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Che fare dell’università

di Luigi Spaventa 16.12.2003
Una riforma radicale è certo necessaria, ma sostenere che il sistema universitario deve essere abbandonato al suo destino di mediocrità serve solo a scoraggiare l’opera dei tanti che continuano a dedicarsi alla formazione degli studenti con passione e dedizione, come testimoniano le brillanti carriere estere di molti laureati italiani. Mentre nutrire qualche dubbio sull’Istituto italiano di tecnologia è legittimo, se non altro per la vaghezza della legge che lo istituisce.

"Illudendosi che sia possibile migliorare l'esistente in realtà si fa il gioco dei conservatori". Espressioni familiari: le udirono Bissolati e Bonomi dai massimalisti del partito socialista; le pensò Togliatti, quando nel dopoguerra bloccò il Piano del lavoro della Cgil redatto da Giorgio Fuà e Sergio Steve; degenerarono in toni cupi negli anni Settanta ("lo Stato non si cambia, si abbatte").
Le rivolgono ora Alberto Alesina e Francesco Giavazzi a Tullio Jappelli e Marco Pagano, accusandoli di essere oggettivamente "conniventi" (l'avverbio manca, ma traduce in sinistrese ciò che si intende) con i "responsabili del disastro in cui ci troviamo".

I legittimi dubbi sull'Iit

Jappelli e Pagano, in un ragionato articolo su lavoce.info, si erano permessi di esprimere alcuni dubbi sull'Istituto italiano di tecnologia (Iit), istituito con un decreto legge (veicolo per i casi di necessità e urgenza) approvato con votazione di fiducia.

Eccepivano alla vaghezza della legge, che non dà indicazioni sui settori d'intervento e sulla struttura dell'Istituto e contiene di fatto "una delega in bianco" a due ministri. Si chiedevano quali garanzie di gestione vengano offerte, posto che lo statuto sarà deciso in sede politica. Dubitavano che il progetto offra al sistema della ricerca un beneficio netto e si chiedevano se i fondi stanziati, pur generosi in apparenza, bastino a garantire una scala sufficiente.

Sono dubbi ragionevoli e pacatamente espressi, condivisibili e condivisi (si vedano anche gli articoli di Bozio e Weber e Checchi), a cui, per convincere, e come condizione necessaria per un dibattito proficuo, si dovrebbero dare risposte pacate. Forse Alesina e Giavazzi vorranno farlo, civilmente, in un prossimo contributo. Per ora, non proprio civilmente e negando diritto di dubbio, hanno solo sparato con carico da undici sull'alternativa proposta da Jappelli e Pagano di istituire cattedre di eccellenza.

Abbandonare l'università al suo destino?

Non entro nel merito, anche per mancanza di elementi. Prendo nota piuttosto del leit motiv di Alesina e Giavazzi: l'università italiana è irredimibile e deve essere abbandonata al suo destino di squallore; qualsiasi intervento all'interno di essa sarebbe un vano spreco (e da un terrazzo dell'istituendo, e costruendo, Iit i 5-600 ricercatori che vi troveranno posto, potranno contemplarne le rovine).
Per motivare questa sentenza, Alesina e Giavazzi citano una lucida analisi di Roberto Perotti.

È, mi pare, una forzatura. Perotti avanza proposte radicali, e sensate, che io sottoscrivo una per una, a cominciare dall'abolizione del valore legale del titolo di studio (da cui discende libertà di organizzazione e concorrenza delle università). Mette in luce le resistenze dell'establishment e dei suoi organismi. Ma conclude: "non per questo bisogna demordere".
Salire a cavallo dell'Iit (forse ottima cosa, quando si saprà di che si tratta) per archiviare la questione universitaria e non più curarsene significa, appunto, demordere.

Gli studi italiani dei "cervelli fuggiti"

Ma non solo demordere. Significa anche svalutare, e in definitiva avvilire e scoraggiare, l'opera di formazione degli studenti (obiettivo indicato da Perotti) che tanti, pur in condizioni difficili e in ambiente ostile, continuano a svolgere con passione e dedizione che si vorrebbero maggiormente condivise: come Jappelli e Pagano, che hanno scelto di lavorare, e bene, in terre di missione. È un lavoro di semina feconda, anche se i frutti vengono raccolti altrove.

Per restare alle discipline economiche, ben prima e ben più numerosi che altrove in Europa continentale, tanti ottimi nostri laureati hanno potuto continuare i loro studi all'estero: senza veti baronali, esercitati almeno sino a ieri in Francia e in Germania; anzi, nella dichiarata consapevolezza dei nostri limiti e dell'opportunità di mettere il naso fuori di casa; con disponibilità notevole di mezzi. Quegli ottimi laureati, che tanto si sono poi distinti nella ricerca, qualcosa devono pure averla imparata in Italia: almeno quel po' che bastava per qualificarli; certamente, tanta curiosità intellettuale e voglia di studio.

Che vogliamo fare ora? En attendant Godot, appendere un cartello con su scritto "chiuso per liquidazione"?