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Quant'è avara la Finanziaria con il signor V.A.

di Francesco Daveri 16.10.2006
Una Finanziaria non si limita a ridistribuire un reddito dato. Influenza la convenienza a produrne di nuovo, modificando gli incentivi a investire e a creare posti di lavoro: gli effetti davvero importanti per la crescita, il problema numero uno dell'Italia di oggi e di domani. La legge per il 2007 non incide sui nodi che un imprenditore affronta quotidianamente: costo dell'energia, risorse umane e difficoltà di sbocco sul mercato interno. Non c'è neanche la riduzione delle tasse sulle società. Eppure sono proprio le ragioni per cui nel nostro paese non si fa innovazione
Quant'è avara la Finanziaria con il signor V.A.

La Finanziaria 2007 è stata finora giudicata in base a quanto dà o toglie: alla "classe media", ai lavoratori autonomi, ai dipendenti, alle imprese; in breve, per i suoi effetti redistributivi. Ma una Finanziaria non si limita a ridistribuire un reddito dato: influenza anche la convenienza a produrne di nuovo, modificando gli incentivi a investire e a creare posti di lavoro. Sono questi gli effetti davvero importanti per la crescita – il problema numero uno dell’Italia di oggi e di domani.
Valutare gli effetti delle varie misure della Finanziaria sulla crescita è un compito difficile, adatto a uffici studi e agenzie di rating e comunque soggetto ad ampi margini di errore. C’è un modo alternativo per farlo. Anziché fare conti complicati si può considerare il caso di un’impresa innovativa del Nord-Est che ha recentemente spostato la produzione nell’Est Europa e chiedersi cosa fa la Finanziaria per indurre questa impresa a tornare sui suoi passi.

Il caso: l’azienda del signor V.A.

Il signor V.A. (Vado All’estero) è un imprenditore veneto, a capo di un’azienda (di famiglia, ma da lui molto ingrandita e globalizzata negli ultimi anni) che progetta e produce componenti meccaniche di alta precisione – la quintessenza del progresso tecnologico incorporato nei macchinari. Gli affari vanno bene per l’azienda, che ha anzi necessità di ampliare la sua scala di produzione. Il signor V.A. ha però deciso di farlo spostando la produzione di una parte di queste componenti fuori dall’Italia, e cioè in un paese dell’Est europeo.
Perché lo fa? Per varie ragioni: energia, risorse umane, tasse e difficoltà di sbocco sul mercato interno. Vediamole brevemente una alla volta.
Per produrre componenti di precisione ci vuole tanta energia, che è costosa e poco accessibile per le imprese italiane. In Italia, i tempi per ottenere una cabina da 500 kilowatt sono lunghi e variabili: 6, 11, 15 mesi? L’Enel non lo dice in anticipo al signor V.A., ma i soldi li vuole comunque in anticipo. Nel paese dell’Est Europa bastano quattro mesi e il pagamento è alla consegna della cabina.
Secondo, in Italia non si trovano i laureati (in ingegneria meccanica e scienze dei materiali) e i tecnici per aumentare la produzione. Da noi, un neo-laureato con quelle caratteristiche prende 1500 euro al mese, che raddoppiano nei conti dell’impresa. Nei paesi dell’Est Europa, l’istruzione tecnica è diffusa e di buon livello qualitativo; e gli stipendi richiesti dai tecnici sono ovviamente inferiori.
Una terza ragione per delocalizzare è il regime fiscale nei confronti dei profitti societari, molto più favorevole nel paese dell’Est Europa rispetto all’Italia.
Infine, una quarta ragione è il desiderio di produrre vicino a un grande mercato di sbocco, la Germania. Il signor V.A. ha provato a fare il sub-fornitore in Italia, ma si è trovato di fronte termini di pagamento svantaggiosi rispetto a quelli che offerti in Germania da concorrenti diretti delle aziende italiane acquirenti. Come si leggeva l’estate scorsa sul Sole-24Ore, il suo caso non è isolato: le aziende italiane non brillano certo in Europa per puntualità nei pagamenti differiti. È un peccato perché, come mostra l’esempio della Nokia e del suo "Ict cluster" in Finlandia, la diffusione dell’innovazione riceve spesso un impulso fondamentale dall’esistenza di proficue interrelazioni tra clienti e fornitori all’interno di un paese.

C’è poco nella Finanziaria per il signor V.A.

La Finanziaria mette a disposizione sette miliardi di euro per le imprese, scoraggiando in vari modi comportamenti individuali dannosi per l’ambiente. Finanzia progetti di innovazione industriale che mirano ad aumentare l’efficienza energetica. Ma non contiene misure per migliorare l’accesso e ridurre il costo dell’energia per il signor V.A.
Nella Finanziaria c’è l’intervento sul cuneo fiscale che riduce il costo del lavoro per le imprese che creano posti di lavoro a tempo indeterminato. In questo modo, si darà un po’ di ossigeno alle imprese che fanno tessile, abbigliamento e scarpe. Ma mancano sgravi fiscali preferenziali – o una politica di immigrazione selettiva - per le imprese che assumono i tecnici (ingegneri e scienziati dei materiali, ma anche semplici diplomati).
Nei sette miliardi per le imprese, non c’è la riduzione delle tasse sulle società perché si è preferito finanziare varie forme di supporto per le imprese. Ci sono crediti di imposta per chi investe nelle aree svantaggiate e in ricerca e sviluppo – di utilizzo più flessibile che in passato. Il credito è maggiore per le imprese che fanno ricerca con enti pubblici, ma non per le grandi imprese che condividano la loro tecnologia con le piccole. Ci sono soldi anche per "promuovere la competitività nei settori ad alta tecnologia" e perfino 5 milioni per un’Agenzia Nazionale per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione. Tutte scelte legittime, non le uniche possibili.

Morale della storia

La politica economica può e deve consentire alle imprese del Made-in-Italy di spostare una parte delle loro produzioni in paesi lontani. Ma deve convincere le imprese che producono innovazione a farlo in Italia. A questo servono le politiche per l’energia e per le risorse umane, e una riduzione delle tasse sul reddito d’impresa. Più che con progetti industriali in aree depresse e altre politiche industriali più sofisticate, è risolvendo i problemi quotidiani del signor V.A. che l’Italia ricomincerà a crescere.

 
Errata corrige dell'autore

Nella versione dell'articolo pubblicata sul sito parlavo erroneamente di neo-laureati in ingegneria che prendono 1500 euro netti al mese. La parola neo è di troppo. dalle varie lettere arrivate apprendo che i neo-laureati in ingegneria ricevono uno stipendio molto inferiore. E anche gli imprenditori con cui ho parlato mi avevano parlato di ingegneri e tecnici, non neo-laureati.

Mi scuso con i lettori per l'imprecisione che ha urtato la suscettibilità di una categoria di persone che incontra difficoltà sul mercato del lavoro.

Ribadisco tuttavia che la sostanza dell'articolo non cambia. Come riportato dalle società di ricerca del personale e dal Sole 24 Ore del 31/10/06, le imprese del Nord-Est affermano di non trovare tecnici. Come spiegavo nell'articolo, la presenza di elevate tasse sul lavoro fanno convivere basse paghe (salari netti) e alto costo del lavoro per l'impresa.