
Lo spirito meritocratico che ispira il decreto legge sull'università è nel complesso condivisibile, perché rompe il principio del trattamento uniforme degli atenei e va incontro alle recenti proteste degli studenti. Salvo però contraddire i suoi stessi intenti quando modifica le procedure per la costituzione delle commissioni dei concorsi universitari, introducendo un meccanismo assai complesso, probabilmente inapplicabile e che non dà comunque alcuna garanzia di riuscire a premiare i migliori.
Il decreto legge n. 180 del 10 novembre 2008 recante “Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca” ha introdotto alcuni cambiamenti importanti nella normativa sulle politiche di gestione delle risorse umane.
DIFFERENZE DI TRATTAMENTO
Lo spirito che ispira la manovra è complessivamente condivisibile, perché da un lato rompe il principio del trattamento uniforme delle università e dall’altro va incontro alle proteste studentesche che hanno caratterizzato la vita universitaria di molte sedi in queste settimane. Sul primo versante, l’articolo 1, disposizioni per il reclutamento nelle università e negli enti di ricerca, prevede infatti il blocco del reclutamento di ricercatori e docenti per gli atenei che superino il tetto del 90 per cento delle spese di personale in rapporto al fondo di finanziamento ordinario. Le stesse università non potranno usufruire dei fondi aggiuntivi previsti dalla Finanziaria 2007 per gli anni 2008-2009. Viceversa, per le università che hanno contenuto la spesa del personale al di sotto del limite fissato del 90 per cento è previsto un allentamento del blocco del turn-over: dal 20 al 50 per cento della spesa del personale uscito nell’anno precedente, con l’ulteriore doppio vincolo che almeno il 60 per cento delle risorse così liberate sia riservato alle assunzioni di ricercatori e che al massimo il 10 per cento delle stesse sia riservato alle assunzioni di professori ordinari. Tuttavia, in molti casi si tratta di una potenzialità più virtuale che reale, in quanto molti atenei che attualmente soddisfano il tetto di spesa, sono in realtà molto vicini al limite, e in assenza di finanziamenti aggiuntivi a copertura degli adeguamenti obbligatori, sono esposti al rischio di superamento.
Il principio della differenziazione di trattamento delle università sulla base del loro comportamento pregresso ispira anche l’articolo 2, misure per la qualità del sistema universitario: prevede che una quota non inferiore al 7 per cento del finanziamento ordinario e dei fondi straordinari venga ripartita sulla base di risultati legati alla attività didattica (“qualità dei risultati dei processi formativi”), alla attività di ricerca (“qualità della ricerca scientifica”) e all’uso efficiente delle risorse utilizzate (“la qualità, l’efficacia e l’efficienza delle sedi didattiche”). Benché la declinazione concreta degli indicatori che permetteranno di misurare questi aspetti sia rinviata a un decreto ministeriale da emanarsi entro fine anno, l’intero insieme delle attività esercitate dalle università vi appare ricompreso.
Il terzo articolo, disposizioni per il diritto allo studio universitario dei capaci e dei meritevoli, incrementa di 65 milioni l’edilizia per residenze studentesche e di 135 milioni le borse di studio, precedentemente ridotte in Finanziaria, riducendo contestualmente i fondi per le aree sottoutilizzate.
LISTE E SORTEGGI
Su un punto, però, il decreto appare in palese contraddizione con lo spirito meritocratico che intende promuovere nelle università, premiando per la prima volta i comportamenti virtuosi (nella gestione di bilancio). Lo stesso articolo 1 va infatti a modificare una tantum le procedure di reclutamento del personale universitario, sostituendo alle commissioni locali elette su base nazionale delle commissioni sorteggiate da una lista unica eletta su base nazionale, per un numero triplo dei membri richiesti. Si consideri a titolo esemplificativo il caso delle discipline economiche. La tabella qui sotto ricostruisce per i tredici settori scientifico-disciplinari il numero di posti banditi per fascia (prima colonna, desunta dal sito http://reclutamento.miur.it/bandi.html), il numero di commissari esterni necessari a completare le commissioni (seconda colonna, pari al numero di posti´4), la dimensione della lista nazionale da cui ottenere per estrazione casuale le commissioni (terza colonna, pari al numero dei commissari necessari´3), il numero dei professori universitari di prima fascia confermati che possono essere eletti in tale commissione (1) e infine il rapporto tra commissari da eleggere ed eleggibili.
