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Per una riforma radicale dell'università

di Roberto Perotti 20.11.2003
Il sistema universitario italiano non è più riformabile. Serve un cambiamento globale che spazzi via concorsi, valore legale della laurea, accesso gratuito, finanziamento assicurato e posto a vita per i docenti. Da sostituire con il riconoscimento del ruolo centrale della ricerca e con la consapevolezza che ogni ateneo deve assumersi la responsabilità delle sue scelte didattiche e organizzative. Solo così si svilupperà una competizione capace di premiare i ricercatori e le sedi migliori e garantire più efficienza e più equità. Come già avviene in Gran Bretagna.

Si afferma spesso che il problema principale dell' università italiana è la mancanza di risorse. Come ho mostrato in un recente lavoro, i docenti italiani non sono in media meno pagati dei loro colleghi inglesi (si veda Tabella 1); né hanno più studenti da seguire, una volta che si tenga conto che molti studenti italiani non frequentano (si veda Tabella 2) (1). In compenso, sono molto meno produttivi in termini di ricerca (si veda Tabella 3): né potrebbe essere altrimenti, visti i criteri con cui vengono promossi (esempi di questi criteri si possono trovare nel mio Bollettino dei Concorsi: si notino casi particolarmente interessanti di recenti concorsi a professore ordinario in Economia a Roma La Sapienza, Roma III, Napoli Parthenope, Parma, per citarne solo alcuni). Gettare più fondi in questo sistema sarebbe inutile.

Gli obiettivi mancati

Per comprendere le ragioni dell'insuccesso italiano, è utile chiedersi innanzitutto quali siano gli obiettivi di un sistema universitario. Credo tutti siano d'accordo sulla lista seguente: (i) produrre ricerca di qualità; (ii) trasmettere il sapere agli studenti; (iii) garantire l'equità di accesso; (iv) distribuire in modo equo nella società il peso del suo finanziamento. Come abbiamo visto, l'università italiana ha fallito il primo obiettivo; il secondo è molto difficile da valutare, quindi mi astengo da ogni commento. Contrariamente a quanto si crede, e nonostante l'accesso quasi gratuito, essa fallisce anche gli ultimi due obiettivi. All'università vanno soprattutto i figli dei ricchi, ma essa è finanziata con la fiscalità generale. E i poveri devono accettare quello che passa l'università locale, mentre i figli dei ricchi possono sempre supplire con un master a Londra o con l'azienda di papà.

Proposte di riforma ispirate dal modello inglese

Un insuccesso così totale non si risolve con palliativi: il sistema attuale è a mio avviso irriformabile. Il sistema universitario inglese, benché non spenda di più, è molto più produttivo perché basato su incentivi completamente diversi. E, a differenza di quello americano, è completamente pubblico, una caratteristica cui la maggioranza degli italiani non è probabilmente disposta a rinunciare. Ecco una proposta concreta di riforma, ispirata al sistema inglese, ma con un contributo finanziario degli studenti più sostanzioso, e un metodo diverso per garantire l'accesso agli studenti meno abbienti.

(i) Salari individuali liberi e differenziati. Ogni università deve poter offrire un salario più alto a chi fa buona ricerca, indipendentemente dall' età. In questo momento in alcune università i salari dei docenti sono integrati da premi alla ricerca, ma si tratta di bruscolini: i salari italiani sono di fatto determinati dalla anzianità.

(ii) Ovviamente questo sistema funziona solo se le università sono costrette a guadagnarsi faticosamente i fondi con cui pagare i salari. Ciò può avvenire in due modi. I fondi ricevuti da ogni università devono dipendere dalla qualità della ricerca che essa esprime. La quota dipendente dalla ricerca deve essere consistente, almeno il 30 o 40 percento dei fondi totali; il processo deve essere brutale, cioè escludere le università di bassa qualità; e deve essere credibile, affidandosi per esempio a esperti stranieri per valutare la ricerca. Un sistema con caratteristiche simili funziona egregiamente in Gran Bretagna. Per sgombrare il campo da equivoci: niente di tutto questo avviene in Italia. Si è parlato molto sui giornali italiani delle università italiane premiate dai fondi di ricerca: in realtà, i fondi così allocati sono noccioline, e i criteri utilizzati ambigui. (2)

(iii) Il secondo modo per fare sudare alle università i loro fondi è di mettere gli studenti in grado di "votare con il loro portafogli". Se gli studenti fossero costretti a pagare di più, porrebbero ulteriore pressione sulle università a competere su ricerca e insegnamento. Ma come attuare questo senza sfavorire i meno abbienti? Un possibile metodo è una variante di quello adottato in Australia. Esso prevede prestiti a studenti con ammontare e restituzione graduata: i meno abbienti ricevono un prestito più alto, e l' ammontare restituito dipende dal reddito dopo la laurea.

(iv) A sua volta, perché questo sistema funzioni, ogni università deve poter assumere chi vuole, senza concorsi. Non più discussioni infinite se sia meglio il concorso a livello di sede universitaria, e se con uno o due idonei, o il ritorno al mega concorso nazionale: entrambi sono strumenti straordinariamente inefficienti di allocazione delle risorse intellettuali. Non più diatribe a non finire se un professore si meritava il posto o no: anzi, nel nuovo sistema l'università X sarà molto contenta se l'università Y promuove un ignorante, perché così facendo Y perde prestigio, fondi e studenti a favore di X.

