
La campagna elettorale è ormai entrata nel vivo; mai come in questi tempi l’economia è al centro dei dibattiti, soprattutto televisivi. Con i politici di entrambi gli schieramenti perennemente impegnati a snocciolare cifre, dati, statistiche: ma siamo proprio sicuri che queste cifre, questi dati, queste statistiche siano esatte? C’è qualcuno che si prende la briga di controllare se le affermazioni sono, fattualmente, vere?
Negli Stati Uniti, il giorno dopo i dibattiti, servizi e inchieste fanno le pulci alle dichiarazioni dei due contendenti, per individuare eventuali errori (in particolare sulle questioni economiche) dell’uno o dell’altro.
Domani andrà in onda il primo confronto televisivo tra idue candidati premier del prossimo Governo italiano. Staremo con le orecchie tese: cominceremo anche noi a fare le pulci ai nostri politici. Speriamo solo che qualcuno segua il nostro esempio.
Invitiamo i nostri lettori ad aiutarci a smascherare dichiarazioni dubbie.
Ipse dixit
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Mentre Fassino afferma che la crescita del Pil italiano nel 2005 era pari a zero, Fini interrompe dicendo "In Francia è 0.3 e la Germania l’anno scorso era in recessione" (Ballarò, martedì 4 aprile)
Dai dati disponibili su Eurostat si può facilmente vedere che la Germania ha registrato una crescita del Pil nel 2005 delllo 0.9% (dati definitivi), non proprio in recessione. Per la Francia l’Eurostat non ha ancora il dato definitivo, ma una previsione di crescita dell’1.6%.
Percentuale di crescita del Pil
| 1996 | 1997 | 1998 | 1999 | 2000 | 2001 | 2002 | 2003 | 2004 | 2005 | |
| Germany | 1.0 | 1.8 | 2.0 | 2.0 | 3.2 | 1.2 | 0.1 | -0.2 | 1.6 | 0.9 |
| France | 1.1 | 2.4 | 3.6 | 3.3 | 4.1 | 2.1 | 1.2 | 0.8 | 2.3 | 1.5(f) |
Fonte: Eurostat
Secondo l’ISAT francese, INSE (Institut National de la Statistique et des Études Économiques), la crescita dell’economia è stata dell’1.4%; mentre secondo la Commissione Europea nell’Interim forecast (directorate-general for economic and financial affairs) del 21 febbraio 2006, la crescita del Pil francese è stata dell’1,5%, comunque non 0.3%.
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Nel duello televisivo Prodi ha affermato che il sud e' cresciuto meno del nord sotto il governo Berlusconi.
(dal secondo confronto tv, lunedì 3 Aprile)
Non è vero. Il PIL del Mezzogiorno è cresciuto dell'1.3% l'anno tra il 2000 e il 2004, mentre il PIL del Nord è cresciuto solo dell'1.0%. Una simile differenza marginale in favore del Mezzogiorno si era verificata anche nei cinque anni precedenti.
I dati relativi possono essere scaricati dal sito dell'Istat ("conti territoriali"):
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Segnalazione di un lettore; dal rotocalco propagandistico del Presidente del Consiglio: "La vera storia italiana - dietro le quinte del governo del governo Berlusconi - pag. 154
"27.119 dollari è il reddito medio odierno degli italiani (nel 2001 era di 24.670 dollari)"
Guardando il sito www.uic.it, che è il sito dell'Ufficio Italiano dei Cambi, si vede che nel 2001 il cambio dollaro/euro era circa 0.90 dollari per un euro nel 2001; oggi e' circa 1.20 (dollari per un euro). Il valore del dollaro è quindi cresciuto del 33% circa, ed è questo che traina la crescita di cui sopra.
Traducendo gli stessi valori in Euro avremmo 27.411 Euro nel 2001 (24.670/0.90) e 22.599 Euro nel 2004 (di nuovo, 27421/1.20). Di certo, partendo da qualunque serie in euro, se la converti in dollari al cambio corrente ottieni una forte crescita del valore dato l'apprezzamento dell'euro nel frattempo. Ad esempio, se il reddito in euro fosse stato di 20000 euro in entrambi gli anni, in dollari ci sarebbe una crescita di circa il 33%.
