Nelle condizioni attuali l’Italia si prepara a decenni di rilevanti cambiamenti strutturali: in quel che produciamo, e in come e dove lo produciamo. E non solo a causa dell’incessante progresso tecnologico cui occorre rimanere "agganciati" se si vuole restare tra le più ricche e competitive nazioni al mondo; ma anche per i rilevanti cambiamenti geo-politici, e nella divisione internazionale del lavoro, che stanno seguendo la fine della guerra fredda e l’emersione di grandi economie tra i cosiddetti paesi in via di sviluppo. È controproducente illudersi che la flessibilità del salario permetta di sopravvivere alla produzione italiana di merci a basso contenuto tecnologico, ed è stupido cedere la sfida del lancio di nuove produzioni ad alto contenuto tecnologico.
Una visione dinamica dell’economia impone dunque l’abbandono dell’illusione che un lavoratore possa oggi "nascere e morire" nella stessa azienda, se non per puro caso. Evito di chiamare tale caso una "fortuna" perché sin dai tempi di Adam Smith si discute di quanto svilente ("alienante") possa essere ridurre una persona e un cittadino a lavoratore che ripete da sempre lo stesso mestiere. Scriveva, il padre dell’economia, che così si rischia di diventare "stupidi come un essere umano può diventare" (La Ricchezza delle Nazioni).
La prima rivoluzione - l’abbandono dell’idea che il posto fisso possa continuare a essere la normalità - ne implica una seconda, per evitare di rimanere nella casellina della precarietà e spostarsi invece in alto, nella più equa casellina SU: l’istituzione di un reddito minimo garantito a tutti i cittadini (1), che ne sradichi alla radici la precarietà, non dell’impiego, ma del reddito, questa sì, intollerabile.
Infine, tale visione implica un’ultima rivoluzione: premiare sì l’impegno e la produttività individuale, e non aziendale, ma tutelare la contrattazione collettiva come base contrattuale. Le imprese più produttive e in crescita pagheranno forse salari meno elevati di quanto avrebbero fatto con la contrattazione aziendale, ma potranno riservare più fondi alle retribuzioni individuali, agli investimenti, o - perché no - ai profitti, invitando così a investire in quel settore altre imprese e nuovi capitali alla ricerca di alti profitti.
Le imprese a bassa crescita della produttività avranno invece più difficoltà a tenere il passo, rispetto al regime di contrattazione aziendale che nel loro caso sarebbe "calmierata" dalla bassa crescita dell’azienda: saranno dunque più velocemente e con più facilità espulse da un mercato in cui evidentemente non devono più stare.
Finiranno a Est? Forse, ma non è su loro che una nazione può fondare un avvenire tra le più ricche e competitive economie mondiali.
(1)Per la verità, anche questa proposta è stata inizialmente appoggiata da Tito Boeri proprio su questo sito.