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Nuove idee per salvare il calcio

di Carlo Scarpa 11.02.2003
Organizzare la serie A con 40 squadre farà probabilmente lievitare gli stipendi dei giocatori; per ridurre gli stipendi occorre giocare di meno. E se invece si introduce un tetto agli stipendi, si rischia di perdere i migliori a vantaggio degli altri paesi. Mentre dall’estero arrivano nuove idee…

Aiuti di Stato

Il sonno della ragione genera mostri; e anche la crisi del calcio sembra purtroppo ugualmente produttiva… Da un lato, il Parlamento italiano resuscita gli aiuti di Stato per salvare le squadre di calcio. Dall'altro, si avanzano proposte di una serie A a 40 squadre, o altre che comunque vanno in una direzione simile, ovvero l'aumento delle partite definite "di campionato", con il coinvolgimento di un maggior numero di squadre. Lasciamo perdere per ora - in attesa della definizione a livello europeo, che a sentire Monti non tarderà - la questione degli aiuti di Stato e concentriamoci sui rimedi prospettati dalla Lega.

E facciamolo a partire dal problema che oggi si addita come principale responsabile della crisi, ovvero la lievitazione degli stipendi dei calciatori. Avere 40 squadre in serie A significa raddoppiare il numero delle squadre che si faranno concorrenza per accaparrarsi i migliori giocatori. Se la legge della domanda e dell'offerta ha ancora un senso, probabilmente questo significherà un aumento dei costi delle squadre, non certo una loro diminuzione. Non sembra un passo nella giusta direzione.

Inoltre, se si giocano molte partite ogni squadra vorrà avere una rosa più ampia. E quindi, di nuovo, ci sarà una maggiore richiesta di giocatori (di valore), i cui prezzi ed ingaggi lieviteranno ulteriormente. Ancora, se si gioca di più si aumenta l'usura dei giocatori. Poiché i giocatori sono il capitale di queste imprese, questo significa svalutare il capitale più rapidamente. E se si spremono troppo i giocatori, si aumenta forse l'incasso di oggi, ma si compromette quello di domani.

La quadratura del cerchio

Quale può essere l'elemento che si spera consenta la quadratura del cerchio di questo progetto? Direi la speranza che aumentando in modo esponenziale il numero delle partite ci siano maggiori incassi. Forse questo potrebbe avvenire per le squadre minori: è possibile che gli spettatori, ad esempio, di Bari, accorrano allo stadio per vedere la Juventus più numerosi che per vedere il Venezia, ma d'altra parte questo significherà che gli spettatori di Torino avranno meno partite "di cartello" di quanto non abbiano adesso: ad esempio, Roma o Milan potrebbero non giocare mai a Torino in un intero anno – a seconda di come si distribuiscano le squadre tra i due gironi. Se è vero che le grandi squadre dovrebbero affrontare meno partite difficili (ma dove fare brutta figura è più facile), è però certo che le stesse avrebbero una diminuzione dei ricavi da biglietti o dalla pubblicità. E i problemi di bilancio non riguardano solo le piccole società…

Un altro argomento dibattuto è il tetto agli stipendi: un provvedimento che sarebbe sensato se l'Italia fosse l'unico paese ove si gioca al calcio. Ma è evidente che la concorrenza per avere i calciatori migliori si svolge (soprattutto per gli assi) a livello internazionale. E a livello internazionale gli stipendi non risulta siano inferiori a quelli italiani, anzi… e allora se si mette un tetto in Italia, molti emigreranno a favore di paesi che questo tetto non lo hanno introdotto: a meno che non si proponga un accordo internazionale tra le squadre principali, anche questa non sembra dunque una buona soluzione, perché la perdita degli assi probabilmente farà diminuire gli spettatori, e quindi gli introiti delle società.

Merchandising aggressivo

Alla fine i conti non tornano. Occorre aumentare i ricavi, perché comprimere i costi per questa strada sembra improbabile. Ma attenzione: più si gioca, più aumenta la domanda di buoni giocatori, e più aumenteranno gli stipendi. E gli stipendi dei calciatori risentono troppo della concorrenza internazionale per pensare che rimedi "fatti in casa" possano essere efficaci. O c'è un accordo internazionale per un wage cap (ma qualche autorità antitrust potrebbe storcere il naso…), oppure ci si rassegna ad accettare la sfida che le grandi società estere hanno già vinto, con politiche di merchandising aggressive (vendita di gadget), e più in generale sfruttando il marchio in modo più completo.

Se pensiamo che il Manchester United organizza dal proprio sito (http://www.manutd.com/) aste di antiquariato, se l'Arsenal ha promosso "Your Financial Arsenal", che concede prestiti, vende polizze di assicurazione, ecc., possiamo ben dire che almeno in questo campo la fantasia imprenditoriale in Italia sembra limitata. O si cambia registro, o l'alternativa è finire come la Fiat, con bilanci in rosso mentre molte rivali prosperano.