
Nei prossimi giorni il Parlamento dovrebbe dare il via libera al progetto di riforma degli istituti pubblici di ricerca. La sua realizzazione aveva subito un rallentamento in febbraio, quando il Tar del Lazio aveva sospeso il commissariamento del Cnr. Il Consiglio nazionale delle ricerche, fondato nel 1923, ristrutturato nel 1945 e nel corso degli anni Sessanta, con i suoi 108 istituti dovrebbe essere, come recita la legge, "ente nazionale di ricerca con competenza scientifica generale e istituti scientifici distribuiti sul territorio, che svolge attività di prioritario interesse per l'avanzamento della scienza e per il progresso del Paese".
Una breve cronistoria
Il Consiglio dei ministri a fine gennaio 2003, oltre a disporre il commissariamento del Cnr, ha approvato schemi di decreti per la riforma degli istituti pubblici di ricerca (ora al vaglio del Parlamento). Ha preso così corpo una riforma già anticipata sui giornali a fine luglio 2002. Da quello che si capisce, con la riforma si avranno da sei a quindici dipartimenti gestiti da fiduciari di nomina governativa, un presidente, un cda, un direttore generale, direttori dei dipartimenti sempre di nomina governativa, diretta o indiretta. Che il sistema della ricerca avesse bisogno di pronti interventi normativi è cosa ovvia. Che tale riforma si dovesse coordinare con una seria riforma dell'università è altrettanto ovvio. Purtroppo, la passata legislatura si è occupata molto poco di ricerca e ha approvato solo una riforma universitaria scadente. Uno dei pochi interventi, il decreto legislativo n. 19 del 30.1.1999 sul riordino del Cnr e della ricerca scientifica, è stato introdotto senza il coinvolgimento della comunità scientifica. La revisione della rete scientifica del Cnr è tuttora in corso.
Come cambierà il Cnr
Le prime notizie sulla riforma lasciano perplessi. È evidente l'errore di accorpare una struttura poco efficiente (Cnr) con una efficiente (Istituto nazionale di fisica della materia). La figura del commissario straordinario ha dubbi profili: un liquidatore, un curatore fallimentare della ricerca scientifica? Buona, di per sé, l'idea di avere solo poche strutture, ma è stravagante parlare di modelli imprenditoriali e di mercato per i fondi della ricerca. Come pure voler riformare gli enti pubblici di ricerca secondo criteri di riorganizzazione aziendale.
Il modello proposto sembra in pratica una riscoperta delle partecipazioni statali, con un ente centrale-holding di carattere pubblico e politico. Il ministero sembrerebbe essersi ispirato al modello centralizzato del Cnrs francese con i suoi otto départements scientifiques, i partenariati e le 18 delegazioni regionali. Ma la somiglianza è solo apparente. Il modello è italianizzato, assume uno stampo ministerial-burocratico con gestione e controllo pubblico. Lo Stato finanzia le spese fisse (il personale?), mentre le risorse per la ricerca devono essere cercate "sul mercato". Di conseguenza, in mancanza di finanziamenti esterni potrebbe esserci personale pagato per non fare nulla. Né si capisce bene perché i privati dovrebbero finanziare la ricerca scientifica passando attraverso i contorti meandri pubblici. Dopo la riforma avremo una ricerca pubblica al servizio delle imprese? Oppure il progetto contiene la vaga e inespressa idea che si possano realizzare economie e conseguire maggiori rendimenti dall'accentramento della ricerca? Che fine fanno i collegamenti delle strutture di ricerca all'università? Anche questi sotto vincoli politico-burocratici con buona pace del mercato e dell'efficienza selettiva-allocativa. Il sospetto è che il richiamo al mercato sia usato a fini di subordinazione politica.
Forse la riforma guarda anche a un progetto tedesco della ministra Edelgard Buhlman. Ma se si vuole essere filogermanici, è meglio ispirarsi al Max Plank Institut, con i suoi circa ottanta istituti territorialmente diffusi, con il "finanziamento di base non condizionato" e il coinvolgimento di più soggetti. Si potrebbe pensare a fondazioni o società di capitali, con partecipazioni e responsabilità gestionali e di controllo da parte di soggetti pubblici e privati, italiani e stranieri. Si potrebbe mantenere il modello degli istituti nazionali, per tener conto di obiettive diversità nei vari settori della ricerca.
Il pubblico e il privato
La riforma ha riaperto anche il dibattito sul finanziamento della ricerca pura. La ricerca di base ha necessità di forti finanziamenti e di una indipendenza che pochissime grandi aziende possono permettersi. È la fonte primaria delle conoscenze scientifiche: senza di essa la ricerca applicata e lo sviluppo tecnologico cesserebbero di esistere in poco tempo. Gran parte della ricerca di base è pubblica, non solo perché finanziata dallo Stato, ma soprattutto perché deve essere pianificata a lungo termine in sede politica, senza tener conto del mercato e quindi senza vincoli di destinazione. Le conoscenze scientifiche di base vengono poi applicate in svariate strutture miste, in cui pubblico e privato cooperano sulla base di reali interessi economici convergenti. In Italia, però, la ricerca di base riceve pochi finanziamenti pubblici perché i fondi pubblici sono "deviati" verso la ricerca applicata, che dai privati ottiene scarse risorse. Il finanziamento pubblico, in pratica, ha carattere compensativo. Separare il finanziamento della ricerca di base, in gran parte pubblico, dal finanziamento misto pubblico-privato della ricerca applicata dovrebbe perciò essere un obiettivo della riforma.
La necessità di ampliare i finanziamenti alla ricerca è assoluta. È dubbio però che tali fondi si possano trovare a breve termine nel bilancio pubblico, altrettanto difficile che possano arrivare dalle imprese private. È proprio questo il punto del progetto di riforma che convince di meno: in confronto con gli altri Paesi, in Italia mancano soprattutto i finanziamenti privati perché il mercato e le imprese mostrano scarso interesse per la ricerca. Anzi, sono i privati a cercare finanziamenti pubblici per la ricerca applicata.
Le proteste
Molte proteste si sono levate contro la riforma. Si dovrebbe però distinguere tra quelle "giuste" di chi si preoccupa della ricerca scientifica e quelle "interessate" di chi paventa la riduzione o l'eliminazione di carriere sicure, finanziamenti garantiti, posizioni di privilegio. La comunità scientifica ha tutti i diritti di vedere garantita la sua autonomia, ma deve dimostrare anche la sua capacità di autogestirsi. Per il momento, invece, si continua con le sospensive di rito del Tar del Lazio e con i mercanteggiamenti e le pressioni politiche.