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Quando la montagna partorisce un topolino. La politica scolastica del ministro Moratti

di Daniele Checchi e Tullio Jappelli 10.09.2002
Dopo un anno e mezzo di governo si può provare a trarre un primo bilancio della politica scolastica .........

Dopo un anno e mezzo di governo si può provare a trarre un primo bilancio della politica scolastica del ministro Moratti (1). Prima però è utile ricordare che il governo precedente (ministri Berlinguer e De Mauro) aveva portato a compimento una riforma complessiva del sistema scolastico italiano (Legge quadro n.30 del 10/2/2000) che richiedeva una serie di decreti attuativi  che però in questa legislatura non sono stati varati.

Gli elementi centrali di quella riforma prevedevano il riordino dei cicli scolastici (attraverso l'unificazione dell'attuale scuola elementare e media inferiore in un'unica scuola primaria della durata di 7 anni); la soppressione dell'esame finale (l'attuale esame di licenza media) al termine del primo ciclo e l'innalzamento dell'obbligo scolastico a 16 anni (ammettendo la possibilità di assolvimento anche attraverso forme di scuola-lavoro da definirsi).

Ma l'elemento più innovativo era la soppressione della distinzione tra formazione generalista (i licei) e formazione indirizzata all'occupazione (gli istituti tecnici e professionali). La nuova scuola secondaria avrebbe significativamente assunto il nome di liceo e sarebbe stata composta da un biennio comune e da un triennio di orientamento (secondo "famiglie occupazionali" da definirsi).

 

Quali erano i vantaggi attesi di questo riordino? Innanzitutto l'aumento degli anni di istruzione obbligatoria contestualmente all'accorciamento del percorso scolastico, che avrebbe potuto produrre laureati già all'età di 21 anni, in linea con i sistemi scolastici di altri paesi europei, come Francia e Gran Bretagna.

 

Il secondo risultato, di più difficile misurazione, era quello di ridurre la dispersione scolastica. Su 100 bambini iscritti alla scuola elementare, 96 conseguono la licenza media, solo 66 un diploma di maturità e solo 17 una laurea (i dati si riferiscono all'anno scolastico 1995-96). La riduzione della dispersione sarebbe stata favorita da una riduzione degli esami di passaggio (soppressione degli esami di licenza elementare e media) e dallo spostamento in avanti dell'età in cui i ragazzi compiono le scelte di orientamento professionale (2).

 

L'obiettivo più ambizioso della riforma era però quello di rendere la società più fluida, grazie ad una socializzazione più precoce,  inoltre il progressivo superamento della differenza tra "cultura" (trasmessa nei licei) e "professionalità" (acquisibile solo negli istituti professionali) si sarebbe risolto a tutto vantaggio dei ceti meno abbienti, che avrebbero potuto accedere con maggior numero e con maggiore facilità alle specializzazioni universitarie.

 

 

 

L'Italia è  un paese caratterizzato da una ridotta mobilità sociale, imputabile tra l'altro anche alla particolare configurazione del sistema scolastico, come testimoniato da ricerche recenti basate sull'Indagine sui Bilanci delle Famiglie. Secondo questi risultati, la scelta scolastica secondaria segna indelebilmente l'eventuale successiva carriera scolastica e il futuro dei giovani. Ma ciò che più interessa il nostro ragionamento è che gli studi dimostrano che la scelta della scuola secondaria dipende direttamente dall'ambiente familiare, ed in particolare dal livello di istruzione dei genitori.

 

 

Da questo punto di vista l'assetto della scuola secondaria italiana è fondamentale non solo per chi la frequenta, ma per la stessa configurazione complessiva della società, in termini di uguaglianza delle opportunità di accesso e di prospettive di mobilità futura.