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…Il record di famiglie italiane che possiede la propria abitazione, l’87%, 3 milioni l’hanno comprato nei 5 anni del nostro governo. (dichiarazione del Presidente del Consiglio nel corso del secondo confronto tv con Romano Prodi, lunedì 3 Aprile)
Indagine banca d'italia sui bilanci delle famiglie italiane del 2004. La quota di famiglie propietarie della casa di abitazione e' il 69.68 percento; 20,96 in affitto, le altre hanno una casa a riscatto o in godimento (gratuito e a pagamento).
TITOLO DI |
GODIMENTO |
DELL'ABITA-
Z IONE (5) | Freq. Percent Cum.
------------+-----------------------------------
1 | 5,583 69.68 69.68
2 | 1,679 20.96 90.64
3 | 35 0.44 91.08
4 | 190 2.37 93.45
5 | 525 6.55 100.00
------------+-----------------------------------
Total | 8,012 100.00
A Ballarò si è parlato di conti pubblici e del "drammatico" debito che il governo di centro sinistra avrebbe lasciato in eredità. Ancora una volta si è citato un dato, il 3,2% del rapporto disavanzo/Pil. Cerchiamo di spiegare ai lettori sia l’importanza del dato sia la corretta interpretazione che bisogna attribuirgli.
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Segnalazione di un lettore: Molti italiani hanno ricevuto a casa un rotocalco propagandistico del Presidente del Consiglio. Fra le tante affermazioni, vi sottoponiamo quella di pagina 4 in cui si sostiene quanto segue:
"Addio alla lira: il grave errore di Prodi. L'euro quotato a 1936 lire ha, di fatto, dimezzato stipendi e pensioni: secondo gli italiani, il cambio giusto da applicare era a 1500 lire"
Commento: Al momento della conversione in euro, il cambio lira marco era intorno alle mille lire per marco; il marco venne convertito a 1.995 marchi per euro e quindi, dato il cambio del marco con l'euro e quello della lira con il marco fissato dal mercato, la conversione della lira con l'euro doveva avvenire intorno a 2000 lire per un euro
- anche volendo un cambio a 1500 lire non sarebbe stato praticabile proprio perché troppo lontano dal cambio di mercato;
- qualunque fosse il livello del cambio di conversione, nel momento del changeover sono stati ridefiniti in euro usando lo stesso cambio sia i salari e i redditi che i prezzi dei beni commerciati in Italia. Il potere d'acquisto in beni nazionali è quindi (a meno degli arrotondamenti, qualche abuso etc.) sostanzialmente indipendente dal cambio usato per il changeover.
Ad esempio, un lavoratore con un salario di 2 milioni di lire, che compra, poniamo solo pizze che costano 4000 lire l'una, prima del chnageover può comprare 500 pizze al mese; se il changeover avviene a 2000 lire per euro il suo salario diventa di 1000 euro e il prezzo della pizza 2 euro: come prima può comprare 500 pizze. Se la conversione avviene a 1500 euro il suo salario diventa 1333 euro e il prezzo della pizza 2.67 euro: potere d'acquisto 500 pizze, sempre lo stesso. Ma con un cambio rivalutato a 1500 lire si vede subito che un tedesco deve pagare 2.67 euro (anziché 2 euro)per comprare le pizze italiane. Di conseguenza ne acquista meno e i produttori italiani perdono competitività, producono di meno, assumono meno lavoratori etc. D'altro canto, gli italiani con 1333 euro ottenuti con il cambio a 1500, anziché comprare solo prodotti nazionali possono anche comprare beni tedeschi e ottenerne di più. Un cambio rivalutato della lira deve corrispondere a un cambio svalutato del marco.
Insomma, il livello del cambio di conversione non altera il potere di acquistare beni nazionali; ha un effetto sulla nostra capacità di acquistare beni esteri e sulla nostra possibilità di vendere all'estero beni nazionali: ma un cambio che ci rende meno caro comprare beni all'estero rende più cari i nostri beni all'estero e riduce l'export.
