
Parte dell'opinione pubblica e dei maggiori quotidiani hanno messo calciatori e club sotto accusa: i primi per essere ingordi e viziati, e i secondi per una gestione dissennata che rischia di cancellare il giocattolo preferito di milioni di italiani. Facciamo qui alcune considerazioni.
1) L'ingordigia dei calciatori è la causa del dissesto finanziario dei club? No: la spettacolare crescita degli ingaggi dei calciatori è la naturale conseguenza economica del cambiamento, nel livello e nella composizione della domanda per il prodotto calcio, e nel mercato del lavoro dei giocatori.
2) L'allegra compagnia dei dirigenti delle squadre di calcio è improvvisamente impazzita, dimenticando l'equilibrio tra costi e ricavi tipico di ogni business e portando al tracollo l'intera industria calcio? No, ancora una volta ciò consegue dagli obiettivi e dai vincoli delle società, anche se oggi la situazione è forse estrema per motivi contingenti.
La natura economica degli alti ingaggi
Rosen definisce due condizioni affinché emerga quella che lui definisce l'economia delle Superstar: sostituzione imperfetta nel consumo e una tecnologia che permetta il consumo contemporaneo e non-rivale.
La prima condizione dipende dai gusti del consumatore: una minor qualità non è un sostituto per una maggiore qualità. Ascoltare tanti cantanti mediocri, non è lo stesso che ascoltare un grande tenore, così guardare tante partite di serie B non è come guardare la finale di coppa del mondo. Ossia tante unità di bassa qualità non compensano una sola unità di qualità eccezionale. Questa caratteristica è propria di molti beni di consumo, specialmente i servizi, dallo sport allo spettacolo, dai servizi legali a quelli medici. La seconda condizione riguarda invece la tecnologia: per sfruttare appieno il loro talento, le Superstar devono poter raggiungere più persone possibili contemporaneamente, rendendo loro fattibile il consumo del bene prodotto. Le pay-TV svolgerebbero appunto questo ruolo, determinando un immenso ampliamento della dimensione del mercato. Qui sta il segreto delle immense fortune delle superstar: bassi margini, ma alti volumi. Ne conseguono gli enormi diritti TV pagati ai grandi club (le superstar), mentre i piccoli attraggono molto meno. Ciò crea ovviamente dei problemi di squilibrio fra grandi e piccoli club (oggi evidenti nella diatriba fra gli 8 piccoli club di serie A e le Pay-TV) che qui non possiamo approfondire.
La corsa agli armamenti
Si dice che i club non guardino ai bilanci e spendano scriteriatamente, andando in perdita. E' sempre stato così: dati gli obiettivi ed i vincoli dei club è, infatti, razionale che questi siano in perdita e che le perdite siano appianate dalla proprietà, qualora questa sia disposta a farlo.
L'obiettivo di un'impresa, s'insegna in economia, è quello di massimizzare il profitto, dati i vincoli della tecnologia e della domanda. Ma un club di calcio in Europa non è un'azienda normale. I presidenti non acquistano le squadre di calcio per fare profitti. Solitamente (e non solo in Italia) sono uomini di successo che possiedono uno o più aziende, e che acquistano un club per ragioni di prestigio personale, visibilità pubblica, pubblicità per il loro core business, possibile integrazione verticale (soprattutto per i media), passione o un misto di tutto ciò. Nessun altro business fornisce visibilità pubblica come il calcio. L'obiettivo di un club di calcio è quindi ben diverso: massimizzare la probabilità di vincere, dati i vincoli di spesa. Questi sono dati dai ricavi, ovviamente, ma anche dalla disponibilità finanziaria della proprietà.
C'è però un problema, che in economia è noto come "esternalità": se un club cerca di incrementare la propria possibilità di successo, comprando un giocatore di talento, riduce contemporaneamente la possibilità di successo degli altri club. Se questi reagiscono a loro volta, tutti finiranno nella stessa posizione relativa, ma con spese maggiorate. In altri termini, un campionato di calcio è un gioco a somma zero: è impossibile per tutti i club migliorare la propria posizione relativa. Per dirla con Rosen e Sanderson, la situazione è simile ad una "corsa agli armamenti": l'esplosione degli ingaggi dei giocatori è come l'esplosione della spesa militare e un club in perdita impantanato in mezzo alla classifica dopo aver speso al di là dei propri mezzi (ed avendo visto gli altri fare lo stesso) è come una nazione impoverita che non ha guadagnato nessun vantaggio sui paesi vicini.
Per fermare questa corsa bisognerebbe cambiare le regole del gioco competitivo fra club. Anche in questo caso il discorso diventa complesso e ci porterebbe lontano (quotazione, organizzazione della Lega, draft system, retrocessione, mutualità, salary cap, ecc…).
La bolla degli ultimi anni
Ciò detto, oggi la situazione sembra più grave che mai: ed infatti lo è. La situazione di crisi nasce dai diritti TV ed assomiglia al grande crash delle società di telecomunicazioni: eccesso di investimento e debiti immensi, dettati da previsioni di aumenti di domanda (sia per il traffico internet che per licenze UMTS) che o non ci sono stati, o non si sono tradotti in ricavi. Lo stesso per le Pay-TV: pensavano di avere in mano l'Eldorado e si sono trovate in mano delle schede taroccate. Non solo le schede, ma la stima della domanda, ossia di quanto la gente fosse disposta a pagare per vedere le partite nel salotto di casa, è risultata sbagliata. Il pagamento di diritti altissimi (come per le licenze UMTS) hanno ridotto le Pay-TV sull'orlo del baratro, obbligandole oggi a colludere per sopravvivere.
Le società di calcio nel frattempo ottenevano introiti enormi e per di più stabili, perché basati sul marchio e non sulla mutevole performance da stagione a stagione, come gli incassi dei botteghini. Sulla base di questi introiti, i club, giustamente, hanno reagito con elevati investimenti, grandi ingaggi e firma di contratti ora difficili da onorare con il tiro di cinghia dei diritti TV. Si chieda alle società della Bundesliga (in generale sicuramente non accusabili di spendere scriteriatamente) cosa succederebbe se il fallimento di Kirch dovesse portare al mancato incasso dei diritti promessi.
Le Pay-TV hanno sbagliato i conti sulle loro previsioni di ricavi (almeno a breve termine). In futuro, a detta degli analisti, lo sviluppo di tecnologie adeguate e la crescita della disponibilità a pagare per il criptato porteranno all'Eldorado. Il valore del prodotto calcio è però oggi più basso di quello che si pensava e tutti dovranno riaggiustare le loro pretese: dai club per i diritti TV ai giocatori per gli ingaggi.
Per saperne di più
Dobson, S e Gerrard, J, 2001, The economics of football, Cambridge University Press.
Hoehn, T. e Szymansky, S., 1999, The americanisation of European football, Economic Policy, 28, 205-240.
Rosen, S., 1981, The economics of superstars, American Economic Review, 71, 845-858.
Rosen, S. e Sanderson, A, 2000, Labour markets in professional sports, The Economic Journal, 111, F47-F68.