
Gli sport possono essere un grande affare e le dispute sono inevitabili in tutti i grandi affari. Gli Stati Uniti sono il paese dove l'aspetto commerciale degli sport è più evidente e non è un caso che le relazioni industriali negli sport americani siano state regolarmente segnate da scioperi e da serrate (lock-out). Il caso più famoso è lo sciopero dei giocatori di baseball nelle stagioni 1994/95 che portò alla cancellazione delle finali (World Series) del 1994 e a una riduzione del 10% del campionato successivo.
Le polemiche scoppiate in questi giorni in Italia tra squadre e reti televisive sull'inizio del campionato di calcio non riguardano direttamente i rapporti di forza tra giocatori/lavoratori e squadre, ma presentano molti aspetti simili. E' interesse comune sia delle squadre sia delle TV che il campionato abbia luogo, per cui la disputa riguarda unicamente la suddivisione delle rendite economiche che derivano dal campionato. La risoluzione della disputa deve avvenire in modo tale da attribuire a tutti i partecipanti una fetta della torta, altrimenti quelli che restano a bocca asciutta non daranno mai il proprio assenso. Se le parti non riescono a raggiungere un accordo, allora ci può essere bisogno di un intervento esterno. Clinton ci provò con il baseball, non riuscendoci. Dopo 232 giorni di sciopero la soluzione fu trovata solo grazie alla sentenza di un tribunale.
Tendenze opposte
La domanda per la serie A è dunque quale possa essere una soluzione ragionevole per tutti. Questo è il punto: l'economia del calcio è guidata da due tendenze opposte. Da un lato, il calcio è un mercato del tipo "winner take all" (il vincitore arraffa tutto): i tifosi e soprattutto i telespettatori sono disposti a pagare somme altissime per vedere i migliori giocatori, ma quasi nulla per vedere le squadre più scarse. In altre parole, le rendite economiche sono quasi tutte concentrate verso le posizioni alte della classifica. Il fatto quindi che Tele+, Stream e la RAI vogliano pagare meno per i diritti televisivi in realtà non riflette un affievolirsi della passione calcistica, semmai indica che la disponibilità a pagare - e dunque le rendite - ci sono ma solo per le squadre più famose (la riprova sta nei contratti lucrativi firmati dalle squadre più forti con le pay-TV). Una ragione per la quale alcuni tra i club più piccoli sono in dissesto finanziario sta proprio nel fatto che gli stessi club riconoscono l'aspetto "winner take all" del mercato e cercano di imitare i club più noti. Questo non è un fenomeno esclusivamente italiano, ma lo si può vedere anche in Inghilterra, in Spagna e in Germania.
La seconda tendenza è quella che fa dei campionati sportivi un'attività economica molto particolare. In altri settori, la bancarotta di un'impresa rivale o la sua uscita dal mercato è molto spesso una ghiotta occasione per un'altra impresa: per acquisire più clienti, alzare i prezzi e fare più profitti. Questo non vale per molti sport. Nel calcio la bancarotta di una squadra rivale impedisce di fatto che si possa vendere il prodotto stesso, la partita ed il torneo. I club calcistici vendono le gare, quindi anche i grandi club hanno bisogno di rivali. I grandi club devono dare sostegno alle squadre più piccole se queste sono a rischio di bancarotta, a meno che non trovino qualcun altro con cui giocare.
Tre possibili vie d'uscita
Tutto ciò suggerisce che ci possano essere tre possibili vie d'uscita alla crisi attuale. La prima vede un accordo tra club e TV in grado di ripartire equamente le entrate dei diritti televisivi e di rendere le squadre più deboli sostenibili da un punto di vista finanziario. La seconda possibilità per i grandi club e' quella di abbandonare le piccole squadre della Serie A e di invitare altri club nazionali (ad esempio dalla serie B) per costituire una Nuova Serie A. Questo sarebbe il caso di "lock-out" dove il padrone di un'impresa licenzia i lavoratori in sciopero e li rimpiazza con nuovi lavoratori. L'ultima possibilità per i grandi club, sempre legata all'aspetto di "winner take all" dove gli spettatori valutano maggiormente prodotti di alta qualità (le partite tra giocatori superstar e superpagati), è quella per i grandi club di rispolverare il progetto di una Superlega europea, abbandonando la Lega Calcio. Non a caso la Superlega era agognata fino a poco tempo fa da Galliani e da Giraudo, amministratori delegati di Milan e Juventus, guidati dall'idea di appropriarsi delle entrate legate ai diritti televisivi di un torneo delle "squadre elette". La seconda e la terza possibilità sono le meno realistiche, visto che butterebbero all'aria l'intera struttura del calcio europeo e provocherebbero interventi politici di varia natura. La prima opzione è la più probabile e forse anche la più ragionevole, ma anche questa coinvolgerà sicuramente i politici come mediatori. Se il dialogo fra le parti si concluderà felicemente entro 232 giorni, allora Berlusconi potrà dire di essere stato più bravo di Clinton…