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Un sogno di mezza estate. L’obbligatorietà delle mutue

di Costanzo Ranci 26.09.2002

Il periodo estivo ha prodotto un mutamento non irrilevante nelle idee del Ministro Sirchia sull'assistenza ai non autosufficienti. Eravamo andati in vacanza spossati dalle aspre polemiche seguite all'annuncio che era in progetto un sistema mutualistico facoltativo per la cura dei soggetti non autosufficienti. A Ferragosto il Ministro ha annunciato un perentorio cambio di impostazione: la mutua da facoltativa diventa obbligatoria. Siamo contenti della correzione di linea, richiesta anche da contributi apparsi in questo sito, (Luca Beltrametti, Le mutue volontarie: la proposta del ministro Sirchia) sebbene  non siano del tutto chiari i motivi dell'improvvisa virata. Conosceremo solo a fine mese il progetto nei suoi dettagli. Sulla base delle anticipazioni, si può già sottolineare un punto critico.

 

Una scelta onerosa

La scelta dell'obbligatorietà appare sicuramente la più corretta, per ragioni di sostenibilità attuariale (si evitano i rischi di selezione avversa) e di equità (si evita che la mutua riguardi solo i ceti più ricchi). La sua implicazione è che venga attuato uno schema universalistico, finalizzato a coprire i costi del long term care di tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito. Si tratta di una scelta "forte", che accosterebbe l'Italia alla sola Germania. Ma il nostro paese può permettersi una scelta così generosa e onerosa per la collettività?

 

Uno schema obbligatorio e universalistico comporta  notevoli oneri finanziari. In assenza di calcoli precisi, si può stimare che un fondo nazionale per la non autosufficienza richieda almeno 10 miliardi di euro, per coprire non più di 1.200.000 soggetti non autosufficienti. Dove prendere questi soldi? Il Ministro ha annunciato due principi generali:

la mutua non dovrà avere oneri aggiuntivi per lo Stato, ma ricomprenderà le spese già sostenute a livello regionale e locale;

verrà introdotto  un contributo a carico solo dei lavoratori (e non delle imprese) con esenzione per redditi sino a 35.000 euro.

 

I conti non torneranno

E' facile prevedere che i conti non torneranno. Innanzitutto perché il primo canale di reperimento di risorse è di consistenza assai dubbia. Lo Stato italiano finanzia annualmente, con più di 8 miliardi di euro, un programma nazionale di sostegno rivolto proprio ai non autosufficienti, senza limiti di età (le indennità di accompagnamento). Dovrà essere ricompreso nella nuova mutua? Quale sarà la reazione delle categorie di invalidi che già beneficiano di questa misura? Altre misure sono attivate dai Comuni per finanziare i ricoveri in istituto e l'assistenza domiciliare dei cittadini meno abbienti: è facile pensare che buona parte di questi oneri continuerà a sussistere anche dopo l'introduzione della nuova mutua (che non potrà che offrire una copertura parziale dei costi, soprattutto per i soggetti completamente non autosufficienti).

 

Il contributo a carico solo dei lavoratori viene motivato con il fatto che non si vuole né aumentare la pressione tributaria sui cittadini né gravare sul costo del lavoro. In realtà delle due l'una: o il nuovo contributo è un onere aggiuntivo per il lavoratore (e quindi, indirettamente, un costo in più associato alle posizioni lavorative), oppure esso è una nuova tassazione mascherata da contributo, che non si capisce perché debba essere pagata soltanto dai lavoratori e non dalla totalità dei cittadini. Il fatto poi che esso non sia compartecipato dalle imprese (come avviene invece in Germania) non lo renderà facilmente gradito sia ai sindacati, sia ai singoli lavoratori.

 

Non è risolto, quindi, il problema primario: un fondo nazionale per la non autosufficienza, con le caratteristiche annunciate, costituisce un notevole onere sia per i cittadini che per lo Stato. Vedremo nei prossimi mesi se questo governo ha la volontà politica e la possibilità finanziaria per far decollare la nuova mutua, oppure se tutto ciò resterà un sogno di mezza estate.