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La rappresentanza sindacale e la Costituzione inattuata

di Riccardo Del Punta 17.10.2002
Sostiene il segretario generale CGIL, Guglielmo Epifani: "Siamo l’unico paese in Europa in cui se tre sindacati si dividono, nessuno sa che cosa succede, perché nessuno sa come ci si può comportare e che cosa vale, se vale, la firma separata ..........

Sostiene il segretario generale della CGIL, Guglielmo Epifani: "Siamo l'unico paese in Europa in cui se tre sindacati si dividono, nessuno sa che cosa succede, perché nessuno sa come ci si può comportare e che cosa vale, se vale, la firma separata di uno o dell'altro" (l'Unità, 9 ottobre). L'affermazione è desolatamente vera: su di un problema cruciale come quello dell'ambito di efficacia del contratto collettivo, e in particolare di quello stipulato soltanto da alcuni sindacati e non da altri, manca ancora una risposta giuridica certa. L'annoso vuoto normativo non è stato colmato neppure nella recente stagione del centro-sinistra. L'unica e sia pur importante eccezione è stata l'introduzione della disciplina nelle amministrazioni pubbliche, in parallelo al processo di privatizzazione. È proprio da quel modello che Epifani propone di ripartire per riflettere su come estenderlo al settore privato.

L'articolo 39 della Costituzione

Nel 1997, con l'apporto determinante di Massimo D'Antona, si escogitò un'ingegnosa combinazione per misurare nel settore pubblico il consenso utile per l'ammissione alla contrattazione collettiva nazionale: la combinazione fra numero degli iscritti (ricavato dalle deleghe per il versamento dei contributi sindacali) e numero dei voti raccolti da ciascuna sigla nelle elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie. È difficile, però, pensare che un sistema del genere possa essere trasportato di peso nel settore privato, il cui sistema di contrattazione è abituato a un grado pressoché totale di libertà. Inoltre c'è pur sempre il macigno dell'inattuato art.39 della Costituzione, implacabile nel paralizzare - con una soluzione assai discutibile - qualunque tentativo di diversa regolazione seppur minimale del sistema sindacale, o quantomeno nel fornire scuse a chi era interessato a paralizzarlo.

Per quanto riguarda il livello aziendale, se da un lato il problema è più facile, non entrando in gioco l'art. 39, dall'altro è più complesso, dal momento che si tratta di realizzare una delicata alchimia fra l'esigenza di dare voce alla volontà dei lavoratori (espressa tramite l'elezione dell'organismo di rappresentanza) e quella di mantenere un raccordo fra tale organismo e il sindacato esterno, protagonista della contrattazione. Il d.d.l. Smuraglia si era spinto troppo in là nella ricerca di una soluzione "perfettamente" democratica, recidendo quasi ogni legame fra rappresentanza elettiva e sindacato esterno, con gravi rischi di instabilità del sistema. Se ne dimostra consapevole, così pare, lo stesso Epifani, allorché allude, nella prospettiva di una ripresa del confronto sulle regole, a una riduzione del "tasso di radicalismo contenuto nella vecchia legge Smuraglia".

Il Libro Bianco e il sindacato

I nodi da sciogliere sarebbero, come si può intuire, ardui e numerosi. La pretesa che il sistema sindacale possa assolvere le proprie delicate funzioni in assenza di una qualsiasi regolazione sembra tuttavia sempre più incompatibile coi tempi, e quasi legata a uno stadio adolescenziale del sistema: quell'epoca in cui si favoleggiava della "superiorità" del sistema italiano, proprio a motivo di una sregolatezza troppo spesso scambiata per genio. L'unità d'azione fra le maggiori organizzazioni è auspicata da tutti o quasi, imprenditori compresi, ma ci si deve rassegnare a un'eventuale disunità come fenomeno fisiologico.

I sindacati, soprattutto quelli che hanno (dagli anni '50!) una cronica paura di contarsi, farebbero forse bene a riflettere sul fatto che nel Libro Bianco sul mercato del lavoro il tema di una possibile legge sulla rappresentatività sindacale non è degnato neppure di un cenno, con la scusa del rispetto dell'autonomia delle parti sociali. Quell'assordante silenzio è la spia più evidente di una certa svalorizzazione - per usare un eufemismo - del ruolo sindacale, che percorre tutto il Libro Bianco. Dovrebbero essere allora i sindacati, abbandonando inveterate abitudini opportunistiche, a rendersi conto che un assetto moderno di regole (introdotto, se non per legge, per accordo collettivo, al di là del pur glorioso modello del protocollo Ciampi del luglio 1993) conviene in ultima analisi a tutti, giacché consente al sistema nel suo complesso di presentarsi con una maggiore forza ed affidabilità al tavolo del confronto sociale.

Certo, questo non ha direttamente a che fare con lo sciopero del 18 ottobre (circa il quale l'intervista di Epifani è infarcita di affermazioni abili e caute ad un tempo, che peraltro lasciano paradossalmente insoddisfatta la curiosità del lettore sul particolare non precisamente irrilevante dei motivi dello sciopero: essi sfumano in una zona grigia dove c'è un po' di art.18, un po' di Finanziaria, un po' di lotta "per i diritti e lo sviluppo", per culminare nella formula magica, che non ha nulla da invidiare alla politica, dello "sciopero per l'Italia"). Ma se non riguarda direttamente lo sciopero ha però a che fare con le ragioni per le quali ciascuna sigla sindacale reputa più conveniente, in date condizioni, incamminarsi su strade proprie, animata dalla miope speranza di trarne in fondo più vantaggi di quelli che un sistema di regole, per quanto difficili da congegnare, potrebbe rendere possibili.