In tutti i casi, discutere delle 1500 lire è un non senso. Un cambio intorno alle 1500 lire per euro sarebbe potuto avvenire prima della svalutazione del 1992, quando occorrevano "solo" 760 lire per un marco. Tenendo il cambio marco/euro a 1.995 marchi per euro, la lira si sarebbe potuta convertire a 1500 lire per euro. Ma quella era storia lontana e pregressa al momento della adozione dell'euro e del changeover: allora il cambio di mercato era intorno a quello a cui è avvenuta la conversione.
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L’incursione dell’euro nei bilanci familiari ha prodotto un aumento dei prezzi in tutta Europa. L’euro, secondo noi, è stato introdotto con troppa fretta, senza le necessarie precauzioni, cioè senza tenere le altre monete in corso per un certo tempo. Ancora oggi il 90% degli italiani ragiona in lire.( dichiarazione tv del Presidente del consiglio nel corso del confronto tv del 14 marzo con Romano Prodi)
Euro batte Lira 97 a 3.
Il Presidente Silvio Berlusconi ha più volte sostenuto che gli italiani ragionano ancora in lire. Ha affermato che il 90% degli italiani ragiona in lire. Questa ipotesi può essere verificata sulla base di una indagine, SHARE "Survey of Health, Ageing and Retirement" , condotta nel 2004, tesa a studiare le condizioni di vita degli ultracinquantenni in Europa. Il questionario contiene domande su aspetti economici quali i redditi, i consumi etc…In Italia sono stati intervistati circa 2500 individui.
L’intervistatore pone le domande e poi registra immediatamente la risposta sul suo computer portatile – se la risposta è fornita in euro viene immediatamente registrata. Se non c’è risposta o l’intervistato mostra indecisione la domanda viene riproposta chiedendo di rispondere il lire.
Ci sono due possibili fonti di distorsione (di segno contrario) nel confronto risposta in lire o in euro. Da un lato si tratta di una campione di individui di età comprese tra i 50 e i 100 anni, più propensi in media a rispondere in lire, dall’altro l’intervistatore si aspetta che la risposta sia in euro, e solo in caso di "indecisione" fornisce esplicitamente la possibilità di rispondere il lire.
L’evidenza empirica è schiacciante (si veda tabella): persino sul valore della casa di proprietà, che certamente è stata acquistata o ricevuta in dono negli anni della lira, il 97% risponde in euro.
| Domanda | Rispondono in euro | Rispondono in lire | Numero Risposte Totali |
| Pensando agli ultimi 12 mesi: quanto ha speso all’incirca la sua famiglia in beni alimentari e bevande che avete consumato a casa in un mese normale? | 1462 (99,12%) | 13 (0,88%) | 1475 |
| Al lordo di imposte e contributi, a quanto ammontava all’incirca il suo reddito da lavoro dipendente nel 2003? | 341 (98,27%) | 6 (1,73%) | 347 |
| Al lordo delle imposte, a quanto ammontava all'incirca un singolo pagamento della sua pensione nel 2003? | 415 (98,57%) | 6 (1,43%) | 421 |
| Secondo lei, quanto ricaverebbe se oggi vendesse la sua casa? | 892 (97,38%) | 24 (2,62%) | 916 |
Nota: la domanda sul consumo e quella sulla casa viene posta solo ad un membro della famiglia.
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"I quattro governi della sinistra avevano messo in circolo 7 miliardi di euro per opere pubbliche, noi ne abbiamo messi in circolo ad oggi 51 miliardi di euro, con il prossimo Cipe arriveranno a 73 miliardi. Significa che abbiamo fatto esattamente 10 volte quello che hanno fatto i governi della sinistra." (Silvio Berlusconi, durante il duello televisivo Berlusconi vs Prodi del 14 marzo, Rai1)
Secondo i dati forniti recentemente dall’Ance nel suo Rapporto sulle infrastrutture in Italia (2005). Utilizzando valori in euro costanti (1995) la spesa per opere pubbliche è stata complessivamente pari a 73,1 miliardi dal 1997 al 2001 (una media di 14,62 all’anno) e a 64,7 miliardi dal 2002 al 2005 (una media di 16,17 all’anno) (1). Non è chiaro da dove il Presidente del Consiglio abbia tratto la cifra dei 7 miliardi, mentre i 51 (anzi, oltre 52) erano effettivamente i fondi stanziati (ma non ancora "messi in circolo") dal Cipe per i progetti approvati sino alla fine del 2004.
