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Un reddito minimo contro l'esclusione sociale

di Claudio De Vincenti 17.01.2006
Il reddito minimo di inserimento dovrebbe far parte di una rete di protezione sociale che comprenda anche interventi centrati sul sostegno ai cittadini nel mercato del lavoro. Va condizionato alla partecipazione obbligatoria a percorsi di integrazione e all'accettazione della chiamata al lavoro. Essenziale delimitare rigorosamente la platea dei potenziali beneficiari. Solo così si può sperare di attivare programmi di reinserimento credibili e realizzare una efficace prova dei mezzi. Con un onere a regime per la finanza pubblica tra i tre e i quattro miliardi di euro.

La legislatura si chiude senza che il Governo abbia posto mano al miglioramento della rete degli ammortizzatori sociali che la maggiore flessibilità introdotta con la legge 30 ha reso ancora più urgente. E senza che abbia fornito neppure le coordinate per la realizzazione di quel "reddito di ultima istanza" che avrebbe dovuto sostituire il soppresso "reddito minimo di inserimento".

Una rete di sicurezza sociale

Come più volte sostenuto su lavoce.info, si tratta di due interventi da considerare prioritari dal punto di vista non solo dell’equità sociale, ma anche dell’efficienza economica: una adeguata rete di sicurezza sociale è condizione decisiva per migliorare il funzionamento del mercato del lavoro e del mercato dei prodotti.
Rinviando ad altri interventi per quanto riguarda la riforma degli ammortizzatori sociali, propongo qui qualche riflessione su un "reddito minimo di inserimento" che abbia natura universale (non sia rivolto a specifiche categorie) e al tempo stesso selettiva (sia sottoposto a "prova dei mezzi").
Credo che il reddito minimo di inserimento vada concepito come istituto specificamente rivolto a contrastare il rischio di esclusione e quindi debba costituire l’anello che chiude in basso la rete di protezione sociale. Quest’ultima deve articolarsi su altri due pilastri, centrati sul sostegno ai cittadini nel mercato del lavoro: il sistema degli ammortizzatori sociali e un sistema di sostegno in forme incentivanti il lavoro e l’emersione per quanti, pur inseriti nel mercato del lavoro, hanno redditi bassi e discontinui. Il reddito minimo deve costituire il terzo pilastro, rivolto a chi incontra forti difficoltà di inserimento. Va condizionato all’attivazione di percorsi di integrazione sociale e alla partecipazione obbligatoria a essi da parte dei beneficiari, mentre la "prova dei mezzi" va effettuata in modo stringente. Le misure di integrazione sociale devono favorire, nel caso di persone in età da lavoro, l’occupabilità e, nel caso di minori, la scolarità. È essenziale delimitare rigorosamente la platea dei potenziali beneficiari: solo in questo modo si può sperare di attivare programmi di reinserimento credibili e realizzare una efficace prova dei mezzi.
Le sue caratteristiche principali dovrebbero allora essere le seguenti. Condizioni economiche per l’accesso: Isee non superiore a una determinata soglia; patrimonio immobiliare limitato alla prima casa; patrimonio mobiliare molto basso. Integrazione del reddito mensile pro-capite equivalente: pari alla differenza tra il reddito mensile disponibile e una soglia predeterminata; a fini di incentivo al lavoro, nel calcolo del reddito disponibile i redditi da lavoro vanno computati in misura parziale; i trasferimenti oggi goduti a qualsiasi titolo vanno invece riassorbiti fino a concorrenza della soglia. Obblighi per i beneficiari: partecipazione ai programmi di reinserimento e accettazione della chiamata al lavoro, anche temporaneo.
Per un istituto così configurato, il termine "reddito minimo di inserimento" appare coerente ed evita qualsiasi confusione con proposte di "salario sociale" generalizzato, dalle implicazioni imprevedibili sul funzionamento del mercato del lavoro e sulla tenuta dei conti pubblici.

Gli oneri per lo Stato

Per avere una prima idea di quello che sarebbe l’onere netto a regime per la finanza pubblica, si può fare riferimento alla specifica configurazione con cui il Rmi è stato proposto nel disegno di legge - A.C. n. 3619 - presentato in questa legislatura dall’opposizione: la soglia rispetto a cui effettuare l’integrazione è pari a 390 euro mensili per un single e crescente in relazione al nucleo familiare secondo la scala di equivalenza Isee; i redditi da lavoro sono computati al 75 per cento nel calcolo del reddito disponibile. Sulla base dei dati Banca d’Italia sui bilanci familiari, le famiglie che usufruirebbero dell’integrazione di reddito sono circa 980mila. Nell’ipotesi che tutte facciano domanda per il Rmi, e quindi siano disponibili ad aderire ai programmi di inserimento, l’onere netto complessivo derivante dall’integrazione di reddito alla soglia indicata sarebbe a regime pari a circa 5 miliardi di euro su base annua.
La stima va intesa come massimo onere possibile. L’onere effettivo dovrebbe risultare inferiore giacché è possibile che non tutti coloro che rientrano nei criteri di selezione facciano domanda, perché non è detto siano disponibili a soddisfare le condizioni richieste. Ma, soprattutto, l’attivazione degli altri due pilastri - gli ammortizzatori sociali riformati e l’introduzione di un sostegno per quanti hanno redditi bassi e discontinui - consentirebbe di ridurre in misura significativa la platea dei richiedenti il reddito minimo di inserimento.
Un effetto di questo tipo deriverebbe per esempio dall’introduzione di un "assegno per il sostegno delle responsabilità familiari" sostitutivo delle attuali detrazioni per carichi familiari che, proprio in quanto assegno, verrebbe goduto anche dagli incapienti (imposta negativa). L’introduzione di questo istituto, in una forma incentivante il lavoro e l’emersione (un po’ stile "earned income tax credit"), era per esempio prevista dall’emendamento alla Finanziaria per il 2005 presentato dall’opposizione in contrasto con lo sgravio fiscale del Governo e a parità di onere . Naturalmente, andranno costruite adeguate coerenze tra importo dell’assegno e livello del Rmi (le due prestazioni non devono essere sommabili), in modo che per un lavoratore sufficientemente inserito nel mercato, per quanto con redditi bassi o discontinui, sia conveniente optare per il normale regime di imposta e assegno, invece che richiedere il reddito minimo di inserimento. In questo modo l’onere scenderebbe collocandosi, a seconda delle ipotesi circa la convenienza relativa di Rmi e normale regime di imposta e assegno, tra i 3 e i 4 miliardi di euro.
In una prospettiva più lunga, poi, i tre pilastri della rete di protezione sociale consentirebbero di riassorbire completamente le attuali opache e disorganiche, forme di trasferimento assistenziale: in tal caso, a parità di onere, si potrebbero via via innalzare i trattamenti e ottenere un sistema di sicurezza sociale più semplice, equo e razionale.