
Già in campagna elettorale abbiamo assistito allo spettacolo di chi "la spara più grossa" nel dibattito politico, e abbiamo dunque cercato di fare un po’ di chiarezza su dati e cifre, spesso citati a vanvera. Sul referendum costituzionale, anche se si tratta di una tematica apparentemente più ristretta, si rischia lo stesso. E si tratta di un problema perfino più delicato, non solo perché è in ballo la Costituzione, ma anche perché, come giustamente osserva Giovanni Sartori, criticando i media televisivi, "un referendum deve strutturare una scelta" e deve quindi spiegare le ragioni del sì e quelle del no. Questa settimana riproponiamo dunque il nostro "Vero o falso?" Informeremo i lettori (contando anche sul loro aiuto) su sviste o eventuali errori.
Eugenio Scalfari " Referendum, se vince il "Sì" lo Stato andrà allo sfascio"
(Editoriale su La Repubblica del 18 giugno 2006)
"Il costo ragionevolmente stimato di questa riforma è previsto in 250 miliardi di euro, una cifra enorme per la quale non è prevista né possibile alcuna copertura. Sorvolo sulla disparità tra Regioni ricche e Regioni povere, alla quale dovrebbe dare rimedio un fondo perequativo nazionale senza peraltro alcuna disposizione sul federalismo fiscale. "
Non si sa dove Scalfari abbia preso questi numeri, ne quale sia la fonte di cifre analoghe e altrettanto assurde che sono circolate ad abundantiam sui giornali. Probabilmente, la confusione è tra la spesa complessiva degli enti territoriali di governo (Regioni, Province e Comuni) e la spesa addizionale di questi enti che sarebbe indotta dalla riforma costituzionale. Tutte assieme, le autonomie locali spendono già adesso circa il 14% del Pil, o attorno ai 200 miliardi di Euro; a queste, andrebbero aggiunte le risorse necessarie per finanziare il decentramento di funzioni previsto dalla Costituzione, stimato però in circa 70 miliardi di euro. Ma anche su questo va fatto chiarezza. In realtà:
1) la riforma costituzionale ora in discussione (la cd. devolution) non aggiunge quasi nulla a quanto già previsto dall’attuale Titolo V, per lo meno nella interpretazione più gettonata dell'attuale art.117, comma 3. Tale articolo stabilisce già infatti che l'istruzione sia una funzione legislativa concorrente tra Stato e Regione; e se la gestione segue la funzione legislativa, stipendi degli insegnanti e edifici scolastici dovrebbero già comunque passare alle regioni. 2) Coerentemente con questa impostazione, l'ISAE calcola in circa 70 miliardi di euro le risorse addizionali che dovrebbero essere attribuite alle Regioni (e a cascata agli altri enti locali) per attuare il presente Titolo V, cioè quello riformato dal centro sinistra nel 2001, di cui il 67% deriva dal decentramento dell’istruzione;. 3) Rispetto a queste, la devolution, cioè l'attribuzione di competenze esclusive nel campo di sanità, istruzione e polizia amministrativa, aggiunge necessariamente poco o nulla. Infatti 1) la sanità è già per la quasi totalità gestita e finanziata a livello regionale, e dunque non c'è nulla più da attribuire; 2) l'istruzione dovrebbe come si è detto già passare sulla base dell'attuale Titolo V; 3) nessuna sa cosa sia la polizia amministrativa regionale e locale, dunque è un dato impossibile da stimare.