Secondo i dati Banca d'Italia, inoltre, gli investimenti pubblici totali (quindi comprensivi delle grandi opere) hanno oscillato tra il 2,2 e il 2,5% del Pil tra 1996 e 2001 e tra 2,4 e 2,6% del Pil tra 2002 e 2004 (non sono disponibili i dati 2005). Si tratta di dati incompatibili con un rapporto di 1 a 10 tra gli investimenti in opere pubbliche della tredicesima e della quattordicesima legislatura.
(1) Il dato 2005 è basato su previsioni e quello del 2004 su preconsuntivi. Per ciascuna legislatura è stato scelto di attribuire la spesa del primo anno alla legislatura precedente, dal momento che tali spese sono in gran parte attribuibili a decisioni prese dal governo precedente.
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"Guardavo solo i dati europei. Non ho il minimo interesse per la moltiplicazione di dati che vengono fatti da varie fonti: il mio giudice è la Commissione europea e sono i dati Eurostat quelli fondamentali". (Dichiarazioni di Giulio Tremonti a Porta a Porta, 16 marzo 2006),
"Quando ieri sono stato interrogato sui dati della Banca d'Italia è venuta fuori una roba del tipo, io dico quello che dicono tutti i ministri che per me valgono solo i dati Eurostat.." (Nuova Dichiarazione di Giulio Tremonti a Porta a Porta, 20 Marzo 2006)
La bontà dei dati italiani, come si può leggere all'interno del Bollettino economico, è garantita dalla Banca d'Italia ed è conforme agli standard europei.
Fonte: Banca d’Italia, Bollettino economico, pag. 56°
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"Nel 2001 abbiamo trovato un buco di 37 mila miliardi certificato da Eurostat e Istat, che ha portato i nostri conti al deficit del 3,2% mentre i governi dell’Ulivo avevano dichiarato lo 0,8%. Proprio a causa del malgoverno dell’Ulivo siamo andati in deficit eccessivo prima di Francia e Germania."(Dichiarazione, contestata, ma formalmente corretta di Silvio Berlusconi nel duello televisivo, 14 marzo 2006 In base alla segnalazione di alcuni lettori abbiamo verificato la seguente dichiarazione).
I dati ufficiali Istat relativi al 2001 e pubblicati fino a luglio del 2004 (vedi c. stampa 5/7/04) indicavano un "rapporto indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche (deficit) / Pil" pari al 2,6%, quindi ben al disotto del 3%. Nel marzo del 2005 (c. stampa del 1/3/05), a seguito di decisioni Eurostat sul trattamento delle operazioni delle Ferrovie dello Stato, il deficit per il 2001 fu rivisto al 3,0%. Infine, secondo i dati rilasciati dall'Istat a febbraio 2006, i quali incorporano anche una rivalutazione del Pil di circa il 2,5% per il 2001, il rapporto riferito al 2001 è ora pari a 3,1% (3,2% se non ci fosse stata la rivalutazione). Di conseguenza, l'affermazione di Berlusconi che nel 2001 il deficit aveva già "sfondato" il limite del 3% è corretta sulla base dei recenti dati Istat, ma tale risultato è dovuto alla decisione Eurostat presa nel 2004/2005: sul piano sostanziale, quindi, non si può affermare che fu la politica del
governo di centrosinistra a portare il deficit nel 2001 oltre la soglia del 3%.
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Lucia Annunziata: "Ma la Confindustria pone il problema sostanziale, sottolinea i dati di un'Italia ferma. Io non sono riuscita a capire in tutti i suoi interventi come lei può dire...". "Glielo spiego - interviene il premier - il governo della sinistra ha avuto uno sviluppo inferiore alla media UE dello 0,9%, noi dello 0,8. Quindi abbiamo fatto meglio. Capisco che lei non sia molto pratica di economia, ma i dati sono questi". (Dichiarazioni del presidente del Consiglio durante l’intervista a Lucia Annunciata "In mezz'ora" domenica 12 marzo, Rai3)
Guardiamo, invece, i dati.
