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Le false promesse dell'alternanza scuola lavoro

di Antonio Schizzerotto 11.03.2003
La riforma Moratti vuole riprogettare la formazione professionale come una vera alternativa al sistema dei licei e utilizzare l’alternanza tra scuola e lavoro per attenuare gli effetti negativi di interruzioni precoci della partecipazione scolastica. Ma un’istruzione articolata in due rami nettamente distinti rischia di rendere più acute le disuguaglianze dei destini lavorativi.

Al di là delle dichiarazioni di intenti contenute nell'articolo 2, l'architettura del nuovo sistema scolastico italiano disegnata dalla riforma Moratti solleva alcuni interrogativi sulla sua reale capacità di garantire una maggiore equità educativa, di configurare la formazione professionale come una vera alternativa al sistema dei licei e di utilizzare l'alternanza tra scuola e lavoro quale veicolo per attenuare i possibili effetti negativi, a livello individuale e collettivo, derivanti da interruzioni precoci della partecipazione scolastica.

La formazione professionale

L'estensione di un solo anno della scolarità obbligatoria è insufficiente a garantire che le successive scelte scolastiche, formative e di lavoro dei singoli siano dipendenti solo dalle loro capacità intellettuali e dalle loro vocazioni professionali. Anche l'idea di articolare l'istruzione successiva all'obbligo in due rami tra loro nettamente distinti – i licei e la formazione professionale – rischia di non produrre alcuna conseguenza pratica. Oppure di rafforzare il peso delle attuali disparità sociali nella scelta degli indirizzi formativi successivi all'obbligo e di rendere più crude le disuguaglianze dei destini lavorativi.

Infatti, anche nelle poche realtà locali italiane capaci di garantire apprendimenti di buon livello, la formazione professionale è frequentata solo da soggetti di estrazione sociale inferiore e con poco brillanti esperienze scolastiche alle spalle. Inoltre, i qualificati dal sistema di formazione professionale di base stanno progressivamente perdendo terreno, rispetto ai maturi delle scuole secondarie, sia per quanto riguarda la durata della ricerca del primo impiego e i rischi di disoccupazione, sia per quanto riguarda le posizioni occupazionali raggiunte.

L'ipotesi di inefficacia deriva dall'osservazione che negli ultimi anni i tassi di passaggio dalle medie inferiori alle secondarie superiori sono cresciuti pressoché ovunque, mentre per la formazione professionale è accaduto l'opposto. In altre parole, la formazione professionale è progressivamente percepita dalle famiglie e dai singoli come un canale formativo di seconda scelta.

Naturalmente, si potrebbe obiettare che queste osservazioni si basano sulla formazione professionale di base attuale e che la riforma Moratti si propone invece di rivitalizzare questo ramo del nostro sistema educativo. Sfortunatamente però, dal testo del progetto di Legge, non emergono le linee di questa rinascita, per altro auspicabile come veicolo di effettiva fluidificazione dei rapporti tra domanda e offerta di forza lavoro. Inoltre, per mutare almeno l'immagine pubblica della formazione professionale, i provvedimenti ad essa relativi dovrebbero entrare in vigore prima di quelli riguardanti il sistema della secondaria superiore tradizionale. A ben vedere, l'unico reale argomento contro il rischio che la formazione professionale rimanga un percorso educativo subalterno è nella possibilità che i qualificati possano in alcuni casi accedere alle università e alla formazione tecnica superiore, statuita alla lettera h) del terzo comma dell'articolo 2. Rimane, tuttavia, da chiarire perché chi desidera davvero iscriversi all'università debba scegliere la via tortuosa dell'istruzione professionale anziché quella diritta dei licei.

L'alternanza scuola-lavoro

Tuttavia, il progetto di Legge introduce un altro elemento di flessibilità: l'alternanza tra scuola e lavoro e, dunque, la possibilità di ottenere maturità e lauree anche grazie al riconoscimento, sotto forma di crediti didattici, delle esperienze maturate nella partecipazione al mondo delle occupazioni. Si potrebbe, allora, sostenere che la riforma Moratti è in grado di ridurre le disparità collegate alle origini sociali in quanto: a) sono soprattutto i figli e le figlie dei gruppi sociali subalterni ad abbandonare per primi le aule scolastiche; b) il nuovo sistema scolastico italiano permetterà loro di rivedere queste decisioni per tornare abbastanza agevolmente ai processi formativi.

Per sostenere questa tesi, si potrebbe portare l'esperienza della Svezia, un Paese con ampie possibilità di alternanza tra istruzione e occupazione e dove, nel corso del tempo, si è verificata una crescita dell'eguaglianza di opportunità formative. Tuttavia, la somiglianza tra la situazione svedese e quella disegnata dalla riforma Moratti scompare abbastanza in fretta. In primo luogo, in Svezia la riduzione delle disuguaglianze di fronte all'istruzione si deve principalmente ad articolate e rigorose politiche di diritto allo studio che hanno fortemente attenuato il legame tra origini sociali e costi, diretti e indiretti, della partecipazione scolastica. In secondo luogo, l'articolazione in indirizzi della fascia post-obbligo del sistema scolastico svedese è assai più sfumata di quella prevista dalla riforma Moratti. In terzo luogo, la Svezia offre numerose e territorialmente ben distribuite opportunità di istruzione formale per gli adulti.

Esiste, infine, nell'esperienza svedese di alternanza tra scuola e lavoro, un elemento critico che dovrebbe essere attentamente valutato: una visibile, ancorché contenuta, riduzione dei tassi di proseguimento verso la secondaria superiore e verso l'università delle leve nate successivamente agli anni Settanta. Parecchi giovani svedesi si sono orientati verso il lavoro proprio perché l'esperienza occupazionale viene significativamente valorizzata ai fini di un'eventuale ripresa della carriera scolastica. Sfortunatamente, il ritorno alle secondarie superiori e all'università si è rivelato meno frequente (o, forse, più scaglionato nel tempo) di quanto sarebbe stato lecito attendersi. La Svezia pare in grado di sopportare abbastanza tranquillamente questo lieve declino dei tassi di partecipazione scolastica post-obbligo e universitaria perché i suoi livelli medi di istruzione permangono comunque assai elevati.

La forza lavoro istruita si riduce

Ma cosa succederebbe se qualche cosa del genere si verificasse in Italia? Il nostro Paese presenta già proporzioni di maturi e di laureati sensibilmente inferiori a quelle medie dei paesi Oecd e difficilmente il nostro sistema economico e sociale potrebbe fare fronte a un declino degli attuali livelli di offerta di forza lavoro altamente istruita. Allora, invece di puntare sulle flessibilità interne al sistema scolastico, sarebbe preferibile cercare di omogeneizzazione le opportunità educative dei vari gruppi sociali.