
L’Istat ha appena pubblicato i dati sulle iscrizioni all’università per il 2005-2006. Pur molto interessanti, non danno conto di una delle questioni più importanti: il ruolo dell’istruzione universitaria nel promuovere la mobilità sociale. Più utili sotto questo profilo sono i microdati dell’Istat che contengono informazioni sul grado di istruzione della famiglia di origine.
Prima e dopo il "3+2"
La riforma dell’università del "3+2" ha fatto sì che molte più persone si iscrivano all’università e molte più si laureino. Ma quanto è aumentata la mobilità sociale? In altre parole, quanti fra i laureati in un anno, hanno un’istruzione superiore ai loro genitori e sono quindi persone che si muovono socialmente verso l’alto? (1)
Il confronto tra gli esiti formativi pre e post-riforma è difficile da realizzare. In primo luogo, perché la riforma è ancora in fase di transizione con la graduale scomparsa del vecchio ordinamento, in secondo luogo per l’incompletezza dei dati a disposizione. Tuttavia, riteniamo che l’esercizio preliminare di valutazione metta in luce aspetti interessanti, benché ancora incerti, della riforma.
La nostra prima fonte di dati, l’indagine Istat sui "Percorsi di studio e di lavoro dei diplomati", ci permette di determinare qual è la probabilità di iscriversi all’università a seconda dell’istruzione della famiglia di provenienza. La seconda fonte è la banca dati di Almalaurea, un consorzio di trentotto atenei, che consente di determinare la composizione dei laureati per famiglia d’origine. (2) Unendo le due informazioni, confrontiamo la composizione degli iscritti e dei laureati in base al grado di istruzione della famiglia d’origine.
La tabella 1 mostra la probabilità di iscriversi all’università a seconda della famiglia d’origine in base alle indagini Istat del 2001 e 2004, relative rispettivamente ai diplomati del 1998 e del 2001. La prima si riferisce quindi agli iscritti all’università pre-riforma, mentre la seconda agli iscritti post-riforma. Nel 2001 si iscrive all’università l’89 per cento dei figli di almeno un genitore laureato e solo il 47 per cento dei figli di genitori non laureati. Mentre nel 2004 i due dati salgono rispettivamente al 91 per cento e al 56 per cento.(3)
La tabella 1 mostra che la probabilità di iscriversi all’università per gli individui provenienti da famiglie con genitori laureati è rimasta pressoché inalterata (+2 per cento), mentre è evidente l’aumento di iscrizioni (+9 per cento) tra quelli provenienti da famiglie con basso grado di istruzione. Quest’ultimo dato ci fa ritenere che la riforma del "3+2" abbia ottenuto un effetto che possiamo chiamare di "democratizzazione" dell’entrata all’università.
Tabella 1. Percentuale iscritti all’università per istruzione dei genitori

Fonte: Nostre elaborazioni su dati indagine sui diplomati Istat, con pesi campionari.
Adesso consideriamo i risultati "all’uscita", cioè la percentuale di laureati figli di genitori non laureati forniti da Almalaurea. Con l’avvertenza che mentre i dati Istat sono rappresentativi a livello nazionale, l’adesione al consorzio è volontaria. Tuttavia, l’elevato numero di atenei che ne fanno parte, rende plausibile l’ipotesi di rappresentatività a livello nazionale. (4)
Anche in questo caso, confrontiamo i dati sui laureati pre e post-riforma. Per i dati pre-riforma riportiamo la tavola dei laureati del 2002 (tabella 2, prima colonna), circa quattro anni dopo l’indagine dei diplomati 1998. La percentuale di laureati pre-riforma provenienti da famiglie in cui nessun genitore è laureato è del 72,5 per cento, e oscilla tra il 72,2 e il 73,5 per cento nel periodo 1998-2001.
