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E se invece si riformassero?

di Marino Regini 01.05.2003
L’azione sindacale non è solo un elemento di rigidità, ma permette di concludere patti sociali che mirano a una crescita più stabile e armonica del Paese oltre a garantire la cooperazione dell’intera forza lavoro nei processi di innovazione. E in casi di grave crisi, come nell’Italia dei primi Anni Novanta, possono essere decisivi per risollevare le sorti dell’economia.

Appena sette anni fa, in una intervista a La Repubblica, il premio Nobel per l'economia Paul Samuelson dichiarava: "[voi italiani] avete camminato per anni sul filo del rasoio, e chi poteva darvi una spinta fatale erano i sindacati. Non lo hanno fatto. Forse non lo sapete, ma i sindacati sono il vostro gioiello della Corona". Samuelson – che si riferiva agli accordi triangolari del 1992 e del 1993 che abolirono la scala mobile e riformarono la contrattazione collettiva – non era certo il solo a ritenere la coraggiosa posizione assunta allora dai sindacati italiani come decisiva per risollevare le sorti assai compromesse della nostra economia, tanto da consentirle di rispettare i restrittivi criteri di convergenza stabiliti a Maastricht.

Il sindacato italiano, sette anni dopo

Eppure, in questi sette anni molto è cambiato nella percezione pubblica del ruolo svolto dai sindacati, e non solo in Italia, dove i contrasti aspri fra le tre confederazioni e l'anomala rilevanza degli scioperi in un settore delicato quale quello dei servizi pubblici hanno ulteriormente peggiorato il quadro.

Non vi è ormai economista o imprenditore che non sostenga che i sindacati impediscono al mercato di operare liberamente, utilizzando la loro rendita di posizione per strappare vantaggi per gli "insiders". Non vi è politico riformatore, di destra o di sinistra, e non vi è ente internazionale, che non accusi più o meno apertamente i sindacati di essere la causa dell'eccessiva rigidità dei mercati del lavoro e dei ritardi nell'operare le necessarie riforme del welfare. Non vi è infine paladino dell'equità che, anche in questo caso sia da destra sia da sinistra, non imputi ai sindacati una eccessiva tutela degli "insiders" e quantomeno un disinteresse per la sorte degli "outsiders".

Se queste opinioni sono così radicate, sicuramente vi è qualcosa di vero. E tuttavia, se non peccano per errore, certamente peccano per omissione, perché trascurano di ricordare le molte e importanti funzioni positive che i sindacati possono invece svolgere nelle economie avanzate.

Le funzioni positive

Quali sono queste funzioni? Già nella fase cosiddetta fordista l'azione sindacale ha prodotto alcuni effetti benefici, benché non intenzionali, per il sistema economico. L'imposizione di standard minimi di tutela ha infatti costretto le imprese a diventare più efficienti o a uscire dal mercato. La contrattazione collettiva ha svolto un ruolo decisivo nel sostenere i livelli retributivi e quindi l'espansione dei consumi, particolarmente nella produzione di massa con bassi livelli di qualificazione.

È però con il declino della produzione di massa che ai sindacati si offre la possibilità di andare oltre il tradizionale ruolo distributivo per esercitare funzioni "produttive" cruciali per il sistema delle imprese, quali l'organizzare la cooperazione della forza lavoro e il contribuire alla sua valorizzazione professionale. I sindacati possono garantire alle imprese non il semplice coinvolgimento dei singoli dipendenti – variabile e instabile perché dipendente da molti fattori – ma la cooperazione dell'intera forza lavoro nei continui processi di innovazione, cioè un bene semi-pubblico essenziale per lo sviluppo economico di un paese.

Risorse umane qualificate

La cooperazione della forza lavoro nel processo produttivo è diventata per le imprese un'esigenza cruciale in larga misura per le stesse ragioni per cui lo è la disponibilità di risorse umane qualificate. Essa consente infatti il funzionamento di sistemi organizzativi che hanno bisogno del contributo attivo dei lavoratori al loro continuo miglioramento, cioè di qualcosa di più della semplice "pace sociale".

Nessuno, credo, dubita che sindacati forti costituiscano un fattore che limita la flessibilità esterna, quindi la possibilità per le imprese di adattare i propri organici all'andamento della domanda. Ma ciò che troppo spesso si dimentica o si sottovaluta è che proprio questa limitazione della flessibilità in uscita favorisce la flessibilità funzionale, cioè la disponibilità dei dipendenti a cambiare mansione e posto di lavoro, nonché la loro volontà di cooperare e di essere coinvolti negli obiettivi aziendali. Così come stimola le imprese a investire nella formazione di dipendenti che hanno probabilità di rimanere legati alle sorti dell'azienda in cui lavorano, e quindi a migliorare la qualità di quel cruciale fattore competitivo costituito dalla dotazione di risorse umane.

Per concludere, l'osservazione comparata mostra che l'azione sindacale non rappresenta solo un elemento di rigidità, un semplice fattore di disturbo da neutralizzare. È invece tipicamente ambivalente: un vincolo per le imprese ma anche una risorsa per le loro esigenze.

Non è affatto facile per i sindacati – e non tutti vi riescono – coordinare la dinamica salariale, organizzare la cooperazione nei luoghi di lavoro, contribuire allo sviluppo delle risorse umane, concludere patti sociali che mirano a una crescita più stabile e armonica. Se vogliamo che le nostre economie avanzate non competano solo sui prezzi e siano invece in grado di imboccare una "via alta" allo sviluppo, la soluzione non è quella di ridurre il peso dei sindacati, ma quella di renderli più capaci di svolgere queste funzioni.