
I commenti sul "caso FIAT" si sono generalmente concentrati sugli aspetti di carattere industriale e sui problemi relativi al mercato del lavoro. In particolare, il dibattito sull'opportunità di un sostegno pubblico all'azienda torinese si è focalizzato sui riflessi occupazionali della crisi FIAT. Sembra quindi opportuno discutere i risvolti finanziari della vicenda, cercando di capire se essi possano fornire qualche giustificazione all'ipotesi di un intervento pubblico. L'ipotesi è al momento accantonata nella forma estrema di un ingresso dello Stato nel capitale della FIAT, ma potrebbe riprendere quota - anche in altre forme - di fronte ad un eventuale acuirsi della crisi e dello scontro sociale.
Financial distress e accordi stragiudiziali
L'accordo siglato tra le banche e la FIAT nel maggio scorso non è molto diverso da altre decine di accordi firmati negli ultimi vent'anni tra imprese che si sono trovate in una situazione di difficoltà finanziaria (financial distress) e le banche creditrici. In questo tipo di accordi le banche concedono una dilazione e/o uno sconto sui loro crediti, eventualmente erogandone di nuovi; in alcuni casi, esse accettano di convertire parte del loro credito in una partecipazione azionaria. In cambio ottengono precise garanzie, relative alla dismissione di attività dell'azienza debitrice (in modo da ridurne l'indebitamento) e al rilancio dell'attività industriale della stessa. Le banche possono anche, eventualmente, condizionare l'accordo ad un ricambio del management. Nel caso della FIAT, l'accordo prevede la conversione di crediti a breve termine in un finanziamento triennnale (per 3 miliardi di euro), che potrà essere rimborsato in azioni FIAT ordinarie. In cambio, l'azienda si è impegnata in un piano di dismissioni e si è prefissata il raggiungimento di determinati obiettivi finanziari (ad esempio, la riduzione dell'indebitameto netto da 5,8 a 3 miliardi entro l'anno in corso).
Nei casi precedenti, non si è profilato un intervento di sostegno pubblico, che favorisse l'accordo. In altre parole, si è rispettata l'autonomia delle parti: le banche hanno liberamente deciso se firmare un accordo stragiudiziale (oppure se ricorrere ad una procedura fallimentare) e a quali condizioni, accettando i relativi rischi. Perché, invece, nel caso della FIAT è emersa l'ipotesi di un intervento pubblico? Esistono ragioni di carattere finanziario che lo giustificano?
"Too big to fail"?
Se vogliamo, la risposta è abbastanza ovvia, e va ricercata nella dimensione del debitore. Questa sembra essere l'unica possibile ragione per trattare il "caso FIAT" in modo diverso dagli altri. Attenzione, però: stiamo assistendo alla trasposizione, nel campo industriale, di un ben noto principio ispiratore della vigilanza bancaria: la cosiddetta "too big to fail doctrine". Secondo questo principio, spesso applicato in molti paesi, le autorità non possono permettere che una banca di dimensioni notevoli fallisca: ciò avrebbe delle conseguenze negative sull'intero sistema economico-finanziario, a cominciare dalla possibilità che si scateni una crisi di fiducia nelle banche, con conseguente "fuga dai depositi". Esistono insomma valide ragioni che spingono le banche centrali a stendere una "rete di sicurezza" a sostegno di una grande banca in difficoltà.
Si può dire lo stesso per un'impresa industriale? Credo che la risposta vada cercata nell'impatto che un'eventuale insolvenza dell'impresa stessa avrebbe sulle banche creditrici. Qui ci scontriamo con la scarsità di dati, essendo le esposizioni delle singole banche verso un debitore un'informazione naturalmente riservata. Le stime di mercato che circolano sulla stampa economica, collocano approssimativamente tra 1 e 2 miliardi di euro l'esposizione di ciascuna delle quattro banche maggiormente esposte verso il gruppo FIAT (Intesa, UniCredit, SanPaolo-IMI, Capitalia). Inoltre, per due di queste banche (Intesa e SanPaolo-IMI) l'esposizione complessiva verso i primi 4 debitori rappresenta una quota elevata del patrimonio (75% e 67% rispettivamente, stando ai dati Mediobanca Industry Research, ripresi dal Sole-24-Ore). Infine, guardando ai ratios patrimoniali si nota che, tranne UniCredit (11% circa), le banche in questione presentano un livello piuttosto modesto di patrimonializzazione, che risulta compreso tra l'8,3% di Capitalia e il 9,5% di SanPaolo-IMI (dati Bankscope).
Il quadro che emerge da questi dati è il seguente: alcune grandi banche italiane sono effettivamente molto esposte verso il gruppo FIAT; in alcuni casi, la concentrazione del rischio creditizio ha raggiunto livelli elevati. il loro livello di patrimonializzazione non è certo brillante.
La situazione è quindi delicata, anche se non è il caso di alimentare inutili allarmismi. Ricordiamo che esiste una normativa che limita la concentrazione del rischio creditizio (Direttiva UE 92/121) in base alla quale una banca non può concedere ad un singolo debitore un credito che superi il 25% del suo patrimonio. Grazie a questa norma, domande del tipo "un'insolvenza della FIAT potrebbe far fallire qualche banca?" trovano ovviamente una risposta negativa (peraltro, sembra ragionevole chiedersi se il limite del 25% non sia troppo permissivo, dal momento che negli USA, per fare un esempio, è pari al 15%). Piuttosto, è plausibile che l'eventuale iscrizione in bilancio di forti perdite sui crediti alla FIAT indebolisca ulteriormente la situazione patrimoniale - già poco soddisfacente - di alcune banche, ponendole in difficoltà nel rispetto dei ratios patrimoniali obbligatori.
Possiamo da ciò dedurre che un intervento pubblico sia auspicabile? Credo di no. Anzi, il caso FIAT dovrebbe essere trattato, per quanto attiene alle sue implicazioni finanziarie, come gli altri casi di financial distress: lasciando che le parti - debitore e creditori si accordino su un piano di ristrutturazione del debito e di rilancio industriale, senza forzarle verso soluzioni particolari e senza porre oneri impropri a carico del settore pubblico. Lasciamo che i manager delle banche creditrici si prendano le loro responsabilità. Risponderanno ai loro azionisti in caso di perdite sui crediti FIAT talmente rilevanti da richiedere eventualmente una ricapitalizzazione (di alcune) delle banche stesse. Un salvataggio a carico del settore pubblico creerebbe l'aspettativa di interventi analoghi in futuro, riducendo l'incentivo delle banche a valutare attentamente il merito di credito di tutti i debitori, anche di quelli del calibro della FIAT.