
La riforma fiscale in corso di approvazione conferma e rafforza una tendenza in atto da qualche anno in Italia: l'utilizzo della via fiscale come strumento principale sia di politica della famiglia che di sostegno ai redditi più modesti.
Limiti ed effetti perversi
Ne mostra anche tutti i limiti e gli effetti perversi, per almeno tre diverse ragioni.
La prima riguarda il carattere contro-distributivo delle deduzioni rispetto alle detrazioni, solo parzialmente corretto dall'andamento decrescente con l'aumentare del reddito imponibile. Le deduzioni, infatti, non valgono solo per l'importo in sé, ma per quanto abbassano l'imponibile, quindi l'aliquota marginale. Tanto più alto l'imponibile, tanto maggiore il guadagno (o il risparmio) derivante dalla deduzione, come hanno bene esemplificato le varie tabelle pubblicate in questi giorni sui quotidiani e su lavoce.info.
La seconda ragione riguarda il fatto che il reddito imponibile è individuale, non familiare. Perciò criteri di reddito per graduare le deduzioni (o anche le detrazioni) per carichi familiari possono produrre effetti perversi e, di nuovo, contro-distributivi. Da un lato, infatti, si rischia, come è avvenuto nel passato per le detrazioni maggiorate nel caso di redditi bassi, che contribuenti unici percettori di reddito nella famiglia si trovino a fruire di deduzioni inferiori di altri che hanno un reddito individuale più basso, ma familiare più alto, dato che hanno un/una coniuge che pure è percettrice di reddito. Dall'altro lato, come è stato segnalato anche da Massimo Bordignon , contribuenti avvertiti possono spostare sul coniuge a reddito più basso (purché, appunto, abbia un reddito imponibile) l'intero ammontare delle deduzioni per i figli a carico, fruendo di un vantaggio non accessibile ai mono-percettori a reddito familiare complessivo più modesto.
La terza ragione riguarda la questione degli incapienti. Come hanno già osservato Massimo Baldini e Paolo Bosi , tanto più si usa il fisco per riconoscere costi e bisogni e per ridistribuire, tanto meno si può ignorare la questione della incapienza, ovvero di chi non può trarre alcun vantaggio da quelle forme di riconoscimento e di redistribuzione. E anzi vede, proprio per questo, aumentare il proprio svantaggio.
Due vistose mancanze
L'aggravamento di questi problemi nella riforma fiscale in discussione e nella Legge finanziaria in corso di approvazione è ulteriormente accentuata da due vistose assenze, che mi sembra non siano state per nulla, o scarsamente segnalate.
Non si parla più di riforma degli ammortizzatori sociali, che pure avrebbe dovuto accompagnare la legge Biagi di riforma del mercato del lavoro, garantendo una rete di protezione a chi si trova a passare da un contratto più o meno breve all'altro, con periodi più o meno lunghi di interruzione.
Ed è del tutto sparito il Rui, reddito di ultima istanza, destinato a chi non solo è incapiente, ma povero, anzi, gravemente povero. Annunciato nella Finanziaria del 2004 (e nel Libro Bianco sul welfare) come successore del reddito minimo di inserimento (Rmi), dichiarato fallito come esperimento e comunque non fattibile, non ha mai visto la luce. Il regolamento che doveva consentirne l'eventuale co-finanziamento con le Regioni che avessero deciso di istituirlo non è mai stato mai preparato.
Il progetto di Legge finanziaria per il 2005, appunto, non ne fa più neppure menzione. L'Italia rimane così, con la Grecia, l'unico paese dell'Europa a 15 a non avere una misura di garanzia del reddito per i poveri, tra i quali ci sono anche molti minori. Proprio coloro rispetto ai quali il Rmi, che comprendeva non solo una integrazione di reddito, ma misure di accompagnamento, aveva dato i risultati migliori. Lo testimoniano le fortissime riduzioni dei tassi di evasione scolastica nei quartieri e tra i soggetti beneficiari della sperimentazione. Gli stessi quartieri e gli stessi soggetti che ora sono lasciati di nuovo nell'abbandono, e spesso alle tentazioni della devianza e della criminalità.
Eppure, spulciando tra no tax area e deduzioni, si potrebbe avere una idea del reddito minimo che i nostri governanti pensano sia necessario garantire ai cittadini perché siano in grado di soddisfare i propri bisogni. C'è solo l'imbarazzo della scelta, tra la deduzione di 7.500 euro per il lavoro dipendente, quella di 3.200 per il coniuge e quella di 2.900 per un figlio a carico maggiore di tre anni. Quest'ultima, la più bassa, a ben vedere non è molto lontana dall'importo dell'ormai defunto Rmi: si tratta di 241 euro mensili di deduzione riconosciuta, rispetto ai 268 euro di importo massimo previsti dal Rmi, per una persona sola che fosse assolutamente priva di reddito. Non molto, certo; anzi pochissimo. Ma è un pochissimo che si continua a non riconoscere come necessario per chi non lo ha.