
Come sempre succede in un percorso a parabola, l'apice del successo corrisponde anche all'avvio della crisi. Per il sindacato italiano questo punto di svolta è stato toccato, a mio parere, nel 1995, con la riforma delle pensioni concordata con il Governo Dini, in una fase socio-politica dominata dalle ambiguità.
Il sindacato dall'accordo del 1993 alla Riforma Dini
Dopo l'accordo del luglio 1993, la spinta riformista del sindacato italiano rallentò, forse per la necessità di digerire un'intesa veramente innovativa, che aveva prodotto molti malumori per l'accantonamento definitivo dei meccanismi di indicizzazione dei salari. Il ricompattamento sindacale avvenne grazie al primo Governo Berlusconi, nel 1994, con gli scioperi organizzati contro l'ipotesi di riforma delle pensioni, vero cavallo di battaglia del programma del Governo di centro-destra e del suo ministro del Tesoro, Lamberto Dini.
In realtà, la riforma delle pensioni si infranse contro l'opposizione della Lega Nord di Umberto Bossi, preoccupato di perdere il consenso dei lavoratori del Nord (i più toccati da una vera riforma) e convinto di un probabile "tradimento" politico di Forza Italia, che mal sopportava il grande regalo fatto alla Lega Nord in termini di parlamentari eletti e di cariche istituzionali concesse.
Ma il sindacato interpretò la caduta del Governo come una sua vittoria e sostenne il successivo esecutivo Dini, nominato all'inizio del 1995 con il coinvolgimento anche del centro-sinistra.
Il Governo Dini concordò punto per punto la riforma delle pensioni con il sindacato, escludendo la Confindustria dal negoziato. Di fatto, il sindacato riuscì a imporre la "sua" riforma , conseguendo così un successo insperato. Ma si trovò anche in una posizione molto ambigua, sia sul piano politico che su quello sociale.
Sul piano politico giocò il ruolo di un partito. Questo suo ruolo continuò con il successivo Governo di centro-sinistra, condizionandone le scelte di politica sociale (la Cgil in particolare, in competizione con Rifondazione Comunista).
Sul piano sociale, il sindacato fu costretto a una ambiguità dialettica con i suoi iscritti. Da un lato, doveva sostenere che la riforma aveva un forte contenuto innovativo e che avrebbe determinato un sensibile contenimento della spesa pubblica, avvalorando così l'ipotesi di forti "sacrifici" fatti dai lavoratori, come il Governo andava sostenendo in tutte le sedi internazionali. Dall'altro, doveva rassicurare i propri iscritti, convincendoli che tutti i loro diritti erano stati preservati. E in effetti la riforma modificava marginalmente la posizione di gran parte dei lavoratori in attività, contribuendo ben poco a un reale contenimento della spesa pubblica. Fu così che il sindacato trovò esposto alla duplice critica di chi sosteneva che la riforma era inadeguata e di chi la riteneva eccessiva.
Queste ambiguità hanno finito per paralizzare la capacità riformatrice del sindacato senza per altro preservarne l'unità. Se Sergio Cofferati ha condotto il sindacato al sostegno attivo del Governo di centro-sinistra, a condizione di impedirgli ogni riforma e con un crescente fastidio da parte della Cisl di Sergio D'Antoni, è Savino Pezzotta della Cisl ad agire da controparte attiva del successivo Governo Berlusconi, perseguendo accordi che evitino ogni riforma. Così è stato per la presunta modifica dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (ancora non approvata dal Parlamento) e per il Patto per l'Italia che ha semplicemente certificato prassi ormai già consolidate nel mercato del lavoro italiano.
Associazioni e difesa dell'esistente
Dopo la stagione delle riforme dei primi Anni Novanta e al di là dei conflitti interni, il sindacato italiano appare ormai fermo in una strategia di difesa dell'esistente, timoroso anche di chiedere innovazioni per non dover rinunciare a presunti diritti. Questo limite del sindacato è il limite proprio di tutte le associazioni di interessi che, avendo perseguito i loro obiettivi, sono prigioniere dei loro successi. Poiché esse nascono spesso per la soluzione di specifici problemi, di fatto tendono a non considerare mai risolto un problema per non perdere la loro principale ragione d'essere. È così che rischiano di diventare esse stesse un problema per gli associati.
In effetti, l'Italia ha ormai una legislatura sociale abbondante e un ricco corpo di relazioni industriali consolidate. Non possono più essere aumentate per addizione di nuove normative, come era nel passato, ma vanno adeguate con modifiche che tolgano alcuni vincoli ormai superati e aprano nuove opportunità. Aggiungere idee nuove è relativamente agevole, mentre eliminare vincoli è spesso doloroso, anche perché si rimettono in discussione scelte e organizzazioni sociali consolidate nel tempo. Ad esempio, in Italia si dovrebbe dare un maggiore spazio alla contrattazione aziendale in sostituzione di quella nazionale: ma a essa si oppongono le rappresentanze sindacali dei lavoratori e delle imprese che hanno fatto molti "investimenti" in strutture negoziali nazionali..
Occorrerebbe invece avere associazioni "suicide", ossia capaci di morire con la soluzione dei problemi che le hanno originate, per poi eventualmente rinascere e rigenerarsi per affrontare nuovi problemi. Questo vale per i sindacati dei lavoratori, ma anche per le associazioni di imprese, come ho più volte già sostenuto: eviterebbero così di crearsi nemici e problemi pretestuosi e di giocare a spaventare i propri associati per mantenere i propri ruoli anche quando, spesso grazie alla loro azione, molti dei vecchi problemi sono stati ormai risolti.