Per i dati post-riforma consideriamo il 2005, ma i dati relativi al 2003 e 2004 sono molto simili. La seconda colonna della tabella 2 indica l’origine sociale dei laureati del 2005 che ancora provengono dai corsi del vecchio ordinamento (50 per cento del totale laureati in quell’anno): la percentuale di laureati figli di genitori non laureati è del 72,1 per cento. Se si guarda ai corsi di laurea post-riforma (terza colonna) i laureati di 1° livello sono per il 74,6 per cento figli di non laureati. Ricordiamo tuttavia che la laurea di 1° livello dura tre anni, in generale uno in meno dei corsi pre-riforma. Se guardiamo alle lauree specialistiche, tipicamente di durata quinquennale, i figli di genitori non laureati sono solo il 69,5 per cento. La colonna finale della tabella che indica i totali, e quindi fa una media tra corsi pre e post-riforma, mostra che il 72,8 per cento dei laureati del 2005 proviene da una famiglia in cui nessun genitore è laureato. Una percentuale molto simile al periodo pre-riforma.
Tabella 2: Laureati Almalaurea, composizione % per istruzione dei genitori

Nota. La somma per colonna non è 100 a causa delle risposte omesse sull’istruzione dei genitori.
Cresce il tasso di abbandono
Se il risultato venisse confermato da analisi più approfondite, vorrebbe dire che la riforma universitaria non ha portato alcun miglioramento nelle probabilità di laurearsi di figli di genitori senza titolo di laurea relativamente ai figli di genitori con laurea. In altre parole, la "democratizzazione" dell’entrata all’università non si è riflessa in nessuna maggior "democratizzazione" dell’uscita e la mobilità sociale non è aumentata.
Perché? Semplicemente perché molti degli studenti di famiglie di origine sociale più bassa non finiscono gli studi o li finiscono in un numero elevato di anni. Se ne può avere conferma guardando di nuovo le indagini Istat sui diplomati e calcolando il tasso di abbandono per origine familiare. Era nel 1998 del 10,5 per cento per i figli di famiglie senza laurea, contro il 3,5 per cento dei figli di famiglie con laurea. È diventato nel 2001 del 12,3 per cento, contro il 5,4 per cento. (5)
Il differenziale nei tassi di abbandono tra studenti con genitori poco istruiti e quelli con laurea non si è ridotto dopo la riforma. Incidentalmente, facciamo anche osservare che l’aumento dei tassi di abbandono nel periodo post-riforma è probabilmente dovuto alla minore preparazione accademica, rispetto al passato, degli studenti che decidono di intraprendere ora gli studi universitari.
La crescita della mobilità sociale passa attraverso la riduzione del differenziale di abbandono tra studenti che provengono da famiglie con grado di istruzione differente. Se lo si ritiene un obiettivo di policy, esso ha implicazioni sull’opportunità di introdurre nuove tasse universitarie o test all’ingresso.
(1) Un altro criterio è basato sulla classe sociale di provenienza della famiglia. Riteniamo, però, più affidabile l’informazione sul titolo di studio che sulla professione.
(2) Al consorzio aderisce circa il 61 per cento del sistema universitario italiano. Ma il Nord Ovest vi è sottorappresentato per l’assenza degli atenei lombardi.
(3) L’aumento della probabilità di iscriversi all’università provenendo da famiglie senza titolo universitario non si traduce automaticamente in una presenza in proporzione maggiore dei figli dei non laureati tra gli iscritti di un dato anno. La ragione è che il numero assoluto di genitori senza laurea diminuisce nel tempo e quindi anche percentuali maggiori di iscritti vanno applicate a valori assoluti in diminuzione.
(4) Una particolare difficoltà consiste nel fatto che il consorzio comprendeva ventidue università nel 2002 e trentacinque nel 2005. Almalaurea sostiene che i suoi dati siano rappresentativi a livello nazionale.
(5) Se aumenta la probabilità di iscriversi all’università tra i figli di famiglie senza laurea, ma il loro tasso di abbandono rimane relativamente alto rispetto a quello dei figli di laureati, può accadere che la frazione dei figli di famiglie senza laurea sul totale dei laureati addirittura diminuisca dopo la riforma.