Pil ai prezzi di mercato (variazione percentuale rispetto all’anno precedente)
| EU 15 | Italia | Differenza (EU15 - Italia) | |
| 1996 | 1.6 | 0.7 | +0.9 |
| 1997 | 2.6 | 1.9 | +0.7 |
| 1998 | 2.9 | 1.4 | +1.5 |
| 1999 | 3 | 1.9 | +1.1 |
| 2000 | 3.9 | 3.6 | +0.3 |
| 2001 | 1.9 | 1.8 | +0.1 |
| 2002 | 1.1 | 0.3 | +0.8 |
| 2003 | 1 | 0 | +1 |
| 2004 | 2.3 | 1.1 | +1.2 |
| 2005 | 1.4 | 0 | +1.4 |
| Media | EU 15 | Italia | Differenza (EU15-Italia) |
| 1997-2000 | 3.1 | 2.2 | +0.9 |
| 2002-2005 | 1.45 | 0.35 | +1.1 |
Fonte: Eurostat
Abbiamo preso in considerazione i periodi 1997-2000 e 2002-2005 escludendo gli anni in cui si sono svolte le elezioni (1996 e 2001), per la semplice ragione che il loro risultato potrebbe non essere imputato interamente all’uno o all’altro schieramento. Dai dati si può vedere che per il periodo di governo del centrosinistra (1997-2000) la media europea è superiore dello 0,9 per cento alla crescita italiana, mentre per il periodo di Governo del centrodestra la media europea è superiore a quella italiana dell’1,1 per cento.
Anche qualora si volessero attribuire al Governo Berlusconi i risultati del 2001 e al centrosinistra quelli del 1996, non avremmo quanto detto dal presidente del Consiglio: la differenza tra la media europea e la media italiana risulterebbe dello 0,9 per cento, uguale per entrambi i periodi.
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Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti dichiara "(...)per tre anni siamo cresciuti il doppio della Germania...". Francesco Rutelli interrompe: "No, metà della Germania". Tremonti precisa: "...nel 2001, 2002 e 2003", Rutelli insiste "no, metà della Germania". (Francesco Rutelli,Ballarò - puntata del 7/3/2006)
Vediamo i dati:
Pil ai prezzi di mercato ( variazione percentuale rispetto all’anno precedente)
| 1996 | 1997 | 1998 | 1999 | 2000 | 2001 | 2002 | 2003 | 2004 | 2005 | |
| Germania | 1 | 1.8 | 2 | 2 | 3.2 | 1.2 | 0.1 | -0.2 | 1.6 | 0.9 |
| Italia | 0.7 | 1.9 | 1.4 | 1.9 | 3.6 | 1.8 | 0.3 | 0 | 1.1 | 0 |
Fonte: Eurostat
Secondo questi dati la crescita della Germania è stata inferiore di poco meno della metà rispetto a quella italiana nel periodo 2001-2003.
Media Germania 2001-2003 | +0.37 |
Media Italia 2001-2003 | +0.70 |
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Sempre nella stessa puntata di Ballarò, il ministro Tremonti afferma: "mi pare che (Rutelli l’ha infatti dichiarato in precedenza, n.d.r.) l’onorevole Rutelli abbia detto che nel 2003 l’Italia è cresciuta dello 0,0 per cento. Nel 2003, una informazione che può essere verificata, la crescita, invece, è stata dell’1,4 per cento..."(Giulio Tremonti, Ballarò - puntata del 7/3/2006)
Basta guardare le tabelle qui sopra per rendersi conto che l’affermazione del Ministro è errata. Nel 2003 l’Italia ha avuto crescita zero.
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"Il governo, nell' attuale legislatura, ha ridotto la pressione fiscale complessiva dal 45% al 40,6%. E intende continuare su questa strada anche nella prossima legislatura". Lo ha affermato il premier Silvio Berlusconi parlando a 'Porta a porta'." (Dichiarazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi riportate a "Porta a Porta" 8 marzo).
La pressione fiscale è la somma di imposte dirette, imposte indirette, contributi sociali e imposte in conto capitale, rapportata al Prodotto interno lordo (Pil).