(v) Ma finché la laurea ha valore legale, la corporazione dei professori ha il diritto/dovere di controllare che i loro futuri colleghi abbiano i "requisiti necessari" per rilasciarla: questa è la funzione legale dei concorsi. Per abolire i concorsi è quindi necessario abolire il valore legale del titolo di studio. Questa sarà una battaglia difficile. Le corporazioni professionali non sono disposte a rinunciare alla chiave del loro potere: e non a caso la questione non era nemmeno sul tavolo di discussione nella commissione Moratti.

(vi) Una seconda condizione necessaria perché il sistema descritto sopra funzioni è la libertà didattica: ogni università deve poter organizzare i propri corsi come vuole.Niente più diatribe infinite su quale sia il sistema migliore che tutte le università italiane devono adottare: se il 3+2, il 4+1 o 4+3+1+2 di Trapattoni. Ognuno fa quello che vuole, e vinca il migliore. Niente più polemiche sul proliferare di corsi dal titolo (e dal contenuto) surreale: tanto meglio per le università concorrenti. E niente più convegni del CRUI e del CNVSU su come valutare la didattica e confrontare un insegnante di veterinaria di Udine con uno di lettere classiche di Catania: ovviamente non si può fare, ma la buona notizia è che non è necessario.

Si noti la caratteristica cruciale del sistema che ho descritto: ogni università porta le conseguenze delle decisioni che prende. Se un gruppo di baroni nomina professore il figlio del collega (succede ancora) l' università perde prestigio, fondi legati alla ricerca, studenti e quindi fondi legati agli studenti, Alla fine l'università sarà costretta ad accettare un ridimensionamento, o la scomparsa. Questo è salutare darwinismo accademico: non sta scritto da nessuna parte che tutte le università debbano essere uguali. Alcune sono peggiori di altre, e in casi estremi devono essere lasciate morire.

Il ruolo dell' establishment universitario

È difficile pensare che le proposte di cui l'università italiana ha bisogno verranno dall'establishment e dai suoi organismi: CRUI, CNVSU, CIVR, CUN (3). Questi organismi sono l'espressione di un sistema inefficiente: essi sono parte del problema, non della soluzione. Per fare un solo esempio: tutte e quattro le grandi sigle dell'establishment universitario hanno iniziato uno, e spesso più di uno, programmi di valutazione della ricerca e della didattica. Molti sembrano essere stati abbandonati; degli altri, è impossibile ricostruire quante risorse ne dipendano. Ma è anche impossibile ignorare come molto spesso i criteri proposti non abbiano niente a che fare con ciò che intendono valutare - la qualità della ricerca; e che a volte essi siano semplicemente bizzarri. Il sistema elaborato dal CNVSU nel 2001 è basato su due indicatori: "l'indicatore di successo-partecipazione (quanti docenti, relativamente ad ogni ateneo, sono stati finanziati) e l'indicatore di ritorno finanziario (dato dal rapporto tra il finanziamento erogato dal ministero dell'Istruzione, università e ricerca a ciascun ateneo dal 1997 al 2000 e il costo complessivo delle ricerche avviate)". Uno dei modelli elaborati dalla CRUI invece si basa su ventidue (!) indicatori, di cui un esempio interessante è il seguente, R12: "Il rapporto tra il numero pesato di unità di personale amministrativo-contabile più tecnici e ausiliari di qualifica minore o uguale al sesto livello e il numero pesato di professori e ricercatori universitari più tecnici di qualifica maggiore o uguale al settimo livello".

Efficienza ed equità

Ma non per questo bisogna demordere. Caso più unico che raro, per una volta le ragioni dell'efficienza e dell'equità si identificano: rendendo l'università più efficiente, la si rende anche più equa. Ma le riforme parziali, che non spazzino via concorsi, valore legale del titolo di studio, accesso gratuito, finanziamento assicurato, posto garantito a vita, e non introducano un ruolo centrale per la ricerca, non funzioneranno. L'università italiana ha bisogno di una riforma globale, che metta in discussione tutti i suoi aspetti.


Fonte: Roberto Perotti: "The Italian University System: Rules vs. Incentives"


Fonte: Roberto Perotti: "The Italian University System: Rules vs. Incentives"



Fonte: Roberto Perotti: "The Italian University System: Rules vs. Incentives"



Per saperne di più

Roberto Perotti:
"The Italian University System: Rules vs. Incentives", in: "Annual Report on Monitoring Italy 2002", Istituto di Studi e Analisi Economica (ISAE), Roma 2002

(1) È importante sottolineare che si sta parlando di medie. Ma è nota la tendenza di molti professori ordinari italiani a scaricare l'onere didattico sui ricercatori. È quindi probabilmente vero che i ricercatori italiani (il primo gradino della gerarchia accademica) sopportano una quota del carico didattico totale superiore a quella dei loro colleghi inglesi, e forse sono anche meno pagati.
(2) Si veda anche qui il lavoro sopracitato.
(3) Crui: Conferenza dei rettori delle università italiane
Cnvsu: Consiglio nazionale per la valutazione del sistema universitario
CIVR: Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca
CUN: Consiglio Universitario Nazionale