 

Il nuovo progetto di legge

Quali sono dunque le proposte del nuovo ministro della Pubblica Istruzione? In riferimento al primo aspetto (estensione dell'obbligo scolastico) l'attuale progetto di legge (3) dichiara che "è assicurato a tutti il diritto all'istruzione o alla formazione per almeno dodici anni o, comunque, sino al conseguimento di una qualifica entro il diciottesimo anno di età" (art.2, lettera c). Sembrerebbe quindi un ampliamento dell'attuale obbligo scolastico dagli attuali 10 anni ai 12 anni, in linea con i principali paesi europei.

 

Tuttavia, l'assolvimento di questo diritto-dovere (la cui non fruizione dovrà essere sanzionata dalla legge) viene demandato al secondo ciclo, dove gli studenti dovranno scegliere tra licei e formazione professionale. Ma ecco  la scappatoia: " dal compimento del quindicesimo anno di età i diplomi e le qualifiche si possono conseguire in alternanza scuola-lavoro o attraverso l'apprendistato" (art.2, lettera g, nostra sottolineatura). Mentre all'alternanza scuola-lavoro viene riservato l'intero art.4 del disegno di legge,  il riferimento specifico all'apprendistato non ricompare più. Questo significa che un giovane che abbandona la scuola del secondo ciclo dopo il primo anno e sia assunto come apprendista assolve l'obbligo previsto dall'attuale disegno di legge.

 

La dispersione scolastica

Sul secondo aspetto problematico, quello della riduzione della dispersione scolastica, non si introducono sostanziali innovazioni, ad esclusione dell'abolizione dell'esame di quinta elementare, che già oggi non rappresenta un ostacolo significativo. È noto a tutti che il problema della dispersione si manifesta principalmente all'inizio della scuola secondaria. E a fronte del problema viene di fatto aperta la strada per una fuoriuscita verso l'apprendistato o verso l'alternanza scuola-lavoro ( che non sembra differire molto dall'attuale formazione professionale integrata con stage presso le aziende) nel pieno assolvimento dell'obbligo scolastico (4).

 

In sostanza, la linea ispiratrice della rifoma è che le differenze sociali esistono e non possono essere modificate. Tanto vale dunque prenderne atto e disegnare un sistema scolastico ad esse adeguato. (5) Se si parte dal presupposto che la scuola non possa modificare l'attuale situazione sociale, che quindi viene assunta come un dato, si rinuncia non solo ad intervenire, ma persino a progettare un cambiamento in direzione di una maggiore equità e di una maggiore mobilità sociale.

Le politiche scolastiche dell'attuale governo sembrano prive di contenuti innovativi dal punto di vista sociale anche perchè si limitano ad una razionalizzazione dell'esistente. Basti citare la conferma dell'anomalo ordinamento in tre livelli (elementare, media e superiore) retaggio di un tardivo innalzamento della scolarizzazione di massa nel nostro paese; il mantenimento di tre indirizzi (generalista, tecnico e professionale, al di là dell'unificazione verbale degli ultimi due sotto la dizione di "istruzione e formazione professionale") e la non risoluzione del problema del reclutamento dei docenti, della formazione e dell'aggiornamento del corpo insegnante. Per quest'ultimo la riforma si limita ad introdurre l'obbligo di conseguimento di una laurea specialistica, ad accesso programmato.

 

Ancora una volta la montagna ha dunque partorito un topolino. La sperimentazione scolastica di fatto consiste nell'ingresso dei bambini di 5 anni nella scuola elementare ed in una riduzione del numero degli insegnanti, reso necessario se non altro per far fronte all'incremento temporaneo degli iscritti. Tuttavia, se approvato, il progetto di legge conseguirà un risultato importante: l'affossamento definitivo del progetto di riforma Berlinguer-De Mauro (di cui è prevista l'esplicita abolizione all'art.7 comma 10), che poteva invece rappresentare un elemento di forte innovazione, al pari dell'unificazione della scuola media nel 1962 e della liberalizzazione degli accessi universitari nel 1969.