Vediamo i dati.
| 2000 | 2001 | 2002 | 2003 | 2004 | 2005 | |
| Pressione fiscale (valori percentuali) | 41,6 | 41,3 | 40,8 | 41,4 | 40,7 | 40,6 |
| Pressione fiscale al netto delle imposte in conto capitale (valori percentuali) | 41,5 | 41,2 | 40,6 | 40,0 | 40,1 | 40,5 |
Fonte. Istat, marzo 2006
Se si considera la pressione fiscale nella sua versione più ampia (prima riga), la riduzione durante l’attuale legislatura (2005 rispetto al 2000) è pari a un solo punto percentuale. Il risultato non cambia se si escludono le imposte in conto capitale (seconda riga), che contengono entrate straordinare, quali i condoni. Anzi, al netto dei condoni, negli ultimi due anni la pressione fiscale è tornata a salire.
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... a seguito delle riforme dell’Irpef introdotte dal centrodestra "Sono oggi 10 milioni i contribuenti in più che non devono neppure fare la dichiarazionedei redditi ne avevamo trovati 2 milioni e mezzo di prima" (Dichiarazione del Presidente del Consiglio durante il Duello televisivo Berlusconi vs Prodi del 14 marzo, Rai1)
La cosiddetta no tax area e le deduzioni per carichi familiari (entrambe decrescenti al crescere del reddito) introdotte con le riforme Irpef dal 2003 e dal 2005 riducono il reddito imponibile. Fino a che le deduzioni sono più ampie del reddito, il contribuente non paga alcuna imposta. Le deduzioni in questione individuano quindi una soglia di esenzione.
Anche prima dell'introduzione dei due moduli di riforma Irpef esisteva però una soglia di esenzione entro cui ricadevano tutti i soggetti che potevano godere di detrazioni di imposta (per redditi di lavoro e per carichi famigliari) tali da annullare l'imposta dovuta.
Gli ultimi dati ufficiali a cui si possa accedere su quanti siano i contribuenti al di sotto di questa soglia di esenzione riguardano il 2001 (entro breve dovrebbero essere disponibili anche quelli relativi al 2002) e sono riportati nella tabella che segue. Da essi risulta che, già nel 2001, i soggetti con imposta nulla erano 8,2 milioni.
Se, come dice Berlusconi, ora sono circa 12,5 milioni (e il dato appare comunque plausibile, sulla base di microsimulazioni), la platea dei soggetti esenti è cresciuta non di 10 milioni di unità ma di 4,3 milioni.
Persone fisiche anno di imposta 2001
| Fasce di reddito complessivo | Dichiaranti | Imposta netta nulla |
| fino a 5000 | 8.235.111 | 5.124.788 |
| da 5000 a 20000 | 21.538.114 | 3.053.582 |
| da 20000 a 50000 | 7.881.082 | 14.923 |
| oltre 50000 | 1.139.361 | 716 |
| Totale | 38.793.668 | 8.194.009 |
Fonte: dati Sogei – Cd-rom Le dichiarazioni in cifre
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"…l’85% dei 10000 scioperi all’anno che si sono verificati sono stati fatti per motivi politici.." (Dichiarazione del Presidente del Consiglio durante il Duello televisivo Berlusconi vs Prodi del 14 marzo, Rai1)
Non esistono dati statistici aggregati, riferiti alla totalità degli scioperi effettuati anno per anno, che indichino se uno sciopero è avvenuto per motivi politici. Una ricerca su questo punto potrebbe essere svolta soltanto sugli scioperi del settore dei servizi pubblici, soggetti al controllo della Commissione di Garanzia istituita dalla legge n. 146/1990; la maggior parte di questi riguardano il settore dei trasporti ed è osservabile nel sito web del Ministero dei trasporti e delle infrastrutture. Basta una scorsa ai dati ivi disponibili per constatare che la parte nettamente maggiore degli scioperi nel settore dei trasporti è dettata da motivi di ordine strettamente sindacale-contrattuale.
