
Eugenio Scalfari ha rivolto a Pietro Ichino sull'
Espresso (Gli esuberanti tra modello e realtà, 19 dicembre 2002) una serie di contestazioni e domande circa le tesi espresse recentemente dal giuslavorista sulla crisi della Fiat e più in generale sulla necessità di una riforma del diritto del lavoro italiano. Pietro Ichino accoglie l'invito alla discussione rispondendo qui di seguito. Le singole obiezioni di Eugenio Scalfari sono riportate separatamente, nel rispetto della loro stesura testuale originale.
Scalfari: La sua tesi è questa: difendere il posto di lavoro in un'azienda in crisi è inutile e anzi dannoso; l'azienda deve ristrutturarsi per rimediare agli errori compiuti; se ha un esubero (appunto) di manodopera rispetto alla domanda dei suoi prodotti, deve poter licenziare.
Ichino: La mia tesi non è questa. Non ho mai sostenuto – e il progetto di legge Debenedetti ispirato alle mie proposte non dice affatto - che l'imprenditore debba essere lasciato libero di licenziare appena il rapporto di lavoro si presenta in perdita. Al contrario, sostengo che è giusto e opportuno, entro un limite ragionevole, accollare all'impresa il rischio del rapporto di lavoro in perdita e il corrispondente obbligo di sicurezza verso i dipendenti: è bene, anche dal punto di vista dell'efficienza economica, che il rapporto di lavoro funzioni anche come una polizza di assicurazione per il lavoratore. Ma ogni polizza ha il suo massimale: quando la perdita attesa supera quella soglia, il rapporto deve poter cessare. E in quel caso il lavoratore deve essere congruamente indennizzato dall'imprenditore, nonché assistito efficacemente nel reperimento di una nuova occupazione; ma di questo il sindacato italiano non si occupa e non si è mai occupato seriamente.
Scalfari: La sola cosa che continua a verificarsi da tempo immemorabile è che si fa pagare ogni crisi alle persone e alle famiglie dei lavoratori. ... Il mestiere del sindacato è quello di limitare se non di impedire che a pagare sia sempre e soltanto uno dei fattori di produzione. E lo rimproverate pure di questo?
Ichino: Io rimprovero al sindacato di aver affrontato per trent'anni questo problema soltanto in termini di difesa a oltranza dei posti di lavoro esistenti: è quello che il sindacato sta facendo anche adesso nella crisi della Fiat. E gli rimprovero di non avere mai rivendicato seriamente la costruzione di un sistema di servizi efficienti nel mercato del lavoro, che dia una sicurezza sostanziale a tutti i lavoratori in caso di licenziamento giustificato. Soprattutto ai più deboli; e anche a quella grande parte dei lavoratori che oggi non hanno una protezione forte contro il licenziamento.
Scalfari: Ci penserà comunque il mercato, infallibile strumento che non lascia nessuno in difficoltà. Purché la voglia di lavorare ci sia e purché ci sia un'adeguata flessibilità a spostarsi dovunque emerga un'occasione, quale che sia l'occasione e quale che sia la retribuzione che quell'occasione offre. ... Ha mai visto nella sua esperienza di studioso, professor Ichino, un mercato che funzioni in questo modo?
Ichino: In Europa abbiamo, a grandi linee, due modelli di mercato del lavoro: quello cosiddetto mediterraneo (Grecia, Italia, Spagna), caratterizzato da protezione più rigida della stabilità e scarsità di servizi efficienti per i lavoratori nel mercato; e quello nord-europeo (Gran Bretagna, Svezia, Danimarca, Irlanda), caratterizzato da una minore protezione del lavoratore in azienda e una sua maggiore protezione nel mercato. Nella migliore delle ipotesi, un sistema di protezione rigida della stabilità, come il nostro, garantisce al lavoratore di restare dov'è, in un tessuto produttivo in cui spostarsi è tipicamente difficile. In un sistema più fluido, nel quale cioè la stabilità è meno protetta, ma domanda e offerta si cercano e si incontrano fra loro più agevolmente, è anche più facile per il lavoratore cambiare, spostarsi, scegliere l'azienda che più gli si confà e gli riserva un trattamento migliore. Di questa libertà, che significa anche sicurezza sostanziale e forza contrattuale, il lavoratore italiano gode molto meno di quanto ne goda il lavoratore inglese, svizzero o danese.
Scalfari: Lei sa che, per essere perfetto, il modello dovrebbe preliminarmente prevedere che tutti i soggetti siano muniti di potere di acquisto equivalente, di pari punti di partenza e di piena libertà di accesso.
Ichino: Tutta la scienza economica, da Keynes in poi, concorda sul punto che il mercato del lavoro è un mercato molto imperfetto: per questo sono necessari i correttivi del diritto del lavoro e della coalizione sindacale. Ma questi correttivi, in Italia, oggi, funzionano malissimo. Per cominciare, funzionano soltanto in difesa di metà dei lavoratori, quelli riconosciuti come subordinati nelle imprese grandi e medie, e non per l'altra metà, per la quale regna la legge della giungla. Ma anche per la prima metà, a ben vedere, questo diritto del lavoro funziona male. La legge attuale (il famoso articolo 18) innanzitutto non stabilisce la "soglia" della perdita oltre la quale il licenziamento è giustificato, lasciando che sia il giudice a stabilirla caso per caso e imponendo penalità esorbitanti all'imprenditore che sbagli la difficilissima previsione in proposito. Quando poi il giudice ritiene che la soglia di perdita sia stata effettivamente superata, l'imprenditore viene assolto da ogni obbligo e il lavoratore se ne deve andare senza una lira di indennizzo. Chiedo a lei, dottor Scalfari, questo le sembra un buon sistema?
Scalfari: Dunque, la Fiat deve ristrutturarsi per rimediare agli errori compiuti. ... Spetterà allo Stato darsi carico degli esuberi con opportune provvidenze, beninteso purché non si tratti di provvidenze assistenziali. Gli esuberanti si acconcino ad essere riciclati: potrebbero fare gli infermieri ... oppure i "badanti", magari al posto dei tanti filippini d'importazione; oppure i pompieri ...
Ichino: Una cosa è certa: e cioè che il rifiuto aprioristico di qualsiasi riduzione di personale oggi non aiuta il rilancio della Fiat, la sua capacità di attirare investimenti e ristrutturarsi. È giusto rivendicare che sia la Fiat a pagare i costi della mobilità della forza-lavoro resa necessaria dai suoi errori passati; ma impedire questa mobilità, oggi, è davvero insensato. Il problema, del resto, riguarda non soltanto la Fiat, ma l'intera industria italiana, troppo poco capace di competere nel mercato globale dei capitali. Il rilancio di un'industria malata non si promuove con ingessature che impediscono l'eliminazione delle sue inefficienze. Ne consegue che non ci può essere industria sana e competitiva senza un mercato del lavoro che funzioni bene; e il nostro funziona malissimo, proprio perché prevale la cultura della protezione a oltranza del posto di lavoro, si rifiuta anche soltanto l'idea che un operaio della Fiat possa passare a un altro lavoro. E così, paradossalmente, si finisce anche col deresponsabilizzare gli azionisti dell'impresa in crisi e il suo management: c'è la Cassa integrazione straordinaria per (fingere di) risolvere tutti i problemi.