 

(1)  I principi ispiratori sul tema della scuola dell'attuale governo sono contenuti nel disegno di legge n.1306 "Delega al governo per la definizione delle norme generali sull'istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale", attualmente in discussione in commissione al Senato (http://www.istruzione.it/mpi/progettoscuola/ddl_1306.shtml).

 

(2) Oggi un giovane sceglie un liceo e l'università successivamente, oppure un istituto tecnico a 14 anni; secondo la riforma del precedente governo la scelta sarebbe avvenuta a 15 anni, con la possibilità di transizione tra orientamenti diversi della scuola secondaria grazie alla generalizzazione del meccanismo dei crediti.

Si vedano al riguardo i contributi di D. Checchi e F. Zollino, "Struttura del sistema scolastico e selezione sociale", Rivista di Politica Economica 7-8/2001: pg:43-84 e di D. Checchi e V Dardanoni, "Mobility Comparisons: Does using different measures matter ?" presentato al Convegno su Income inequality – Università Bocconi 30/5/2002, www.uni-bocconi.it/egalitarian).

 

(3) Il progetto di legge riprende solo parzialmente le indicazioni del Rapporto finale del Gruppo Ristretto di Lavoro costituito con D.M. 18 luglio 2001, n. 672 e consegnato il 28 novembre 2001, meglio noto come "rapporto Bertagna".

 

(4) "…per garantire ai giovani la qualità e la personalizzazione dell'istruzione e della formazione per almeno 12 anni è necessario arricchire e diversificare i percorsi educativi. Non soltanto licei, ma anche istruzione e formazione professionale di competenza delle Regioni, per meglio rispondere alle attitudini e vocazioni di ciascuno – con la possibilità sempre aperta di cambiare strada, anche quando il cammino è già iniziato – e per contrastare il fenomeno dell'abbandono scolastico". Ecco come ridurre la dispersione scolastica: a ciascuno il percorso scolastico coerente con le sue attitudini, con buona pace del dettato costituzionale sull'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. (Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Una scuola per crescere, pg.11). Si tratta di un opuscolo di informazione e divulgazione dei principi della riforma.

 

(5) Vale la pena di riprendere a riguardo il testo del rapporto Bertagna: "Negli ultimi vent'anni, tutte le ricerche di psicologia, sociologia ed economia dell'educazione hanno dimostrato che la causa principale dei fallimenti scolastici non è, in genere, la scuola, ma l'extrascuola, in particolare l'ambiente sociale e familiare di provenienza degli alunni … (seguono dati di fonte ISFOL sulle diverse probabilità di completare il curriculum di studi a seconda dll'ambiente familiare di provenienza)… L'11,8 per cento della stessa leva di età (percentuale che si innalza al 17,1 negli istituti professionali) abbandona gli studi dopo il primo anno delle superiori. Questi abbandoni, però, sono reclutati pressochè esclusivamente in ragazzi che provengono da famiglie i cui genitori sono senza titolo di studio e vivono in condizioni sociali degradate o marginali. Il sistema educativo di istruzione e di formazione, dunque, sebbene desideri interpretare il ruolo di Davide, è, nel complesso, perdente davanti al gigante Golia dell'emarginazione sociale strutturale. Meglio allora agire, consapevoli che le politiche sociali (creare lavoro reale e non fittizio per i disoccupati, sostenere le famiglie bisognose con logiche che stimolano la loro imprenditorialità, ridare dignità sociale agli emarginati coinvolgendoli in relazioni interpersonali ‘normali', bonificare e riqualificare i tessuti urbani degradati, moltiplicare biblioteche, cinema, centri di aggregazione e di servizi, attività culturali e ricreative nei territori che non ne hanno o ne hanno a sufficienza ecc.) sono, ai fini del successo formativo, se non più, almeno efficaci tanto quanto il miglior sistema educativo di istruzione e di formazione che si possa auspicare." (pagg. 16-17 del rapporto).