Quanto ai dati Istat disponibili, in riferimento alla generalità degli scioperi effettuati in Italia essi sono così rubricati: "ore non lavorate per conflitti originati dal rapporto di lavoro distinte per mese e causa". Essi inoltre non riguardano il numero degli scioperi, bensì il numero di ore non lavorate. Ecco i dati in questione:
Anni 2001-2005 (Migliaia)
| Motivazioni | 2001 | 2002 | 2003 | 2004p |
| Rinnovo contratto di lavoro | 4 204 | 2 153 | 3 194 | 1 951 |
| Rivendicazioni salariali | 146 | 83 | 157 | 119 |
| Rivendicazioni economico-normative | 1 592 | 1 344 | 1 379 | 1 550 |
| Licenziamenti e sospensione | 351 | 744 | 261 | 387 |
| Solidarietà | 22 | 538 | 21 | 189 |
| Altre cause | 723 | 1 242 | 717 | 654 |
| TOTALE | 7 038 | 6 104 | 5 730 | 4 852 |
Fonte: Istat
Poiché non vengono censiti gli scioperi per "motivi politici", possiamo in via di approssimazione ricondurli prima alle ore non lavorate per "Altre cause", poi alla somma delle ore non lavorate per motivi di "Solidarietà" e "Altre cause". Nella seguente tabella sono indicate le incidenze percentuali di queste "motivazioni" sul totale delle ore non lavorate. Ne risulta con certezza che la dichiarazione di Berlusconi è falsa: gli scioperi per motivo politico, nel quadriennio 2001-2004, quand’anche potessero essere fatti coincidere con tutti gli "scioperi di solidarietà" e tutti gli "scioperi per altre cause", non raggiungerebbero mai il 30% del totale, attestandosi per tre dei quattro anni fra il 10 e il 18%.
| Percentuale sul totale | 2001 | 2002 | 2003 | 2004p |
| Altre cause | 10,27 | 20,35 | 12,51 | 13,48 |
| Altre cause + solidarietà | 10,58 | 29,16 | 12,88 | 17,37 |
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"Nel periodo 1998-2001 la pressione fiscale scese di 4 punti in 4 anni. Le entrate non diminuirono perché ci fu un recupero dell'evasione. Con Berlusconi in 5 anni la pressione fiscale è scesa di un punto, ma sono aumentate le tasse degli enti locali, a causa dei tagli dei trasferimenti. Con Berlusconi gli italiani hanno pagato più tasse". Lo afferma ad Otto e mezzo il segretario Ds Piero Fassino. (Dichiarazione dell’On. Piero Fassino alla puntata di Otto e mezzo, 8 Febbraio).
Riprendiamo il tema della pressione fiscale
La definizione ufficiale di "pressione fiscale" è la somma di imposte dirette, imposte indirette, contributi sociali e imposte in conto capitale, rapportata al Prodotto interno lordo (Pil). Talvolta il termine non comprende le imposte in conto capitale, nelle quali è incluso il gettito di condoni e sanatorie.
Vediamo i dati (valori in percentuale).
| 1995 | 1996 | 1997 | 1998 | 1999 | 2000 | 2001 | 2002 | 2003 | 2004 | 2005 | |
| Pressione fiscale 1 | 41,2% | 41,6% | 43,7% | 42,3% | 42,4% | 41,6% | 41,3% | 40,8% | 41,4% | 40,7% | 40,6% |
| Pressione fiscale 2 | 40,6% | 41,4% | 43,0% | 41,9% | 42,3% | 41,5% | 41,2% | 40,6% | 40,0% | 40,1% | 40,5% |
1 Comprensiva delle imposte in conto capitale
2 Al netto delle imposte in conto capitale
Fonte. Istat, marzo 2006
Come si vede, per entrambe le definizioni c’è un picco nel 1997 (l’anno dell’ammissione dell’Italia all’euro), dopo di che la tendenza è alla diminuzione. Dal 1997 al 2001 la diminuzione è stata di 2,4 punti per la prima definizione e di 1,8 punti per la seconda definizione. Dal 2001 al 2005 la diminuzione è di 0,7 punti per entrambe le definizioni.
La pressione fiscale, in entrambe le definizioni, comprende le imposte di tutti i livelli di governo, quindi anche quelle attribuite alle regioni (ad esempio, l’Irap e l’addizionale Irpef) e agli enti locali (ad esempio, l’Ici).
Questo dicono i dati ufficiali, quanta parte poi dell’andamento delle entrate sia imputabile al ciclo economico (che determina gli imponibili), al recupero dell’evasione, alla variazione delle aliquote legali richiede un’analisi molto più complessa.
* A cura di Davide Baldi e Ludovico Poggi per la Redazione de lavoce.info