
L'abrogazione della legge del 1923
Un pezzo di storia della disciplina lavoristica italiana, la legge n.692 del 1923 sull'orario di lavoro (1), sta per essere messo in soffitta dopo ottant'anni. Entro il mese di ottobre, il Governo, in seguito alla delega conferita dalla Legge Comunitaria 2001 (art. 22 l. n.39/2002), dovrebbe presentare al Parlamento il decreto legislativo destinato finalmente a recepire la direttiva comunitaria del 1993 in materia di orario di lavoro (ivi compresi ferie e riposi). Secondo l'esplicito dettato della delega, il decreto, la cui emanazione si può prevedere per novembre, recepirà sostanzialmente l'"avviso comune" sottoscritto dalle principali parti sociali il 12 novembre 1997, con alcune marginali integrazioni che le stesse parti sono state sollecitate a fornire entro il prossimo 20 settembre.
Le 35 ore
Quell'"avviso" (non un accordo collettivo vero e proprio) aveva costituito, è bene rammentarlo, la reazione comune di Confindustria e sindacati al tentativo bertinottiano di espropriare la contrattazione collettiva della materia degli orari attraverso l'imposizione forzosa del limite legale delle 35 ore, sul modello della legge Aubry che oggi sta per essere rimessa in discussione dal Governo Raffarin. Sulle 35 ore, il Governo Prodi aveva dovuto pagar dazio, assistendo per altro, con benevola (in odor di maligna: verso Bertinotti) indifferenza, all'avviso comune delle parti sociali che spiazzava il disegno di legge sulle 35 ore e lo avviava di fatto su un binario morto. Nello stallo politico e normativo così determinatosi (nel nostro ordinamento i contratti collettivi non hanno una forza giuridica sufficiente a recepire direttive comunitarie: altro problema che prima o poi andrà risolto), era inevitabile che finissimo condannati per l'ennesima volta, nel marzo 2000, dalla Corte di Giustizia del Lussemburgo per negligenza comunitaria, con la magra consolazione di un'analoga condanna subita pochi mesi dopo dai cugini d'Oltralpe. E soprattutto era inevitabile che i tempi della riforma, ormai divenuti geologici, scivolassero a data da destinarsi, per essere poi inghiottiti dall'oblio di fine legislatura.
La futura disciplina
Adesso siamo all'epilogo, con l'imminente abrogazione ufficiale della legge del 1923, già intaccata ma tenuta in vita dalla miniriforma Treu del 1997, che aveva ridotto l'orario legale settimanale a 40 ore, lasciando gravi incertezze sulla sopravvivenza del limite di 8 ore giornaliere, risalente appunto al 1923. E se è vero che la materia è ampiamente governata, di fatto, dai contratti collettivi di categoria, i quali hanno anticipato da tempo, e quasi sempre sopravanzato a favore dei lavoratori, i contenuti della futura disciplina, le novità che si annunciano in termini di quadro legale non sono da poco:
- la previsione di un diritto ad 11 ore consecutive di riposo giornaliero, da cui, per differenza, deriva un tetto massimo di 13 ore lavorative: facile prevedere che molti contesteranno la correttezza costituzionale di questa parte del provvedimento, bollandolo come una paradossale controtendenza storica rispetto alla conquista della giornata di 8 ore (che comunque, grazie ai contratti collettivi continuerà ad essere la regola); il diritto ad una pausa ogni 6 ore di lavoro;
- la quantificazione – per la prima volta in una legge – del periodo minimo di ferie annuali in 4 settimane. Su altri aspetti (lavoro straordinario e notturno), la nostra legislazione è già abbastanza in linea con la direttiva, salvo qualche possibile ritocco. In ogni caso, per evitare un brusco impatto della nuova disciplina, peraltro sempre migliorabile in sede sindacale, le previsioni collettive vigenti saranno lasciate in vita sino alla naturale scadenza.
Quel che è certo è che l'attuale Governo (che ha saggiamente stralciato la materia dal d.d.l. di riforma del mercato del lavoro, per inserirla nella legge comunitaria) potrà vantarsi di aver emanato, senza troppo sforzo, una disciplina del tutto conforme alla volontà delle parti collettive, CGIL compresa, ponendo fine a un'incertezza oramai insopportabile del quadro normativo. E dire che quella dell'orario non era una riforma troppo difficile, né costosa. Rilevare che si tratta di un'altra occasione perduta per il rissoso centrosinistra della scorsa legislatura, è tanto scontato quanto inevitabile.
(1) La genesi di questa legge risale addirittura al Trattato di Versailles e alla Convenzione di Washington del 1919.