La cosa che colpisce dalla tabella è la dimensione quantitativa del procedimento, che lo rende concretamente impraticabile. Si consideri il caso del raggruppamento scientifico-disciplinare Secs/P-01 Economia politica. Per i concorsi di prima fascia occorre eleggere una lista di 204 potenziali commissari a partire da 275 eleggibili. Se immaginiamo che si possa esprimere una sola preferenza e che si voti casualmente, d’altronde non è facile coordinare i voti con queste dimensioni, ogni docente ha tre quarti di probabilità di venire eletto nella lista e un terzo di probabilità di essere poi sorteggiato. Complessivamente, un professore ordinario di economia politica ha una probabilità su quattro di trovarsi a essere commissario in un concorso di prima fascia. Per i concorsi da associato, gli stessi numeri diventano nove decimi come probabilità di essere eletto nella lista e tre decimi come probabilità di finire commissario in un concorso di seconda fascia. Sommata alla precedente, perché nulla impedisce di essere estratti in entrambe le valutazioni comparative, ogni professore ordinario ha più di una probabilità su due di fare il commissario in qualche concorso. Ovviamente, le probabilità crescono significativamente nei casi delle discipline in cui il numero degli eleggibili è inferiore al fabbisogno delle commissioni (in grassetto nella tabella). Il destino quindi dell’accademia italiana nei prossimi sei-otto mesi sembra essere quello di fare concorsi a caso.
Si obbietterà che questo non è colpa del nuovo sistema riformato, ma solo dell’eccessivo numero di concorsi banditi dalle università. Èfalso, per due motivi. Il primo è che a parità di numero di concorsi il fabbisogno di professori ordinari commissari è aumentato, essendo stati esclusi i professori associati da questo compito. Il secondo è che nel sistema che è stato abolito coesistevano incentivi, positivi o negativi, a fare il commissario. Gli incentivi positivi nascevano dalla disponibilità di molti docenti universitari onesti, che richiesti di far parte di commissioni di docenti par loro, erano pronti, e in alcuni casi persino contenti, di partecipare alla selezione dei candidati più meritevoli. Gli incentivi negativi nascevano dalla disponibilità di docenti interessati (o succubi) a scambiare la loro partecipazione come commissari di un concorso di cui fossero predefiniti gli esiti in cambio di favori di un qualche tipo da riscuotere in futuro.
Il nuovo sistema ha cancellato la possibilità di entrambi i comportamenti. Il docente onesto si rifiuterà di partecipare a una commissione di valutazione, venendo a mancare la garanzia della compresenza di persone oneste a par suo. Il docente disonesto non può più offrire la sua partecipazione compiacente, in quanto ha una probabilità molto più ridotta di finire nella sede per la quale si auspicava il suo operato. I concorsi, ammesso e non concesso che si riescano davvero a formare le commissioni, diventeranno un vero terno al lotto, senza avere alcuna garanzia di svolgimento maggiormente meritocratico.
Si ha l’impressione che per colpire la parentopoli dell’università italiana, intento nobilissimo e pienamente condivisibile, si sia inventato un marchingegno così complicato da rendere (intenzionalmente) impossibile ogni calcolo di convenienza, non solo dal punto di vista dei commissari ma anche da quello dei candidati. Non dimentichiamo che i candidati non hanno fatto domanda ovunque, ma soltanto in un massimo di cinque sedi, dove probabilmente ritenevano di avere qualche chance di conseguire una idoneità, sulla base di principi meritocratici. Correttezza avrebbe voluto che il nuovo sistema allargasse per loro la possibilità di presentare domande anche in altre sedi, riducendosi di fatto la probabilità di una selezione meritocratica.
Se il ministro Gelmini non ha fiducia nell’accademia italiana, al punto che per punire una parte di comportamenti opportunistici è disposta a far saltare alla radice l’intero meccanismo di reclutamento, allora forse era meglio una soluzione proceduralmente molto meno onerosa: estrarre a sorte i vincitori da un elenco di potenziali candidati, purché questi soddisfacessero alcuni requisiti minimali: avere un dottorato, aver scritto e pubblicato qualcosa. La qualità media di questa selezione non sarebbe molto diversa da quella che il nuovo sistema sarà in grado di produrre.
(1) È una stima per eccesso, in quanto al lordo di congedi per varia natura, desunta dal sito http://cercauniversita.cineca.it/php5/docenti/cerca.php.
Foto: Lezione di filosofia teoretica nella Galleria Vittorio Emanuele II a Milano. (foto Filippo Ceredi)